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Io (non) sono gay

1 Ago

Riciclo un titolo per un post mai realizzato per cercare di parlare di un tema molto importante e attuale.

Per questo titolo ho preso ispirazione dal bellissimo film su Bob Dylan di Todd Haynes, Io non sono qui, per parlare di un atteggiamento piuttosto infantile di alcune persone. Essendo una persona piuttosto sensibile – ma posseggo varie e molteplici sfumature che escono nei momenti più opportuni – e avendo diverse conoscenze/amicizie omosessuali, sono spesso additato di essere gay. Perché l’amicizia etero-gay per molti, anche finti non-omofobi, non è concepibile. Quel titolo avrebbe dunque ironizzato, sulla falsa riga del precedente post Alfa, su molti aspetti per giocare su queste convinzioni. Analogamente a James Franco, solo che lui è più bello e ricco di me.

Alla fine non ho ritenuto necessario pubblicare quel post, perché la gente può pensare ciò che vuole. Ma lo voglio riciclare per parlare di un problema agghiacciante che si sta sviluppando in Russia e su cui molti tacciono, in particolare in questo paese, in cui ancora si discute sulla necessità di una legge anti omofobia.

Nei mesi precedenti in Russia è stata approvata una legge che vieta la cosiddetta propaganda omosessuale. Chiunque parli di questo argomento rischia sanzioni e nei casi più estremi anche il carcere. Per intenderci, nel 2012 durante il suo tour che fece tappa a San Pietroburgo e Mosca,  persino Madonna ha rischiato ripercussioni legale, poi puntualmente ritirate prima di avviare un caso diplomatico.

Inutile dire che è iniziata una vera e propria caccia alle streghe, spingendo la nascita di gruppi oserei dire integralisti. Attraverso l’uso del social network più diffuso nel Paese, queste organizzazioni, promettendo di combattere (?) la pedofilia, adescano giovani, maggiormente, e meno giovani. Organizzato l’appuntamento si presentano in gruppo e attuano il loro piano. Tra l’indifferenza generale, la vittima subisce una serie di torture fisiche e psicologiche aberranti. Filmata e pubblicata online, umiliata e talvolta derubata sia materialmente sia della propria dignità, la vittima è poi costretta a bere o le è versata dell’urina.

Tutto ciò avviene nell’applauso generale di una società che concede la libertà al carnefice e arresta la vittima, che ospita il criminale in un salotto televisivo. E nella totale indifferenza delle organizzazioni estere. Per un approfondimento più completo, con tanto di immagini, vi consiglio questo post e qui del blog gayburg.blogspot.com.

Questi eventi si aggiungono a numerosi altri che a vari livelli sono diffusi nel mondo. Dalla Westboro Church (USA) che imputa la causa di ogni cataclisma ed evento di cronaca nera a un castigo divino per punire della presenza omosessuale. Ad alcuni stati in cui la sodomia è considerato reato punibile con il carcere. Alle cliniche e alle tecniche di cura dalla malattia omosessuale consistenti spesso nell’abuso sessuale del presunto malato. Alle lapidazioni pubbliche in taluni paesi africani. Al problema non sono i gay, ma la lobby del Papa, alla non necessità di una legge contro l’omofobia in questo paese che non riesce ancora a garantire il rispetto della donna, di una persona nera, di un popolo dalla sua classe politica.

E poi, a posteriori, si assolve Alan Turing, padre dell’informatica e grande intellettuale. Omosessuale, fu costretto alla castrazione chimica dall’allora governo inglese (1952), che lo rese impotente e gli fece crescere il seno, spingendolo al suicidio all’età di 41 anni.

La società cambia e nella mia testa ribadisco la convinzione che sia necessaria un’evoluzione, piuttosto che un’involuzione. Fino a qualche decennio fa era impensabile l’emancipazione femminile e il movimento delle suffragette, la fine dell’Apartheid, Martin Luther King e Nelson Mandela. C’è stata la fine della schiavitù e la fine delle dittature antisemite. Credo che il cambiamento avverrà.

