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Trip

18 Mar

Il post è un po’ particolare. Accomodatevi. Allacciate le cinture. Si parte!

In inglese la parola trip significa viaggio. La nostra escursione inizia nel 1865 nell’Inghilterra vittoriana. Charles Lutwidge Dodgson era un matematico e logico di estremo talento, nonché un grande fotografo e scrittore. Ma la storia si ricorderà difficilmente il suo nome, preferendogli lo pseudonimo Lewis Carroll.

Secondo la leggenda, durante una gita in barca con tre bambine, tra cui Alice Pleasance Liddell, racconta una storia molto fantasiosa e piuttosto irriverente di cui la stessa Alice è protagonista. La bimba cade nella tana del coniglio bianco e arriva così nel Paese delle meraviglie, un posto scriteriato di petulanti fiori, regine irascibili dal Tagliatele la testa! facile, uomini-carte, cappellai matti e molto altro.

Alice nel paese delle meraviglie e il suo seguito Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò divennero tra i libri, per l’infanzia e non, più famosi della storia. Poco importa se su Dodgson sono calate accuse (mai chiarite) di pedofilia, complici un discutibile rapporto con Alice e numerose foto di bambine, talvolta in pose succinte o in nudi.

Nel 1951, dopo svariati infruttuosi tentativi, Walt Disney presenta forse l’adattamento più celebre e discusso dell’opera di Carroll. Il suo Alice è reo di aver apportato sostanziali e opinabili modifiche all’originale, incapaci di tradurre l’arguzia e l’ironia di Carroll. La protagonista si tinge di biondo ed è catapultata in un mondo illogico abitato da pazzi e da colori eccentrici.

Il film ebbe un’involontaria seconda vita e la definitiva consacrazione a opera ultra-pop grazie alla canzone White rabbit (1967), cantata da Grace Slick, entrata da poco nei Jefferson Airplane. La canzone si ispira nel testo alla storia di Alice e nella struttura musicale al Bolero di Ravel.

Divenuta celebre grazie all’esibizione al Festival di Woodstock (1969), White rabbit rapisce l’ascoltatore con un crescendo musicale ipnotico che trova nel suo massimo la totale e improvvisa interruzione. Il testo omaggia l’opera di Carroll, pur con qualche licenza artistica, intravedendo nelle avventure psichedeliche della bimba le antesignane di quelle sotto acidi e stupefacenti, come l’LSD, che si diffondevano rapidi tra gli artisti e i giovani.

“One pill makes you larger and one pill makes you small.
And the ones that mother gives you don’t do anything at all.
Go ask Alice when she’s ten feet tall. […] 
[…] Feed your head!”

A partire da questi anni il termine trip si avvale di un nuovo significato: il viaggio mentale, lo stato di alterazione psico-fisica dovuto all’assunzione di droghe e sostanze allucinogene.

Molti artisti e intellettuali dichiararono di far uso di sostanze illecite, inserendo continui riferimenti nella cultura popolare. Se vi sorprende il testo di White rabbit, pensate alla ben più nota Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles, le cui iniziali non sono casuali.

Anche l’Italia vanta un caso interessante. Sotto le note di un appassionante e sofferto tango, Giovanni Lindo Ferretti descrive un amore totalizzante che si rivela prima distruttivo, ma tuttavia indispensabile e consolatorio, all’interno della sua Amandoti.

“Amarti m’affatica, mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto.
Amarti m’affatica, mi dà malinconia. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora, fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.
Amami ancora, fallo dolcemente. Solo per un’ora, che sia per sempre.
Amarti mi consola, le notti bianche. Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti.
Amarti mi consola, mi dà allegria. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.”

Leggendo tra le righe, si notano le parole di un (oggi ex) eroinomane che racconta il contraddittorio rapporto con la sua dipendenza, causa di sbalzi d’umore e tossica per il fisico e la mente.

