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Essex

11 Mar

Breve premessa: i fatti qui accennati sono realmente accaduti e, vista la loro drammaticità, potrebbero urtare la sensibilità di alcuni.

Oggi ridente località turistica affacciata sull’Oceano Atlantico, l’isola di Nantucket era nota in passato per le baleniere e perché qui Herman Melville ambienta il racconto di Moby Dick.

Nel romanzo, il capitano Achab si scontra contro la balena del titolo. Melville costruisce una storia di vendetta e di ossessione, allegoria della condizione umana e del suo rapporto con la natura, destinata al fallimento. Il bianco animale, misterioso nella sua natura non umana, diventa metafora di un creato irraggiungibile e malvagio.

Lo scrittore trae ispirazione da due fatti di cronaca. C’è la storia del capodoglio albino Mocha Dick, un maschio adulto che viveva nel XIX secolo al largo del Cile, ora gentile e ora incredibilmente violento. Lo scrittore però vuole omaggiare la triste e celeberrima avventura dell’Essex conclusasi nel 1820.

Essex_photo_03_bPartita dall’isola di Nantucket e doppiato faticosamente Capo Horn, la baleniera si spinge su rotte quasi inesplorate al largo del Pacifico per sopperire alla finora irrisoria pesca. Alle porte dell’inverno, i capodogli si preparano alla stagione degli accoppiamenti. Una volta avvistati, l’equipaggio cala tre lance puntando un esemplare maschio che prima di fuggire ribalta una delle imbarcazioni.

In un clima di sospesa incredulità, l’animale riemerge colpendo l’Essex e scompare prima di affiorare di nuovo e affondare la baleniera. Venti persone si salvano a bordo delle due lance con poche provviste. Questo però è solo l’inizio dell’incubo. Gli uomini decidono di navigare verso il Cile.

I superstiti trovano un atollo disabitato (l’isola di Henderson) che saccheggiano rapidamente. Tre di loro decidono di attendere i soccorsi, mentre gli altri ripartono finendo alla deriva. I viveri terminano presto e la fame e la disidratazione portano i primi morti. Resta una soluzione: cibarsi dei loro corpi. Dopo 78 giorni, i naufraghi sono costretti ad abbandonare l’ultimo briciolo di umanità rimasto. Tirando a sorte individuano un compagno da uccidere e mangiare.

Solo il comandante e il primo ufficiale, Chase, che racconterà la triste vicenda prima di impazzire, giungeranno a terra. Mesi dopo saranno portati in salvo anche gli uomini sul piccolo atollo.

Come è facile intuire, questa storia sconvolse l’opinione pubblica e ha aperto le porte a numerosi interrogativi. Al di là del dramma del naufragio, un episodio non così infrequente nella storia, ciò che colpisce è il cannibalismo a cui sono indotti gli uomini.

A lungo si è puntato il dito contro l’uomo cannibale incivile da addomesticare. I valori della cultura umana qui decadono poco a poco avallati soltanto dalla necessità di sopravvivere. L’uomo non è più tale, diverso dalle bestie, ma pur sempre un animale. Non è più importante chi siamo, da dove veniamo o cosa indossiamo. Conta un istinto che riemerge nel momento di maggiore difficoltà. La storia dell’Essex (ma al cannibalismo furono spinti anche i superstiti del disastro aereo delle Ande del 1972, qui) ci ricorda l’annosa domanda: l’uomo di cosa è realmente capace?

L’equipaggio è stato costretto al cannibalismo dalle circostanze. Li si può giustificare? Spesso tendiamo a fare simulazioni di situazioni estreme per capire come ci comporteremmo, ma si tratta pur sempre di falsificazioni che il nostro cervello riconosce come tali. In un contesto analogo cosa avremmo fatto pur di sopravvivere?