Personalmente ho imparato (e sto imparando) tanto dagli omosessuali. Riconosco la forza che c’è dietro un gesto apparentemente semplice, che semplice non è per nulla, quale il coming out. L’abbattimento di una prigione imposta dalla massa sociale in virtù di quale principio di superiorità?

Che male mi potrebbe fare un gay o una lesbica nell’essere liberamente se stesso, amando una persona dello stesso sesso, convivendo con essa? Fuori siamo tutti uguali, semplici individui e nulla di più. E poi, perdonatemi la banalità, ma se io sono etero e a fianco ho un gay non dovrei esultare che ho meno concorrenza con l’altro sesso? Perché tutto questo accanimento contro la comunità LGTB? Chi ha detto che io sono giusto e loro sono sbagliati?

Perdonate la serietà di questo post. Mi spiace che essendo agosto e vista la natura dell’articolo in pochi potrebbero leggerlo. Ma nel mio piccolo e nel mio totale anonimato, posseggo un blog pubblico e cerco di usare questo strumento per fare una buona azione. Un piccolo gesto a sostegno dei loro diritti e perché certe cose non passino inosservate.

©®aMe
Andrea Magliano

MDNA

14 Giu

Mi sono girato nel letto tutta la notte, senza chiudere occhio, perché oggi sarà il gran giorno. Ho messo la maglia con la scritta C’ero anche io a quel Ciao Italia! dell’87, che ancora neanche ero nato. L’attesa mi sta uccidendo.

Biglietti, panini, acqua, cellulare, ok c’è tutto. Possiamo andare. Direzione Milano. Tutto scorre in fretta, eccetto il traffico in città. Ci siamo quasi, meno di un chilometro alla meta. Lo intuisco dalla gente, dai vestiti, da ciò che canticchiano. E questa musica? Sì, è sul palco! Sta provando I’m a sinner.

L’eccitazione cresce più ci avviciniamo allo stadio. Quanta gente. Sono attese oltre 50mila persone. Qui la coda per mostrare il biglietto. Lì l’ingresso del nostro settore, secondo anello rosso. Correte! Bei posti, un po’ decentrati e alti, ma che vista pazzesca.

Guardo l’orologio con maniacale impazienza. Scatta il dj set delle 20 e ancora entra della gente. Devo fare la pipì! L’orario di inizio è per le 9, ma c’è ancora troppa luce. Servono le tenebre per questo spettacolo. È inutile che la gente fischi. Lei è una perfezionista e una star. Ecco, l’hanno capito.

Dai manca più poco. Lo staff sta pulendo il palco e montando il turibolo gigante. E queste urla dagli anelli più bassi? I ballerini! Si stanno riscaldando! E poi eccola là… Proprio di fronte a me, in linea retta, esce dagli spogliatoi circondata da altri. È lei…

Il mio cuore si ferma. È reale e non è un sogno. Eppure tutto si spegne.

Di fronte a questa introduzione e con la consapevolezza che lì a meno di 100 metri c’è il mio idolo può non uscirmi una lacrima? Con tutta l’emozione che ho in corpo, stritolo la mano a mia sorella. Forse non le sarò mai più vicino di così, ma lei è lì con me. Madonna è di fronte a me. Mi guarda ed eppure prosegue nel suo show. Per due ore ti porge la mano e ti invita a salire sul palco con lei, per ballare e cantare – e ci riesce persino con me che ho la stessa intonazione di uno gnù e l’eleganza di un elefante -, ricordandoti tuttavia che lei è la star.

Accadeva esattamente un anno fa, ma lo ricordo come se fosse ieri. L’MDNA Tour è stato il mio primo concerto, la mia prima volta a San Siro e il mio primo incontro con Lei. Un battesimo migliore non poteva esserci. Mi sono sentito peggio di un bambino all’interno di un lunapark. Miriadi di cose da vedere, tutte nuove e ugualmente attraenti. MDNA è una sorta di codice fiscale di Madonna, ma rimanda anche alla droga MDMA e mi sentivo come sotto il suo effetto.