Nel 2004, Gianna Nannini consacra la canzone al successo. Mantenendo inalterata la struttura del tango accompagnato da archi e da un tono graffiante e sporco, poi abbandonato e liberatorio sul finire, la sua cover dà l’idea di una profonda preghiera al partner.

Possono due versioni così identiche avere interpretazioni così lontane? Può l’amore della Nannini essere più sano della droga di Ferretti? Ciò a cui alludo è che entrambe non descrivono dei rapporti salutari. C’è sì la speranza di un rapporto che pur difficile è possibile, ma questo rivela la sua natura alienante e sfibrante.

Quando si parla di droghe, intese come sostanze illecite, si associa il termine di dipendenza. La dipendenza è una situazione di insoddisfazione personale che provoca un persistente bisogno verso qualcosa. Il termine di dipendenza non è però automaticamente associato a quello di droga in senso stretto. Esistono dipendenze da fumo, alcol, cibo, farmaci, ma anche da sesso e persino dipendenze affettive.

In questo caso il partner intravede nelle attenzioni verso l’altro la sua ragion d’essere e la possibilità di colmare un vuoto personale. L’amore perde la sua dimensione salutare e lascia spazio alla gelosia, alla paura dell’abbandono e alla disattenzione dell’altro, spesso una persona sfuggente, creando una dimensione di tossicodipendenza. Qui per approfondimenti.

La definizione di droga è dunque da intendere nella sua accezione più ampia come tutto ciò capace di creare assuefazione e limitare la nostra autonomia, sia esso un alimento, un medicinale o ancora una persona. Spesso non è l’oggetto in sé a essere sbagliato, ma l’uso che ne facciamo.

Dopo 150 anni di peregrinazioni il nostro viaggio giunge al termine. In pieno post-modernismo, è interessante osservare come tutto appare strettamente collegato e niente mai realmente nuovo. Si tratta solo di riletture diverse che ne espandono i significati originali. Perché il passato racconta anche la storia del nostro futuro. E niente è per forza ciò che appare. C’è sempre un segreto pronto a essere svelato. Come ciò che si nasconde dietro un’illusione.

Il mio trip termina qua. Spero che il prezzo del biglietto ne sia valso la pena.

©®aMe
Andrea Magliano

Nonostante l’oggetto del post, il sottoscritto non sostiene l’uso di sostanze illecite.

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Casa

10 Lug

Ho sempre amato il personaggio di Holly, l’affascinante ragazza così desiderosa, ed eppure così timorosa, di vivere e di amare interpretata da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Lei con quel suo modo di fare un po’ naif e immaturo, un po’ spavaldo, persa tra le nuvole. E fuggente, perché la cosa più difficile da fare è vivere e amare. E lasciarsi vivere e lasciarsi amare.

Ingenuamente non ho mai capito il perché di quel colpo di fulmine improvviso.

Quella donna che vive con un gatto senza nome, ché non possiede. Perché entrambi sono spiriti liberi in cerca di una casa e di una stabilità. E un nome è solo un’altra prigionia. Lei è colei che vive in un appartamento spoglio, qualche valigia sparsa a contenere il suo mondo. Perché le valige si disferanno solo quando si sentirà a casa.

E persino il telefono è nascosto in un altro bagaglio.

Holly è la sognatrice che prende in mano la chitarra e canta una struggente Moon river sulla scala antincendio, che mangia il suo danese davanti le vetrine di Tiffany.

Il personaggio di Holly mi stava entrando sotto pelle, senza che me ne accorgessi.

Quando mi sono trasferito a Torino per il mio progetto universitario, ho fatto in parte quello stile di vita. Una valigia sempre pronta sotto il letto, pochi libri e quaderni in libreria, il vestiario necessario a sopravvivere in attesa di trovare una vera casa. Mi sono trasferito con la convinzione che Torino non dovesse essere un punto di arrivo, ma solo un nuovo punto di partenza. E così ho fatto. La parentesi torinese è terminata.