Tornando all’affondamento, il caso dell’Essex è oggetto di studi anche per altri motivi. Ad oggi risulta l’unico naufragio causato volontariamente da un cetaceo. Questi animali tendono a fuggire di fronte al pericolo, ma il capodoglio pareva seguire una strategia di attacco come se sapesse che il vero nemico non era tanto la piccola quanto la grande imbarcazione. Questa convinzione può suggerire forse un’intelligenza animale superiore?

Secondo altri, l’odontecete ha reagito solo in preda al panico, magari confuso dopo il primo urto. Inoltre, durante la stagione degli amori i maschi diventano più aggressivi e nella baleniera potrebbe aver riconosciuto semplicemente un rivale. Ciò pertanto sarebbe solo sintomo di un istinto naturale.

È interessante osservare infine come Chase descriva il capodoglio sui 25 metri (dimensioni notevoli, ma nella norma), quando oggi raramente toccano i 18. Poiché è impensabile una tale miniaturizzazione in poco più di due secoli, si presume che la caccia intensiva abbia ridotto drasticamente il numero di individui adulti. Ne Il mondo d’acqua di F. Schätzing, si stima che nell’arco di 300 anni la popolazione di capodogli sia calata da 3 milioni a 10.000 esemplari, in pratica un’estinzione di massa.

In natura tutto si basa su un delicato equilibrio ed eventuali mutamenti di uno o più tasselli sono diluiti nell’arco di migliaia di anni, pena l’avaria dell’intero sistema.

L’uomo che cerca di sottrarsi alle sue regole aspira al ruolo del capitano Achab. Anche se già sappiamo chi tra lui e Moby Dick ha avuto la meglio.

©®aMe
Andrea Magliano

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Il quinto giorno

11 Feb

Per quanto sembri assurdo, l’uomo conosce più l’universo che il suo stesso pianeta.

Ancora oggi ignoriamo molte specie viventi, passate e presenti, ed esistono luoghi inesplorati o avvolti nel mistero. Per esempio sappiamo ben poco dei fondali marini e in generale degli oceani che ricoprono i due terzi del pianeta. La fossa delle Marianne, il punto più profondo con i suoi circa 11mila metri, è stata raggiunta da solo tre persone, tra cui James Cameron, il regista di Titanic e Avatar, nel 2012.

Assodando l’idea dell’evoluzione, gli scienziati stimano che oltre il 90% delle specie viventi mai apparse sul pianeta risulti estinto e l’uomo, membro del regno animale, è solo uno dei moltissimi possibili rami evolutivi. Si dà per scontato che la vita provenga dal mare, ma ancora non si conoscono le sue origini.

Tra le pseudoscienze si annovera la criptozoologia, lo studio di animali sconosciuti o ritenuti teoricamente estinti, ma di cui si hanno prove circostanziali. Capita che alcuni di quei mostri si rivelino reali come il calamaro gigante. Il mare con  i suoi misteri fornisce molto materiale. Lo sapete che nel 1997 fu captato un rumore nelle profondità del Pacifico, il Bloop (qui), e si pensa sia riconducibile o al distacco dei ghiacciai in Antartide o a una creatura gigantesca non ancora scoperta? O conoscete i globster, enormi masse gelatinose organiche spiaggiatesi, derivanti spesso da carcasse di balena in decomposizione e altre volte dall’origine ignota?

Nel 1979, l’inglese James Lovelock formula la teoria di Gaia, l’altro nome con cui è chiamato il nostro pianeta. Secondo tale ipotesi, il mondo è immaginabile al pari di un essere vivente che vive e si evolve in simbiosi alle altre specie che lo abitano in un delicato equilibrio.

Queste sono alcune delle premesse che portano Frank Schätzing alla pubblicazione nel 2004 di Der Schwarm (letterale Lo sciame), edito in Italia da TEA con il titolo Il quinto giorno.