Ricordo di aver guardato su Youtube video dei suoi vecchi concerti fatti a Milano e in uno c’era una ragazza vestita da sposa alla Like a virgin dimenarsi sui sedili. La stessa ragazza era al mio tour, poche file sopra di me. Il pubblico era totalmente eterogeneo. Tanti omosessuali – lesbiche, gay e trans sì -, ma anche tantissimi etero. Coppie, single, gruppi di amici. Famiglie con figli di sì e no 10 anni per passare a donne incinte e a gente sui 70/80 anni. Qui si dimostra il potere di un artista, quando riesce a parlare a un pubblico così vasto ed eppure così variegato. Durante il concerto ho spiato un po’ parte di quel pubblico, chi attentissimo a non perdersi i movimenti sul palco e chi non faceva altro che ballare e cantare con i vicini sconosciuti o gli amici. Goliardico e kitsch, è vero, ma una festa.

Un concerto di Madonna è un’esperienza da fare e anche una sfida per lo spettatore. Lei non è la migliore cantante di questo mondo e lo sa benissimo. I suoi non sono semplici esibizioni live, ma veri show con una trama segmentata in atti introdotti da interludi. Madonna sale sul palco circondata da più corpi di ballo, coristi e un gruppo spalla. Alle sue spalle tre maxischermo proiettano immagini o storie. Il palco è modulabile: botole, piloni, persino la punta si alza e si inclina. Se vuoi vedere tutto non sai dove guardare. Ma è inutile: quella donna ha un carisma mostruoso e il tuo occhio tenderà a lei. Ci sono interi numeri in cui lei compare circondata da certi ballerini. Poi la segui nel suo assolo e quando si rigetta nel gruppo ti accorgi che ora quei ballerini sono altri e ti chiedi ma dove e quando sono usciti i primi e dove e quando sono entrati i secondi.

Lei crea uno spettacolo ricco di chicche. Se non erro ci sono circa sei costumi. Il primo è una versione in nero del suo abito da sposa con Guy Ritchie. Questo tour è stato definito da lei stessa un viaggio dalle tenebre alla luce. La prima parte è violenta e satanica. Dei sacerdoti (i Kazaki in tacco a spillo) invocano la Madonna per espiare le colpe, ma chi giunge è più una versione diabolica che non si fa scrupolo a trasformarsi in arma prima (Revolver) e killer dopo (Gang Bang), per essere imprigionata (Hung up) e liberarsi per urlare al mondo la sua emancipazione (I don’t give a). Dietro Nicky Minaj ribadisce There’s only one queen and that’s Madonna, bitch!

Nel secondo atto, lei cheerleader affonda il colpo sull’emancipazione femminile e sul suo ruolo. Propone Express Yourself, ma a un tratto inserisce anziché il suo ritornello quello di Born this way della rivale mediatica Lady Gaga. Calca così lo scandalo che ha colpito quest’ultima accusata di aver plagiato la canzone di Madonna. Donna d’affari di estrema intelligenza, si esprime con il semplice uso delle parole delle due canzoni in una strofa ibrida:

Express yourself / I’m beautiful in my way ‘cause I was born this way / I’m on the right track baby / Express yourself / She’s not me

Come a sottendere: Cara Gaga impara a esprimerti da sola con le tue parole. E quel She’s not me, altra canzone di Madonna, sembra ricordare Lei non è me e mai lo sarà.

Procedendo spediti al terzo atto, è il turno dell’androginia e del ribaltamento dei sessi. In un corpetto versione 2.0 del mitico reggiseno a punta, Madonna intona Vogue, canzone diventata una bandiera del movimento LGTB, vestendo gli uomini della crew in abiti femminili e le donne in quelli maschili. Resta sola con il suo amante e intona una straziante versione al piano con accompagnatore di Like a virgin. Infine nel quarto atto, propone la rinascinata. La festa dei colori, dell’amore e della ricerca spirituale di Like a prayer e I’m a sinner per realizzare una finale Celebration prima di congedarsi.