Ma Genova non è casa mia. Tornato nella mia casa natale, ho gettato tutta la mia videoteca in un sacchetto depositandolo nell’armadio. Avrei messo a posto i miei film quando mi sarei trasferito. Beh, ho dovuto sistemarli solo perché i blu-ray sul fondo si stavano sfondando.

Ho sempre guardato fuori dalla finestra e guardato il cielo, attratto dalle nuvole. Guardato al di là del mare per vedere lidi lontani. Sentendomi non parte di un qui, ma di un sfuggente . Rifiutando la stabile monotonia prigioniera, con conseguenti crisi esistenzialiste di un domani senza certezza.

Mi sono sentito a casa soltanto a New York nell’unico reale viaggio della mia vita. Mi sento a casa con lo humour cinico britannico, con la cucina italiana, con la ricerca di una spiritualità zen orientale, con il ligio rispetto lavorativo giapponese, con il fascino isolano, con la spettacolarità americana. Ma in nessun posto mi sento totalmente me stesso, ma sempre e solo un pezzo di me. Ho sempre amato la definizione di cittadino del mondo.

L’ho già raccontato in un vecchio post. Mi è stato confidato che nella mia vecchia vita dovrei essere stato un forestiero sempre bisognoso di novità, immerso nella strada, alla ricerca di un perenne qualcosa. Senza fissa dimora. E ci continuo a pensare e mi convinco che la casa non sia allora un luogo fisico. Assolutamente no.

La casa è la nostra condizione di essere felici. Si è felici con se stessi e con i nostri affetti. La casa è quel posto dove il nostro cuore dimora e può riposare. Cambiano i luoghi fisici e virtuali e le conoscenze vanno e vengono, i pochi amici restano, e continuo a cercare quell’amore di cui ho bisogno.

Home. Let me go home. / Home is wherever I’m with you.
Home. Let me go ho-oh-ome. / Home is where I’m alone with you…

E mi accorgo di aver sempre amato la musica country. Perché in quegli artisti riconosci il vissuto di persone alla ricerca di se stessi e di una fissa dimora che non sia così stretta. Poeti con la chitarra in mano. Portatori di ilari canzoni e di tristi visioni. Contraddittori nella gioia e nel dolore dei loro occhi. Su quei volti sporchi e rugosi che scoprono giorno per giorno la vita e i suoi segreti.

Correndo strade in pieno deserto dove il caldo ti toglie le forze. Viaggiatori abusivi sui treni a lunga distanza. Sotto un mare di conifere, lì dove il sole fatica a filtrare. Bob Dylan, Johnny Cash… Viaggiatori con una sola valigia.

E un unico compagno. Il più grande dei loro demoni. Se stessi.

©®aMe
Andrea Magliano

Mi sono dimenticato di avvertirvi preventivamente. Questo post sarebbe stato un puro nonsense. Inoltre, promisi un articolo sul flusso di coscienza. Ecco come funziona il mio. E per una volta sono stato di parola, anche qui.

@aMe
Andrea Magliano

Sulla strada

9 Apr

Una volta mi hanno rivelato che nella vita precedente ero un forestiero, forse un boscaiolo. Per questo motivo sento profondamente la necessità di muovermi in continuazione e di esplorare. E come bagaglio di un passato sconosciuto tendo ad avere come mia unica compagna di viaggio la mia stessa ombra. Sono sempre stato affascinante dalla strada e da ciò che essa comporta.

Cammino lungo la strada,
fissando l’orizzonte,
con una chiave al collo,
cercando dove custodire il mio tesoro.

Questo è l’ultimo stato che ho pubblicato su facebook. Stato che, con un po’ di delusione, è passato in pratica inosservato. Sono un po’ di giorni che sono tornato in fase riflessiva e custodisco una gelosa malinconia. L’amante che mi porta a scrivere e a progettare le mie idee per la carriera che ancora non vivo. E che sogno di vivere.