Il quinto giorno

Copertina essenziale con quello che sembra un iride blu che spia il lettore, è un thriller ecologista fantascientifico degli oceani. Partendo dallo stato dell’arte della scienza, l’autore prova a rispondere ad alcuni di quei misteri imbastendo una storia in cui ogni elemento è plausibile grazie alla collaborazione di tecnici e teorici nella stesura. Il risultato è un racconto ben distante dalle solite americanate, capace di toccare nelle oltre 1.000 pagine numerosi temi dall’ecologismo alla filosofia, dall’economia alla politica e persino la religione.

Secondo la Bibbia in quel quinto giorno Dio creò gli oceani e le creature marine.

Il primo evento è datato 14 gennaio. Al largo del Perù un giovane pescatore esulta dopo settimane di magra per l’abbondanza di pesci. D’un tratto il banco rompe la rete e rovescia la piccola imbarcazione. Nel tentativo di riemergere, i pesci si compattano come fossero una cosa sola impedendo la risalita.

A marzo l’azienda energetica norvegese Statoil scopre che lo zoccolo continentale, ricco di giacimenti di idrati di metano, è invaso da milioni di vermi sconosciuti intenti a scavare nel terreno. Nessuno sa il motivo, né da dove arrivano, ma la loro azione nel lungo periodo potrebbe causare un cataclisma.

Vancouver Island, nota per l’attività di whale watching, è sconvolta dal comportamento anomalo dei cetacei. I giganti buoni prima scompaiono, poi attaccano le imbarcazioni in quelle che paiono azioni di gruppo coordinate.

Nel giro di qualche giorno le anomalie si estendono globalmente. Gli attacchi si fanno sempre più violenti e rapidi, portando alla morte di centinaia di milioni di persone. C’è un altro elemento comune: una strana bioluminescenza blu. Gli stati creano un comitato anticrisi al cui vertice si pongono gli USA, con il vero obiettivo di aumentare la loro influenza politica. Chi è il vero nemico in questo scenario?

Nonostante la dimensione del libro e la presenza di molte, ma necessarie, spiegazioni scientifiche, facilmente raccontate per un pubblico generico, Il quinto giorno diventa un bestseller mondiale. Con un ritmo serrato, l’autore incolla il suo lettore in una storia realistica che non ha confini geografici e i cui eventi avvengono in un anno non specificato del nostro tempo.

Snocciolando notizie reali di attualità, evidenzia come l’uomo si sia convinto, anche grazie alle religioni occidentali, di essere re del pianeta, pur trattandosi di un mero ospite del progetto evoluzionistico. Responsabile dell’inquinamento delle acque, si macchia dell’estinzione di interi ecosistemi grazie a tecnologie o allo sfruttamento intensivo delle risorse marine. In questo contesto non esistono paesi virtuosi.

Si critica la natura litigiosa dell’uomo in cui l’unità di specie è subordinata all’interesse politico-economico. Mentre tutti sono vittime, la CIA sostiene l’idea che si tratti di un attacco terroristico arabo ignorando la scala globale del dramma. Gli USA intervengono con lo scopo di sterminare il nemico e di rafforzare il predominio, particolare che avrà un triste risvolto nell’epilogo.

A fronte di tale spirito, si può osservare la natura non-artificiale che opera coordinata per il perseguimento di un obiettivo condiviso. Esiste un cervello dietro, forse una forma ben più intelligente dell’uomo presuntuoso, che gli ricorda il suo non essere all’apice della catena. Ma questo cervello non è per forza migliore di noi essendo disposto a lanciare animali kamikaze nel suo piano. Né è esattamente ciò che molti si aspetterebbero.

L’artificio umano è precario. Schätzing ricorda come l’uomo abbia necessità dell’acqua per vivere. Da sempre la civiltà si è sviluppata in prossimità dell’acqua, ma ancora oggi i trasporti delle risorse materiali avviene tramite mare. La nostra sopravvivenza dipende dalla corrente del Golfo, che impedisce la nuova era glaciale. Ma in generale è Gaia che sopravvive grazie a un delicato equilibrio e noi con essa. E il punto di non ritorno è già stato superato.