Madonna stupisce per la scelta di canzoni. Scardina le tue aspettative ripescando tracce note solo a chi ha acquistato i precedenti album (Candy Shop), bonus track uscite solo sul mercato giapponese (Cyberraga) e stravolgendo i classici (Hung up e Like a virgin). Evita il successo facile. Irrompe nel sociale con l’interludio di Nobody knows me in cui appoggia la causa omosessuale, rifiutando il potere totalitario e di regime. Proietta i volti di adolescenti morti suicida per bullismo e omofobia nei paesi anglofoni. Contrariamente a tanti altri paesi, qui in Italia siamo in pochi ad applaudire. Il pubblico in maggioranza ignora chi siano quei volti grazie a nostri media e alla Chiesa. Per chi è interessato vi consiglio caldamente il videoclip in questo post.

Naturalmente non è tutto ora ciò che luccica. Pur fan, riconosco alcune pecche dello spettacolo. Se alcune canzoni sono in playback, in altre è facile capire che sono live dalle stecche lanciate. Madonna inizia a sentire il peso degli anni e si muove molto meno sul palco rispetto a prima (anche se vorrei arrivare io a 54 anni con quell’agilità!). C’è qua e là un riciclo di idee (l’intro di Turn up the radio è nel concept identica a She’s not me e Music inferno dei due precedenti tour). Non ha molta memoria e in alcune tappe dimentica addirittura le sue stesse canzoni (Papa don’t preach)…

Però diamine che emozione quel giorno. E la voglia di annullare quella distanza che ci ha separato e la speranza, o meglio il sogno colossale, di poter lavorare fianco a fianco con questa donna. Artista e imprenditrice. Ma soprattutto immensa fonte di ispirazione.

@aMe
Andrea Magliano

Life in a day

3 Feb

Life in a day è considerato il primo esempio di social movie della storia.

La società di produzione dei fratelli Scott, la Scott Free,  in collaborazione con Youtube, ha invitato gli utenti di tutto il mondo a caricare un video che raccontasse il proprio 24 luglio 2010. A ciascun partecipante erano poste tre domande: Che cosa ami? Di che cosa hai paura? Che cosa hai in tasca?

Le persone hanno realizzato sugli 80.000 cortometraggi. Kevin Macdonald, Oscar per Un giorno a settembre, ha poi rielaborato il materiale fino a raggiungere i 95 minuti circa di durata. La parte creativa è duplice, affidata da un lato ai singoli registi che hanno proposto spezzoni di tutto il mondo e dall’altra al gigantesco lavoro effettuato in sala montaggio che tenta di coordinare e creare un unico filo conduttore.

Il video è gratuito e distribuito sul canale ufficiale di Youtube, qui incorporato. Seppur prevalentemente in inglese, è consigliabile la visione con i sottotitoli. Piccola critica in proposito. Anche se ben fatti, è stata creata una traccia per non udenti: in presenza di suoni o di musiche di sottofondo il testo si fa invasivo con messaggi tipo [musica angosciante crescente].

 

Partiamo dal punto dolente della pellicola. Il film ha una visione estremamente ottimista del nostro pianeta. Ogni riferimento negativo a guerre, malattie incurabili, drammi della vita sono qui rimossi. Le persone riprese in ospedale o affette da mali sono sulla via della guarigione. Ci si limita a qualche pistola nella borsa e l’unico episodio realmente negativo riguarda La parata dell’amore di Duisburg, evento in cui all’insaputa dei partecipanti persero la vita una ventina di giovani schiacciati dalla folla.