In queste settimane, diverse persone mi hanno ribadito che sono una bella persona, un buono. Sono al settimo cielo ed eppure così terrorizzato da queste frasi. Agli occhi degli altri sembro in tanti modi, ma agli occhi miei non sono in quei tanti modi. Sono davvero una bella persona?

Come prosegue quello stato? Beh, potrebbe finire così…

In questo bivio mozzato,
sotto sabbia e ghiaia gialla,
seppellisco con libero sorriso il mio scrigno,
affidando alla natura il mio più grande segreto.

Eccomi a Genova, al di là degli occhiali tamarri e dell’aria rissosa, affacciarmi ipoteticamente al termine di quella strada. Potrei aver gettato la chiave nelle acque sottostanti. Scruto, consapevole che qualcosa o qualcuno arriverà. Perché la vita è dolce e colma di sorprese.

Senza nulla sapere, troverai una chiave,
la porta di un forziere prezioso.
Capirai dove cercare, là,
dove nel deserto un albero in fiore è nato.

Questa è un’altra mia caratteristica. Divento criptico. Non per nascondermi, ma per conoscermi.

Andrea Magliano - Genova Nervi

Foto di Rossana Gombetti
Cliccando sulla miniatura vedrete la fine della strada, che vi giuro ho trovato estremamente poetica e affascinante.

©aMe
Andrea Magliano

Riflessioni su Palermo

17 Feb

Quello che segue non sarà il resoconto formale del viaggio a Palermo. Sarà un articolo personale di conclusioni. Risposte a cui sono giunto. A cui penso da molto tempo. Le coincidenze fini a se stesse, ribadisco, non credo esistano. Tanti sono stati i segnali affinché scendessi in quella terra e le risposte, giuste o sbagliate, non sono tardate ad arrivare. Questo post esce con estrema fatica dalla mia testa. Oggi è una settimana che sono ritornato.

Faccio una doverosa promessa. Non fraintendete le parole e i giudizi che seguiranno sulla città di Palermo. Personalmente ho apprezzato e amato quella città. L’ho visitata libero da pregiudizi sulle differenze tra nord e sud che i media impongono. Su cosa è meglio. Ho imparato che tutto il mondo è paese e ovunque si può imparare qualcosa. Palermo l’ho vissuta con gli occhi di un bimbo a cui è stato regalato il nuovo giocattolo. Un giocattolo colmo di sorprese.

In tanti mi hanno chiesto il motivo di questo viaggio. Non racconterò mai a nessuno tutte le reali ragioni. A ognuno ne ho al più svelate una parte. Mi piace essere spontaneo, ma il mio più grande difetto – o pregio qualsivoglia – è che non posso smettere di pensare. E dunque Palermo è stata valutata attentamente. Ho già spiegato che era la città italiana più distante, facilmente raggiungibile da Genova, e che richiedeva di combattere la paura dell’aereo. Era il viaggio in solitaria che dovevo affrontare.

Vi svelo un nuovo motivo però. E scommetto che nessuno di voi ci ha mai pensato. E ora capirete fino a che punto posso farmi seghe mentali. Nella mia testa ho sempre maturato l’idea che Genova e Palermo fossero interscambiabili. Rispettivamente la sesta e quinta città d’Italia, città di mare e porti protetti da alture circostanti. Chiuse nel loro piccolo mondo, cercando di restare al passo con quello che succede al di là di quelle colline. Per me Palermo è la Genova del Sud o, se volete, Genova è la Palermo del Nord. Le due città si affacciano l’una di fronte all’altra. Sì, è vero, non sono esattamente frontali, ma si guardano pur sempre negli occhi. È una sorta di gioco di specchi. Come quando scrissi Andrea allo specchio.

Sono ossessionato dagli specchi come elementi rivelatori. Come quando Alice guarda dietro lo specchio e capisce che non sempre esiste una corrispondenza biunivoca, ma che invece spesso si nascondono nuove verità e asimmetrie perfette. Per vederle bisogna varcare quella soglia, uscire dalla propria situazione e diventarne estranei. Solo in questo modo si è in grado di decifrare il messaggio senza esserne influenzati. Ecco perché insistevo con l’immagine di me seduto su una spiaggia palermitana in posizione zen. Voleva dire guardarmi nel profondo e capire il perché. Guardarmi allo specchio e vedere la mia vita a Genova.