Mi piacerebbe condividere con voi l’epilogo che infligge il colpo più pesante di tutti, sconsigliato a chi vuole leggere il libro. SPOILER Gli attacchi sono causati da una specie sconosciuta, gli yrr, esseri unicellulari strutturati in una società complessa presente fin dalla Pangea. La forma di vita più semplice si rivela la più evoluta ed efficiente. Rispetto agli uomini sono capaci di memorizzare la storia nel loro DNA. Mentre gli USA cercano un veleno per sterminarli (ma che ruolo hanno realmente nell’ecosistema? Quanti e dove sono?), un gruppo di scienziati trova un inganno per far cessare gli attacchi. È però una vittoria di Pirro. La fiducia verso l’America crolla definitivamente e gli stati iniziano guerre reciproche per appropriarsi delle risorse. Segue inoltre il crollo delle religioni occidentali a vantaggio di quelle orientali e dell’animismo. Se è difficile accettare l’esistenza di altre forme di vita intelligenti, decadono i testi sacri che nell’uomo vedono erroneamente il disegno divino e il compito di governare il pianeta. Che senso ha la vita e qual è il nostro ruolo? Siamo forse un errore del destino? E la pace con gli yrr per quanto durerà e chi avrà la meglio? FINE SPOILER.

Sottolineando la fragilità della nostra natura, la storia è possibile scientificamente e ciò ne aumenta il terrore. Siamo davvero noi i padroni ultimi della vita?

Non guarderete più il mare con gli stessi occhi.

©®aMe
Andrea Magliano

The bay

21 Giu

Scene di lotta di classe all’Agenzia delle Entrate

Vi potrei parlare della mattinata trascorsa all’Agenzia delle Entrate. Tra code, una mezza rissa tra un visitatore sull’orlo di una crisi di nervi e la direttrice del centro, funzionari che rifiutano di fare il loro lavoro. Invece non lo farò. Avevo bisogno di un’introduzione con il botto per crearvi delle false aspettative. E perché non sono bravo a fare le introduzioni.

Ciò di cui voglio parlare nasce da un film uscito nei, e credo già scomparso dai, cinema: The bay. E condividere con voi alcune considerazioni di natura ambientalista. Immagini di puro terrore.

Il film, un thriller ecologista, nasce come un mockumentary, un falso documentario che ricostruisce gli eventi registrati dalle telecamere dei protagonisti. Non aspettatevi l’ennesimo Paranormal Activity. Alla regia del film c’è un settantunenne, Barry Levinson, vincitore di un Oscar per Rain Man – L’uomo della pioggia e nella cui filmografia figurano commedie di intrattenimento e film impegnati come Sesso e potere.

È curioso analizzare come una persona esperta si avvalga di questo stile registico, per certi aspetti giovanile e privo di spessore sociale. Al contrario di altri film, qui si nota la regia curata e studiata. Gli attori, per dare maggior realismo alla storia, sono sconosciuti, in molti casi senza nessuna predisposizione alla recitazione. In ultimo, giudizio personale, la storia è più interessante nella prima parte per scivolare nel pressapochismo, ripetitività e nel devo chiudere al più presto sul finale.

Il narratore del film, mano a mano che vengono presentati i nuovi personaggi, dice a priori chi muore e chi no. La causa dell’epidemia è in pratica svelata già nella locandina e venti minuti dopo l’inizio del film. Per chi non si vuol rovinare nessuna sorpresa, informo della presenza di spoiler.The bay - Poster