Ne esce un’immagine edulcorata e distorta di un mondo che è sì anche quello, ma che non lo è in toto. L’immagine della nostra natura è positiva e la morte diviene una presenza distante, anche nel regno animale, ridotta esclusivamente all’allevamento di carne necessario però alla propria sopravvivenza. Avverto della presenza di una scena ambientata in un mattatoio italiano.

Il regista decide di dare così un taglio ben mirato alla pellicola. D’altro canto è di per sé impossibile pensare di ridurre a un’ora e mezza l’intera varietà di umanità.

Macdonald preferisce accostare immagini di mentalità lontane e distorte, perché se è vero – ed è giusto ricordarlo sempre – che non esistono distinzioni di razze tra uomini, comunque l’uomo non presenta un unico spirito critico coeso e uguale.

Life in a day - Poster 2

Faccio fatica a effettuare una recensione di questo film dato che alla fine ci sono storie che più mi piacciono e altre meno, legate al carisma dei singoli protagonisti. Non esistendo una trama tradizionale, il lungometraggio ha la capacità di emozionare e meravigliare con verità che sono alla nostra portata tutti i giorni. Come per esempio la nascita. Perché se la morte è quasi del tutto assente i contributi evidenziano la nascita di una giraffa e la schiusa di un uovo di un piccolo pulcino. Fino al momento comico del padre che sviene in sala parto e l’infermiere che è costretto a tenergli alte le gambe per farlo rinvenire.

Ci sono altre storie che mi sono entrate nel cuore. Quella di un uomo coreano, non è importante per lui se del Nord o del Sud, che gira il mondo in bicicletta. O il racconto di due genitori che immortalano quel giorno come progetto di famiglia per ricordare la fine del cancro che ha colpito lei, riducendole la schiena a un campo minato di cicatrici. Il padre e il figlio piccolo che vivono in un piccolo e sporco appartamento giapponese con il quadro della madre morta in ogni stanza a cui rivolgere, appena svegli, un saluto con tanto di piccolo rito religioso. O la donna che si fa bella per incontrare trepidante il proprio uomo in servizio in Medio Oriente su Skype per poi crollare in un pianto di tristezza per la lontananza che è costretta a vivere.

Il film sviluppa vari momenti del nostro esistere, sottolineando come questi facciano parte della nostra natura umana. Dalla nascita a un nuovo risveglio, il bagno di prima mattina, la prima barba, il lavoro, il pranzo, i riti religiosi…

Al tempo stesso si mettono insieme le macroscopiche differenze. A volte dettate dai diversi gruppi a cui apparteniamo che producono un plus valore nell’individuo. Rendendo l’umanità così affascinante e mistica. I rituali induisti, le sagre e le feste in piazza dei paesi spagnoli, le lanterne luminose lasciate fluttuare, la vita nomade dei pastori. Sono quelle differenze che rendono speciale ogni luogo fisico e chi vi abita. Mi sorge una critica spontanea sul ruolo che assume la globalizzazione e la tendenza costante all’omologazione che rischiano di rimuovere la nostra storia, appiattendo l’intero concetto di cultura a meri valori imposti dal dio denaro.

Il montaggio gioca spesso per dissonanze. C’è l’immagine di un giovane omosessuale pronto a rivelare alla nonna il proprio orientamento e a essere accettato. Pochi minuti dopo un uomo alla domanda Di cosa hai paura? risponde che è terrorizzato dalle malattie e dunque anche dall’omosessualità.

Sottolinea come tante persone sono capaci di abbattere barriere socioculturali o politiche (un Coreano a cui non importa se del Nord o del Sud). Ne esistono però tante il cui maggior incubo è rappresentato da culture diverse che non possono comprendere.

Macdonald cerca di non esprimere nessun giudizio su quanto mostrato, limitandosi a esserne spettatore. È l’osservatore della specie umana che svela un rapporto simbiotico e contrastante con la natura, con l’artificio della città, con gli altri.