Avevo bisogno di fuggire dalla mia vita. Dalle continue discussioni che affronto. Dalla situazione castrante in cui mi trovo. E giungere alla conclusione più semplice e brutale di tutte. In questo momento non sono felice. Nonostante, se mi si chieda, rispondo sempre che tutto va bene e cerco di ridere. Cerco sempre la buona parola per tutti. In questo momento però non sono felice. Non sono felice di quel che sono e di quel che ho. La noia, per esempio.

Quando sono arrivato a Palermo, sono stato catapultato in una città che vive sulla commistione di contraddizioni. La città passa dal medioevo allo stile arabo, fascista, barocco con un’estrema facilità. Muovendosi per il centro della città, si attraversa una strada moderna e ricca – anche se la ricchezza mi è sembrata più ostentata che reale – a intere zone e quartieri letteralmente abbandonati a loro stessi. Vere e proprio favelas di saracinesche abbassate, rifiuti abbandonati lungo la via e baraccopoli improvvisate. Di tradizioni dure a morire concatenate alla ricerca del moderno. Personalmente sono rimasto basito nello scoprire che all’interno della stazione dei treni c’è una cappella, ma non una vera e propria sala d’attesa. Confido di non averla trovata. E sulla mafia in generale ho incontrato tanta omertà. Mi ha spaventato.

Uno dei più grandi doni che mi è stato fatto sono gli occhi. Ho occhi per osservare e una testa per riflettere. Ho girato in lungo e in largo il centro della città, perdendomi nelle viuzze e nei mercati. Guardando la gente, ascoltandola parlare. Assaporando per quel poco che mi è stato concesso quell’ambiente. Nel vedere tanti uomini ancora con i baffoni e il classico cappello siciliano. Nel sentire un accento diverso dal mio e gruppi che tra di loro parlavano in dialetto. Io ero uno straniero. E questa cosa mi ha fatto riflettere, perché l’unico posto in cui mi sono sentito a casa è New York e lì non sarò un semplice straniero, ma un vero e proprio immigrato in cerca di casa. Come tanti Siciliani nei primi decenni del Novecento. Ho iniziato a comprendere i fenomeni migratori dal Sud al Nord. Solo che io per cinque giorni, lo stavo effettuando nel senso opposto.

In quella mescolanza di tradizioni e stili, di vecchio e nuovo, non posso che rivedermi. In questo momento mi sento da un lato totalmente vecchio, ancora legato a un passato che mi è utile per capire dove mi ha portato e che mi ha totalmente costruito, ma che non deve impedirmi di crescere e fare il passo successivo. Vedo quel che sono, non mi piace, cerco di cambiare. Con lo spettro di ciò che è stato che mi tarpa le ali. Mi sto sforzando di liberarmi da queste catene. E come ho già più volte ribadito, il piercing, il cambio dei vestiti, il taglio di capelli, le canzoni e il resto sono una ricerca di crescere. Di guardare il futuro per una buona volta. Perché non bisogna mai dimenticare il proprio passato. Ma il passato è passato. Forse è per questo che inizialmente l’impatto con Palermo non è stato positivo. L’ho capito dopo. Mi ha messo troppo a nudo, scoprendo verità che non volevo guardare.

Sono arrivato in una città che era un cantiere in ogni angolo mi voltassi. Ma sono io per primo un cantiere. Sono un work in progress oramai da troppo tempo. E non ho più voglia di esserlo. Uno dei miei pregi è che nonostante tutto ho la forza di affrontare – con i miei ritmi – le mie paure. Capire quali sono i miei limiti e cercare di provare a spostarli sempre più in là. Di cadere, ma di rialzarmi. Mi lamento sempre, è vero, eppure sono sempre qua. Giungo alla conclusione di guardare Palermo e dirmi bene, questo è ciò che sono. Che cosa voglio fare? Lo chiudiamo o no questo cantiere? Rimettiamo in mostra le tue bellezze e facciamo vedere quanto vali?

