Archive | agosto, 2013

Buio

27 Ago

Non esiste luce che sopravviva nel buio.

Facciamo un gioco. Chiudete gli occhi e immaginate di cadere in un sonno profondo. Vi risvegliate, ma qualcosa non funziona. I vostri occhi non collaborano. Non si vogliono aprire. Il panico inizia a impossessarsi di voi. Oddio, che cosa mi sta succedendo? Dove mi trovo?

Allungate la mano verso il volto, pronti a usare la forza pur di smuovere le palpebre. Ma improvvisamente vi accorgete che loro hanno sempre collaborato. La pupilla e l’iride sono scoperte. Il problema non siete voi.

Il problema è che manca la luce. Non c’è neanche quel bagliore tiepido che vi accompagna nel cuore della notte. Quel riflesso della luna che disegna i contorni dei mobili, che definisce i confini dello spazio che vi circonda. Che vi fa capire che siete a casa.

Qui il protagonista è l’oscurità totale. E se voi foste al centro di una stanza apparentemente spoglia, lontano da qualsiasi parete? Cosa succede adesso?

Chi segue il blog da un po’ si sarà accorto quanto importanti siano per me gli occhi. Ne parlavo giusto un mese fa in questo intervento, definendo l’occhio come una finestra sull’anima di una persona, nonché la nostra principale macchina fotografica, capace di estrapolare dettagli su di sé e sugli altri. Inoltre sono un aspirante artista visivo e, in qualità di esteta visuale, l’occhio è un elemento determinante. Insieme a cuore e cervello.

In quello stesso intervento descrissi la cecità come uno dei demoni che maggiormente mi spaventano:

E allora temo la cecità. Non chi è cieco perché non può osservare, ma chi è cieco perché non vede.

Fatta questa premessa, la seconda doverosa riguarda il concetto della crescita. Crescere per me vuol dire conoscere e affrontare quei demoni. Gettarsi nel profondo io inconscio e trovarsi faccia a faccia con loro. Interrogarsi per capire chi siamo e per capire ciò che ci circonda. Fare un’apparente violenza psicologica per rafforzare il corpo.

A Genova è stata installato un percorso didattico, Dialogo nel buio. Qui il sito. Si tratta di un’esperienza sensoriale in cui, sotto l’occhio di una guida ipovedente, si simulano situazioni di vita quotidiana nella più completa oscurità. La cecità. Il percorso è presente anche a Milano.

Non vi svelerò molto per evitare di rovinare la sorpresa. La visita a gruppi dura circa 45 minuti. Bisogna depositare borse, cellulari e oggetti vari. Dietro una tenda nera, la guida attende gli ospiti che sono immediatamente catapultati nel vivo dell’attrazione. Non esiste passaggio graduale perché ogni fonte di illuminazione è appositamente coperta.

Il primo gesto che mi ha colpito è stato il più banale. La guida allunga la mano in segno di saluto, ma ancor più chiede al prossimo di affidarsi completamente a lei. Un gesto di totale fiducia riposto in uno sconosciuto. Pochi secondi per decidere. Dentro o fuori. Siamo disposti a fare questo tuffo nel buio nel senso più specifico del termine?

Del resto lei è l’unica persona che sa sopravvivere in questa situazione per noi totalmente nuova. L’unica che vede nel buio e può tirarci fuori dal panico, dall’improvviso senso di claustrofobia e disorientamento che ci colpisce. La sola che ci può far muovere dalla parete. Quella guida che si trasforma in amico e ancor più in coscienza di una dimensione a noi estranea.

Il tendere la mano verso l’altro, la fiducia che siamo disposti a dare o a riporre. Gesti banali che nel buio amplificano la propria dimensione.

Nell’oscurità totale il corpo reagisce potenziando gli altri sensi. Chiudere gli occhi, sposta l’attenzione sugli odori o sui rumori. Prevale il tatto in questa nuova realtà. Ed è allora che ci si accorge che quest’ultima è solo una traslazione dell’altra. Noi siamo capaci di muoverci e di sopravvivere anche in assenza di luce.

Mancano i colori e mancano le forme. Ma forse è solo apparenza. La luce che proviene dal nostro corpo e dall’ambiente non è mai svanita. La sicurezza che prima era scomparsa torna graduale come un fedele compagno viaggiatore. Perché l’oscurità è una pura invenzione umana.

Impariamo a classificare il bene e il male come luce e buio, quando il confine è puramente labile. Catapultiamo noi stessi in quei momenti no, in quei momenti in cui tutto appare fragile e cadente, in prigioni oscure da cui fatichiamo a uscire. Dimenticandoci a volte la soluzione più semplice. Che una piccola fiamma, un fuoco, è capace di condurci alla salvezza. Là verso la luce. Sia questo fuoco la speranza, un amore, una persona o una fiamma in senso letterale.

E allora anche nel buio più profondo la luce esiste sempre. Bisogna sapere dove trovarla…

È stata un’esperienza catartica.