Sono stralci di umanità infinitamente complessa e fragile. Sarebbe bello poter comprendere ogni spiegazione dietro ciascun comportamento. Capire da dove nascano e soprattutto perché. Sono immagini di un’umanità desiderosa di coesione e al tempo stesso separata e incapace di convivere. Eppure le nostre gioie e le nostre paure sono le stesse ovunque ci troviamo. Non siamo mai soli, in niente. Nel bene e nel male. Ci sarà sempre qualcuno con cui avere qualcosa in comune da condividere.

Vorrei chiudere quest’articolo con il pensiero dell’ultimo contributo. Mi ferisce il cuore ogni volta che sento questa donna, perché so che cosa vuol dire. E perché trasuda tutta la forza, la debolezza, la solitudine, la consapevolezza della nostra condizione.

È quasi mezzanotte adesso e il tempo a mia disposizione per questo video sta per scadere. Ho lavorato tutto il giorno, di sabato…. La cosa triste è che ho trascorso tutto il giorno sperando che succedesse qualcosa di strabiliante, qualcosa di grandioso, qualcosa per apprezzare questa giornata e per farne parte e per… mostrare al mondo che ti può capitare qualcosa di bello ogni giorno della tua vita, nella vita di tutti. Ma la verità è che non accade sempre. E a me, oggi… in tutta la giornata, in realtà non è capitato niente. Voglio che la gente sappia che ci sono. Non voglio cessare di esistere. Non starò qui a dirvi che sono una persona meravigliosa, perché… non credo di esserlo… per niente. Penso di essere una ragazza normale, con una vita normale, non abbastanza interessante… per volerne sapere di più. Ma voglio esserlo. E oggi… anche se… anche se non mi è capitato niente di speciale, stasera mi sento come se fosse successo qualcosa di importante.

@aMe
Andrea Magliano

Omosessualità e omofobia

25 Nov

Questa è la storia di Andrea. Un altro Andrea, non io, la cui vita è finita tristemente all’età di 15 anni. Un giorno, tornato dal suo liceo romano, ha preso la sciarpa e si è impiccato, davanti al fratellino. E lì se ne è andato.

Andrea pare fosse gay e oggetto di costante derisione. Era preso in giro dai compagni, da chi gli stava intorno. Avevano costruito una pagina facebook appositamente per ridicolizzarlo. Una realtà troppo pesante per essere sopportata da un ragazzo di appena 15 anni.

Andrea amava vestirsi di rosa, metteva lo smalto, era eccentrico. A suo modo era diverso. Cercava una voce con cui esprimersi e trovare se stesso. In quella fase della vita in cui tutti cambiamo e cerchiamo la nostra identità.

Sono stati incolpati i compagni di classe e i professori per atteggiamenti omofobi, da loro ritrattati in una lettera aperta (la potete leggere qui). Hanno dichiarato che il ragazzo era sì stravagante, ma “Non era omosessuale, tantomeno dichiarato, innamorato di una ragazza dall’inizio del liceo”. La pagina Facebook invece non lo offendeva, ma nasceva per raccogliere i momenti felici di quel ragazzo. Andrea era insomma un bravo ragazzo, amato da tutti.

La famiglia chiede giustizia per il figlio vittima di bullismo e calunnia. Si sta ancora indagando sulla questione, ma la deputata Paola Concia, dopo un veloce incontro di due ore con i compagni di classe e con i professori, si sente già di assolverli. Sono sconvolti e rattristati per la perdita. La scuola non è omofoba, anzi è aperta alla diversità. Anzi il ragazzo “aveva oggettivamente dei problemi familiari” (qui le dichiarazioni).

Questi sommariamente i fatti.

Permettetemi di dire questo. A me non interessa se Andrea era omosessuale o meno. Lo sapeva lui e non è il colore di un vestito o l’originalità di una persona a dirmi il suo orientamento, né mi crea un problema il gusto sessuale di una persona. Non posso però che essere rattristato da quanto successo. Andrea è prima di tutto una persona, questo è ciò che conta. Una persona prima ancora del suo orientamento, del suo vestiario, del suo comportamento. Un ragazzo che a 15 anni ha deciso di farla finita. Questo è ciò che mi mette tristezza dentro.