Non sono felice perché ho troppe lacune. Ho affrontato il viaggio in solitaria per mettermi alla prova. In verità, sono stato soltanto due giorni da solo, poi ho avuto la fortuna di incontrare un amico che mi ha accompagnato a sua insaputa in questo viaggio di riscoperta. E che inconsapevolmente, raccontandomi la sua storia, mi ha trasmesso un’importante lezione di vita. Per cui non potrò mai sdebitarmi. Mi ha fatto vedere quel che sono e contestualmente quel che potrei diventare.

In quei due giorni che sono stato da solo non è andato tutto rosa e fiori. La solitudine si è fatta sentire, tanto, soprattutto quando ero a tavola e alla sera. Non c’è nulla da fare. Ho dedotto che non sono timido, non sono molto estroverso, ma al tempo stesso non sono introverso. Ho bisogno della compagnia. Mi piace condividere. Parlare. E io chiedo troppo da me. Gennaio è stato un mese massacrante, ai limiti dell’esaurimento. Il viaggio volto alla riscoperta e tutte le piccole sfide che ho sommato insieme si sono rivelate una tensione troppo grande da sopportare. Eppure ce l’ho fatta. Perché il bello è questo. Nonostante tutto sono sopravvissuto, non solo nel senso letterale. Intendo che sono sopravvissuto mentalmente. Ho capito che sì, vorrei avere qualcuno sempre pronto a parlarmi e ad ascoltarmi, ad abbracciarmi e da abbracciare (vi ricordate L’importanza di un abbraccio?). Perché l’amore o l’amicizia non sono sentimenti di cui posso fare a meno. Mi ci sono voluti 23 anni e 800 km per capirlo. Mi ci sono volute tutte le persone nuove che ho conosciuto in questi quattro mesi per capire di cosa avevo bisogno realmente. E non solo le persone in sé. Ma che tipo di persone ho incontrato. Le loro teste. Le loro passioni. Per capire che cosa dovevo cercare e devo cercare per il mio futuro.

A Palermo ho cercato di chiacchierare con qualcuno. Finché, quando non cercavo nessuno, sono stato avvicinato da un signore anziano che mi ha fatto da Cicerone, offrendomi un passaggio, trasmettendomi fiducia. E dichiarando che i miei occhi e la mia persona avevano qualcosa di diverso da tutti gli altri. Nonostante fossi lì che mi aggiravo con la musica nelle orecchie. Mi ha detto che sembravo perso. Spaventato. Eppure, che in me c’è tanta disponibilità e spontaneità. Vedeva un bravo ragazzo, sognatore e vincente. Diceva che gli trasmettevo fiducia. Può forse uno sconosciuto che non mi ha mai visto giungere a descrivermi dopo cinque secondi? Perché è vero, sono spontaneo e alla fine un buono. Sulla fiducia me l’hanno sempre detto in tanti, tanto più che la gente dopo pochi incontri mi ha raccontato i propri sogni e le proprie paure. Spaventato e perso è altrettanto vero. Perché in questo momento sono in un limbo, nell’incrocio tra due direzioni. Di qua ho la mia strada e la mia felicità, di là ho la paura e un vicolo cieco. Quell’incontro mi ha aperto gli occhi e lo porterò sempre nel cuore.