Dopo Lo squalo, avrete il terrore dell’acqua. Un’epidemia contagia una cittadina di circa 6.000 anime nel Maryland, provocandone la morte di quasi la metà in una giornata. Partendo dai reali banchi di pesci trovati morti, pare essere stata trovata la causa in un parassita crostaceo realmente esistente, la Cymothoa exigua, che entra nelle branchie dei pesci per sostituirsi alla loro lingua. La cittadina del film sopravvive(va) grazie alla baia limitrofa e recentemente all’azienda di polli. Qui gli animali sono cibati con droghe e steroidi per velocizzarne la crescita e i loro escrementi gettati nelle acque, in cui anni prima c’era stata una perdita tossica. Il sindaco della città ha deciso di aprire uno stabilimento per rendere potabile l’acqua e fornirla sia all’industria aviaria sia alla popolazione. Il parassita, che prima non abitava il fondale, ha un nuovo habitat e si evolve rapidamente crescendo alle dimensioni di uno scarafaggio e trasformandosi in un abile predatore di tessuti animali. Se è vero che l’esistenza di sistemi di filtraggio escludono un esemplare adulto, non riescono a isolare le larve, così ingerite o inserite sotto pelle aumentando così il contagio. Fine spoiler.

Penso che la natura sopravviva grazie a un prezioso e delicato equilibrio tra tutte le specie viventi. Il vero miracolo della vita, per come lo intendo, si basa proprio su quest’alchimia che si crea tra tutti gli esseri che hanno imparato a vivere in una perfetta simbiosi universale. L’uomo appare tuttavia più un cancro su questo pianeta e sembra che la natura abbia bisogno di recuperare nuovamente l’equilibrio perso.

Ciò che mi intimorisce del film è come alla fine, per via di una serie di concause causate dall’ingordigia umana, la natura stessa produce il nostro sterminatore, secondo la teoria per cui l’uomo è vittima e carnefice del suo stesso gioco. Contemporaneamente, l’animale di maggior forza non è quello di maggior dimensioni o apparentemente più evoluto, ma il più piccolo che grazie a una maggior adattabilità ha saputo ribaltare la catena alimentare e ripristinare un nuovo equilibrio. L’idea in questione è simile all’epilogo de La guerra dei mondi, in cui la creatura più forte è anche quella invisibile a occhio nudo.

La nostra morte non proviene da un mostro immaginario o da un alieno, ma è reale e di questo mondo. Evidenzia la nostra totale fragilità e impotenza. Mostra la nostra vulnerabilità. Mi provoca un profondo senso di malessere come ha fatto Contagion. Soderbergh mostra una reale pandemia che stermina oltre un miliardo della popolazione mondiale, svelandone la causa negli ultimi due minuti. E anche in quel caso non si è di fronte a un castigo divino o a qualcosa di trascendentale, bensì a un semplice effetto domino e rapporto di causa-effetto, persino banale, ed eppure totalmente plausibile e lecito. Per questo ancora più angosciante.

In The bay la diffusione di questo virus rimanda alla peste che decimò la popolazione europea. Le vittime sono colpiti da piaghe, sfoghi cutanei, arti in cancrena. Non c’è cura che funzioni e l’originalità del mezzo di trasmissione implica nessuna via di scampo, essendo l’acqua l’elemento di vitale importanza per la sopravvivenza umana. Perché se per prevenire il contagio da una malattia a volte basta lavarsi le mani, qui proprio quel gesto si può trasformare in veicolo di morte. È emblematico che alla fine il medico, la figura adibita alla cura dei pazienti, si trasformi in vittima. Così come i primi due cadaveri appartengono ai due scienziati, uccisi tanto dalla cupidigia umana quanto dalla natura che cercavano di studiare.

Il film affronta anche un secondo tema: l’ottusità delle autorità e l’inefficacia dei mezzi di comunicazione. In virtù del e grazie al denaro, le autorità mettono a tacere tutto, pagano i sopravvissuti in cambio del loro silenzio. Cosicché l’equilibrio non venga perso.

The bay non sarà un film originale. Ma forse è un altro monito del nostro tempo.

@aMe
Andrea Magliano

The bay - Victim