©®aMe
Andrea Magliano

Hachiko

21 Ago

Doverosa premessa iniziale. Per chiunque bazzichi ancora da queste parti chiedo scusa per la lunga e improvvisa assenza da WordPress. Dall’ultimo articolo pubblicato, Io (non) sono gay, il sottoscritto ha potuto effettuare una vacanza molto alternativa: riscoprire la propria città, dando ospitalità a un vecchio e importante amico che non aveva mai visto Genova. Naturalmente ogni cosa bella ha il suo prezzo, così al termine del soggiorno, il suo, è giunta una breve, ma tediosa febbre, la mia. Nei prossimi giorni cercherò di rimettermi in pari, nel possibile, con i vostri blog. Intanto, è giusto commemorare ogni nuova partenza con qualcosa e vi propongo una nuovo foto profilo. Detto ciò, buon viaggio a tutti.

Era il 2004 quando andava in onda uno dei più bei episodi della serie Futurama. La puntata, Cuore di cane, della quarta stagione era incentrata sul ritrovamento di un fossile di un cane di nome Seymour, risalente al lontano 2000. Fry, il suo proprietario risvegliatosi nell’anno 3000, ritrovato il suo vecchio compagno, scopre che c’è una possibilità di riportarlo in vita.

Poco prima di incominciare le operazioni di resurrezione, scoprono che il cane è morto di vecchiaia. Fry si convince così che Seymour non sia più il suo cane, ma che si sia fatto la sua vita, magari con un altro padrone e decide di gettare il fossile. Qui di seguito la triste verità su Seymour.

Ricordo i pianti al termine della visione del cartone. Pianti che si ripresentano con puntuale precisione alla fine di ogni rivisione. Quello che allora non sapevo era la fonte di ispirazione di quella puntata. La storia proveniente da tutt’altra parte nel mondo del cane Hachiko.

Hachi, cane di razza Akita, poi ribattezzato Hachiko fu adottato da un professore giapponese, Ueno, a soli due mesi nel 1923. L’uomo, costretto per lavoro a recarsi alla stazione di Shibuya, il cane sempre al suo fianco, saliva sul mezzo mentre Hachi tornava a casa e si ripresentava all’ora del ritorno. Due anni dopo, Ueno muore per ictus sul posto di lavoro. Nonostante la morte improvvisa, Hachiko è tornato alla stazione di Shibuya ogni singolo giorno per i successivi dieci anni, in attesa di veder scendere dal treno il proprio padrone, finché i suoi occhi non si sono chiusi definitivamente.

La storia commosse il Giappone al punto da dichiarare lutto nazionale e da dedicare una statua all’animale. Hachiko aveva colpito il mondo intero per la sua lealtà e fedeltà. Non c’era ostacolo che potesse fermarlo, niente che potesse allontanarlo dal suo obiettivo, il ricongiungimento con l’amato padrone. È rimasto là, paziente, in attesa.

La storia del cane di Fry affonda il colpo due volte. Se da una parte c’è la storia di Seymour che ricalca questa totale dedizione al padrone, dall’altra c’è la totale ignoranza (intesa nel senso più buono come non sapere) dell’uomo che si convince che il cane lo abbia dimenticato anziché atteso.

In passato sul blog (come qui in Eroi che trovo sempre attuale) mi ero posto alcune domande sull’importanza sì degli eroi, soprattutto su quelli ignari o ignorati, ma anche dei nostri gesti, anche quelle cattive azioni fatte a fin di bene.

Viviamo ingabbiati nelle nostre trappole mentali, ma in società collettive che impongono, anche per la nostra stretta sopravvivenza, il legame con gli altri. Spesso mentiamo agli altri e a noi stessi su qualcosa, poche volte siamo realmente onesti. Perché l’onestà richiede affrontare i propri demoni. Prendiamo costantemente decisioni, anche se non ne siamo totalmente consci. Formuliamo aspettative che di tanto in tanto si attendono e altre volte esplodono. Ma che cosa siamo davvero disposti a fare per gli altri?

Hachiko è una bellissima favola che scopriamo essere reale. La vera magia di questa storia sta proprio lì, nel sapere che è possibile e che esiste un Bello. Ma la vita ci ricorda che ogni nostra decisione, ogni cosa ha il suo prezzo. E la fine ineluttabile del cane è lì a ricordarcelo.

Se la mettessimo su un piano economico diremmo che ogni nostra scelta ha un suo costo. La decisione di sostenerlo dipende dalla nostra aspettativa di ricavo. Perché se il costo è certo, il ricavo è aleatorio e con sé il profitto che ne potremmo trarre. E, come in ogni buon piano economico, il successo può derivare anche dalla dose di rischio che decidiamo di assumerci, dunque dalla capacità di mettere a bada la paura. Dunque dal costo che siamo disposti a pagare per essere onesti o bugiardi.

E allora voi per il vostro prossimo, un familiare, un amico, un amore, … quale prezzo sareste disposti a pagare?

Aspettereste come Seymour su quel marciapiede?

Io onestamente non lo so…

©®aMe
Andrea Magliano

Io (non) sono gay

1 Ago

Riciclo un titolo per un post mai realizzato per cercare di parlare di un tema molto importante e attuale.