Non amo la santificazione o la demonizzazione delle parti in causa. Né voglio che Andrea sia trasformato in martire da parte della comunità omosessuale. Andrea è un individuo.

Rifiuto di credere alle affermazioni dei compagni che improvvisamente amano tutti follemente il loro coetaneo deceduto, arrivano ad affermare che la pagina incriminata altro non era che un gioco scherzoso a cui lui stesso partecipava. Trovo ridicolo quando affermano che lui non era omosessuale, tantomeno dichiarato. Andrea sapeva i suoi gusti e il resto non conta.

Andrea era troppo sensibile, non è stato forte a sufficienza per affrontare questo mondo da solo. A 15 anni viviamo una fase molto difficile della nostra vita, transitoria, in cui tutto si mette in discussione, si rimodella, si anima di nuove esigenze. Ma è un cambiamento duro per tutti, non facile da digerire.

Andrea è soltanto l’ennesima vittima di un sistema che non accetta il diverso. Se non sei uguale agli altri sei sbagliato. E se sei un uomo non ti devi mostrare sensibile, il rosa è frufru e l’omosessuale non è un uomo. Questi pensieri sono frutto di una società ignorante. Si parla costantemente di progresso. Il mondo cambia, evolve. Diventa più intelligente. L’età media cresce e la medicina trova soluzioni a nuove malattie.

Eppure ancora non riusciamo ad accettare una persona che si comporta fuori dagli schemi o lo giudichiamo sulla base di un gusto sessuale. Davanti a ciò, come si fa a parlare di progresso? Come si fa a parlare di progresso quando Andrea altro non è che l’ennesimo adolescente che ha trovato nella morte la sua salvezza?

Mi spaventa l’Italia. Si rivela un paese fortemente retrogrado e obsoleto. Mentre i paesi occidentali iniziano a riconoscere i diritti alle coppie di fatto, omosessuali, riconoscono l’esigenza di tutelare quella comunità che non è una semplice nicchia, ma è una realtà che in quanto tale va tutelata, l’Italia resta dietro a tutti. Abbiamo una classe politica malata, pregiudizievole, sporca e omofoba. E la legge antiomofobia persiste a non essere approvata, si posticipa non essendo per loro un problema serio. Si incentivano atteggiamenti omofobi e aggressivi, complice la presenza della Chiesa romana.

Credo che chiunque di noi possa essere religioso, ma la religione non può nel 2012 restare un modello finalizzato allo status quo. Utile a mantenere la paura e l’ignoranza. Si può essere religiosi, accettando il diverso. Del resto al carissimo mondo cattolico che tanto parla di moralità e di correttezza mi viene da rispondere:

Non giudicare se non vuoi essere giudicato. Dio ama tutti incondizionatamente.

In Italia si tacciono su questi crimini. E la prima cosa che tutti si sono sentiti di dire era che Andrea non era omosessuale, anzi era normalissimo!

Ho a volte veramente paura di questo mondo e soprattutto di questo paese. È retrogrado e lo resterà ancora a lungo.

Mi auguro sempre che ci possa essere un cambiamento di mentalità all’interno di ognuno. E la storia ci insegna che a volte è possibile. Dal movimento delle suffragette a quello nero. E chissà che un domani anche la comunità LGTB avrà essa stessa il proprio riconoscimento. Forse è una mera utopia. Mi auguro di no.

Tornando ad Andrea, spero con tutto il cuore che adesso abbia trovato la pace, abbia trovato quell’armonia di cui sentiva il bisogno. Spero che, se esiste un Dio lassù, lo abbia voluto con sé per un disegno più grande.

Ma l’amarezza mi pervade. Non si può terminare una vita a 15 anni…

@aMe