Ho beccato un tempo assurdo. Il secondo giorno sembrava estate. A pranzo ha diluviato e nel pomeriggio il cielo si è rannuvolato. Il vento si è alzato e alla sera ha grandinato. La notte è stata serena, ma fredda. La pioggia è stato un leitmotiv costante del viaggio. E anche qui colgo l’imperante ironia. Andrea sotto la doccia. La doccia come nuovo battesimo, una sorta di purificazione. E la riscoperta di sé passa lavando via lo sporco e la paura di ciò che è stato. Mi accorgo che il mio grande terrore è che io sogno in grande, in un mondo dove uno su mille ce la fa ed io potrei non essere quell’uno. E più grande è il sogno più è alta l’eventuale caduta e il rischio di farsi male. Ma diamine, non posso fare a meno di sognare. E la vita è una, come giustamente mi è ricordato, e io voglio viverla senza rimpianti.

Sono religioso perché credo in Dio. Ma non sono cristiano. Cerco di prendere il meglio dalle religioni per confluire il pensiero nell’atavica necessità umana di credere nell’esistenza di qualcosa più grande che vigili sopra le nostre teste e ci guidi. A Palermo sono entrato in una chiesa e per la prima volta dopo molti anni mi sono seduto dieci minuti per pregare. Alla mia maniera, una chiacchierata interiore. Non datemi etichette, né assegnatele. Cercate sempre la libertà.

Sull’aereo ho iniziato a metabolizzare tutte queste conclusioni. È assurdo. Mi sono sempre sentito un bimbo, ma non ho mai dormito in posizione fetale. Sull’aereo ho pianto e ho riso, mi sono rannicchiato come un piccolo feto guardando fuori dal finestrino e mi sono addormentato. Affascinato. Perché le nuvole cariche di pioggia stavano sotto l’aereo e ciò che vedevo era un bellissimo cielo rosso in tramonto sopra il quale si levava una striscia azzurro mare e ancora sopra la notte. Un profondo senso di pace. Di libertà. La consapevolezza che devo fare tesoro di quei giorni e iniziare a spiccare il volo. Ce la farò. Ne ho la forza e la capacità.

Sarò per sempre grato a quel viaggio e a tutto ciò che è successo in quei giorni. A quegli incontri. Con la Sicilia ho un conto aperto e mi auguro di tornarci al più presto. Questa volta, però, facciamo con la bella stagione 😉

Andrea

La natura delle cose

15 Feb

Camminavo fissando il mare.
Fissando la costa che lentamente si accendeva.
Fissando le nuvole che meravigliose svolazzavano.

Non lo so qual è il motivo del mio peregrinare.

Eppure non posso non cogliere
quanta meraviglia
e quanta amarezza
la natura nasconde.

©aMe
Andrea Magliano

Questa è la seconda poesia che ho scritto durante la passeggiata sul lungomare di Palermo. Un lungomare su cui, a distanza di una settimana, mi accorgo ci ho lasciato il cuore.

Vi dico la verità volevo scrivere un po’ di questo viaggio. È una settimana che butto idee e scrivo testi. Nonostante sul blog non abbia più pubblicato nulla, ho scritto tanto. Per occhi indiscreti. Per occhi lontani. Per menti vicine. In questo componimento dico non so il motivo del mio peregrinare. In realtà dopo questi giorni ho iniziato ad aver chiaro la ragione di quelle coincidenze e la bellezza di questa esperienza. E in questo momento vorrei condividere con il mondo le mie conclusioni e al tempo stesso stringerle per me. Il mio più immenso tesoro. Il mio più grande insegnamento.

Cerco di conservare nella mia testa il ricordo di quei giorni. Metabolizzare le risposte. Perché a volte le risposte giungono quando meno te lo aspetti. Se a inizio settimana vi stremavo raccontando delle risposte con un ma, ora mi accorgo che quel ma non sempre è un’esperienza negativa. Perché dietro ogni ma c’è sempre un’opportunità.

Ho avuto diverse chiacchierate con persone sagge. Messaggi lasciati, messaggi ricevuti. Inizio a cogliere tante cose. Mi rallegrano, e mi lasciano un po’ l’amaro in bocca, ma so che sarà temporaneo. Perché la vita ha sempre mille sorprese. E non vedo l’ora di sapere quale sarà il prossimo passo

Non smettete mai di cercare.

@aMe
Andrea Magliano