Per questo titolo ho preso ispirazione dal bellissimo film su Bob Dylan di Todd Haynes, Io non sono qui, per parlare di un atteggiamento piuttosto infantile di alcune persone. Essendo una persona piuttosto sensibile – ma posseggo varie e molteplici sfumature che escono nei momenti più opportuni – e avendo diverse conoscenze/amicizie omosessuali, sono spesso additato di essere gay. Perché l’amicizia etero-gay per molti, anche finti non-omofobi, non è concepibile. Quel titolo avrebbe dunque ironizzato, sulla falsa riga del precedente post Alfa, su molti aspetti per giocare su queste convinzioni. Analogamente a James Franco, solo che lui è più bello e ricco di me.

Alla fine non ho ritenuto necessario pubblicare quel post, perché la gente può pensare ciò che vuole. Ma lo voglio riciclare per parlare di un problema agghiacciante che si sta sviluppando in Russia e su cui molti tacciono, in particolare in questo paese, in cui ancora si discute sulla necessità di una legge anti omofobia.

Nei mesi precedenti in Russia è stata approvata una legge che vieta la cosiddetta propaganda omosessuale. Chiunque parli di questo argomento rischia sanzioni e nei casi più estremi anche il carcere. Per intenderci, nel 2012 durante il suo tour che fece tappa a San Pietroburgo e Mosca,  persino Madonna ha rischiato ripercussioni legale, poi puntualmente ritirate prima di avviare un caso diplomatico.

Inutile dire che è iniziata una vera e propria caccia alle streghe, spingendo la nascita di gruppi oserei dire integralisti. Attraverso l’uso del social network più diffuso nel Paese, queste organizzazioni, promettendo di combattere (?) la pedofilia, adescano giovani, maggiormente, e meno giovani. Organizzato l’appuntamento si presentano in gruppo e attuano il loro piano. Tra l’indifferenza generale, la vittima subisce una serie di torture fisiche e psicologiche aberranti. Filmata e pubblicata online, umiliata e talvolta derubata sia materialmente sia della propria dignità, la vittima è poi costretta a bere o le è versata dell’urina.

Tutto ciò avviene nell’applauso generale di una società che concede la libertà al carnefice e arresta la vittima, che ospita il criminale in un salotto televisivo. E nella totale indifferenza delle organizzazioni estere. Per un approfondimento più completo, con tanto di immagini, vi consiglio questo post e qui del blog gayburg.blogspot.com.

Questi eventi si aggiungono a numerosi altri che a vari livelli sono diffusi nel mondo. Dalla Westboro Church (USA) che imputa la causa di ogni cataclisma ed evento di cronaca nera a un castigo divino per punire della presenza omosessuale. Ad alcuni stati in cui la sodomia è considerato reato punibile con il carcere. Alle cliniche e alle tecniche di cura dalla malattia omosessuale consistenti spesso nell’abuso sessuale del presunto malato. Alle lapidazioni pubbliche in taluni paesi africani. Al problema non sono i gay, ma la lobby del Papa, alla non necessità di una legge contro l’omofobia in questo paese che non riesce ancora a garantire il rispetto della donna, di una persona nera, di un popolo dalla sua classe politica.

E poi, a posteriori, si assolve Alan Turing, padre dell’informatica e grande intellettuale. Omosessuale, fu costretto alla castrazione chimica dall’allora governo inglese (1952), che lo rese impotente e gli fece crescere il seno, spingendolo al suicidio all’età di 41 anni.

La società cambia e nella mia testa ribadisco la convinzione che sia necessaria un’evoluzione, piuttosto che un’involuzione. Fino a qualche decennio fa era impensabile l’emancipazione femminile e il movimento delle suffragette, la fine dell’Apartheid, Martin Luther King e Nelson Mandela. C’è stata la fine della schiavitù e la fine delle dittature antisemite. Credo che il cambiamento avverrà.

Personalmente ho imparato (e sto imparando) tanto dagli omosessuali. Riconosco la forza che c’è dietro un gesto apparentemente semplice, che semplice non è per nulla, quale il coming out. L’abbattimento di una prigione imposta dalla massa sociale in virtù di quale principio di superiorità?

Che male mi potrebbe fare un gay o una lesbica nell’essere liberamente se stesso, amando una persona dello stesso sesso, convivendo con essa? Fuori siamo tutti uguali, semplici individui e nulla di più. E poi, perdonatemi la banalità, ma se io sono etero e a fianco ho un gay non dovrei esultare che ho meno concorrenza con l’altro sesso? Perché tutto questo accanimento contro la comunità LGTB? Chi ha detto che io sono giusto e loro sono sbagliati?

Perdonate la serietà di questo post. Mi spiace che essendo agosto e vista la natura dell’articolo in pochi potrebbero leggerlo. Ma nel mio piccolo e nel mio totale anonimato, posseggo un blog pubblico e cerco di usare questo strumento per fare una buona azione. Un piccolo gesto a sostegno dei loro diritti e perché certe cose non passino inosservate.

©®aMe
Andrea Magliano