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Trip

18 Mar

Il post è un po’ particolare. Accomodatevi. Allacciate le cinture. Si parte!

In inglese la parola trip significa viaggio. La nostra escursione inizia nel 1865 nell’Inghilterra vittoriana. Charles Lutwidge Dodgson era un matematico e logico di estremo talento, nonché un grande fotografo e scrittore. Ma la storia si ricorderà difficilmente il suo nome, preferendogli lo pseudonimo Lewis Carroll.

Secondo la leggenda, durante una gita in barca con tre bambine, tra cui Alice Pleasance Liddell, racconta una storia molto fantasiosa e piuttosto irriverente di cui la stessa Alice è protagonista. La bimba cade nella tana del coniglio bianco e arriva così nel Paese delle meraviglie, un posto scriteriato di petulanti fiori, regine irascibili dal Tagliatele la testa! facile, uomini-carte, cappellai matti e molto altro.

Alice nel paese delle meraviglie e il suo seguito Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò divennero tra i libri, per l’infanzia e non, più famosi della storia. Poco importa se su Dodgson sono calate accuse (mai chiarite) di pedofilia, complici un discutibile rapporto con Alice e numerose foto di bambine, talvolta in pose succinte o in nudi.

Nel 1951, dopo svariati infruttuosi tentativi, Walt Disney presenta forse l’adattamento più celebre e discusso dell’opera di Carroll. Il suo Alice è reo di aver apportato sostanziali e opinabili modifiche all’originale, incapaci di tradurre l’arguzia e l’ironia di Carroll. La protagonista si tinge di biondo ed è catapultata in un mondo illogico abitato da pazzi e da colori eccentrici.

Il film ebbe un’involontaria seconda vita e la definitiva consacrazione a opera ultra-pop grazie alla canzone White rabbit (1967), cantata da Grace Slick, entrata da poco nei Jefferson Airplane. La canzone si ispira nel testo alla storia di Alice e nella struttura musicale al Bolero di Ravel.

Divenuta celebre grazie all’esibizione al Festival di Woodstock (1969), White rabbit rapisce l’ascoltatore con un crescendo musicale ipnotico che trova nel suo massimo la totale e improvvisa interruzione. Il testo omaggia l’opera di Carroll, pur con qualche licenza artistica, intravedendo nelle avventure psichedeliche della bimba le antesignane di quelle sotto acidi e stupefacenti, come l’LSD, che si diffondevano rapidi tra gli artisti e i giovani.

“One pill makes you larger and one pill makes you small.
And the ones that mother gives you don’t do anything at all.
Go ask Alice when she’s ten feet tall. […] 
[…] Feed your head!”

A partire da questi anni il termine trip si avvale di un nuovo significato: il viaggio mentale, lo stato di alterazione psico-fisica dovuto all’assunzione di droghe e sostanze allucinogene.

Molti artisti e intellettuali dichiararono di far uso di sostanze illecite, inserendo continui riferimenti nella cultura popolare. Se vi sorprende il testo di White rabbit, pensate alla ben più nota Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles, le cui iniziali non sono casuali.

Anche l’Italia vanta un caso interessante. Sotto le note di un appassionante e sofferto tango, Giovanni Lindo Ferretti descrive un amore totalizzante che si rivela prima distruttivo, ma tuttavia indispensabile e consolatorio, all’interno della sua Amandoti.

“Amarti m’affatica, mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto.
Amarti m’affatica, mi dà malinconia. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora, fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.
Amami ancora, fallo dolcemente. Solo per un’ora, che sia per sempre.
Amarti mi consola, le notti bianche. Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti.
Amarti mi consola, mi dà allegria. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.”

Leggendo tra le righe, si notano le parole di un (oggi ex) eroinomane che racconta il contraddittorio rapporto con la sua dipendenza, causa di sbalzi d’umore e tossica per il fisico e la mente.

Nel 2004, Gianna Nannini consacra la canzone al successo. Mantenendo inalterata la struttura del tango accompagnato da archi e da un tono graffiante e sporco, poi abbandonato e liberatorio sul finire, la sua cover dà l’idea di una profonda preghiera al partner.

Possono due versioni così identiche avere interpretazioni così lontane? Può l’amore della Nannini essere più sano della droga di Ferretti? Ciò a cui alludo è che entrambe non descrivono dei rapporti salutari. C’è sì la speranza di un rapporto che pur difficile è possibile, ma questo rivela la sua natura alienante e sfibrante.

Quando si parla di droghe, intese come sostanze illecite, si associa il termine di dipendenza. La dipendenza è una situazione di insoddisfazione personale che provoca un persistente bisogno verso qualcosa. Il termine di dipendenza non è però automaticamente associato a quello di droga in senso stretto. Esistono dipendenze da fumo, alcol, cibo, farmaci, ma anche da sesso e persino dipendenze affettive.

In questo caso il partner intravede nelle attenzioni verso l’altro la sua ragion d’essere e la possibilità di colmare un vuoto personale. L’amore perde la sua dimensione salutare e lascia spazio alla gelosia, alla paura dell’abbandono e alla disattenzione dell’altro, spesso una persona sfuggente, creando una dimensione di tossicodipendenza. Qui per approfondimenti.

La definizione di droga è dunque da intendere nella sua accezione più ampia come tutto ciò capace di creare assuefazione e limitare la nostra autonomia, sia esso un alimento, un medicinale o ancora una persona. Spesso non è l’oggetto in sé a essere sbagliato, ma l’uso che ne facciamo.

Dopo 150 anni di peregrinazioni il nostro viaggio giunge al termine. In pieno post-modernismo, è interessante osservare come tutto appare strettamente collegato e niente mai realmente nuovo. Si tratta solo di riletture diverse che ne espandono i significati originali. Perché il passato racconta anche la storia del nostro futuro. E niente è per forza ciò che appare. C’è sempre un segreto pronto a essere svelato. Come ciò che si nasconde dietro un’illusione.

Il mio trip termina qua. Spero che il prezzo del biglietto ne sia valso la pena.

©®aMe
Andrea Magliano

Nonostante l’oggetto del post, il sottoscritto non sostiene l’uso di sostanze illecite.

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Essex

11 Mar

Breve premessa: i fatti qui accennati sono realmente accaduti e, vista la loro drammaticità, potrebbero urtare la sensibilità di alcuni.

Oggi ridente località turistica affacciata sull’Oceano Atlantico, l’isola di Nantucket era nota in passato per le baleniere e perché qui Herman Melville ambienta il racconto di Moby Dick.

Nel romanzo, il capitano Achab si scontra contro la balena del titolo. Melville costruisce una storia di vendetta e di ossessione, allegoria della condizione umana e del suo rapporto con la natura, destinata al fallimento. Il bianco animale, misterioso nella sua natura non umana, diventa metafora di un creato irraggiungibile e malvagio.

Lo scrittore trae ispirazione da due fatti di cronaca. C’è la storia del capodoglio albino Mocha Dick, un maschio adulto che viveva nel XIX secolo al largo del Cile, ora gentile e ora incredibilmente violento. Lo scrittore però vuole omaggiare la triste e celeberrima avventura dell’Essex conclusasi nel 1820.

Essex_photo_03_bPartita dall’isola di Nantucket e doppiato faticosamente Capo Horn, la baleniera si spinge su rotte quasi inesplorate al largo del Pacifico per sopperire alla finora irrisoria pesca. Alle porte dell’inverno, i capodogli si preparano alla stagione degli accoppiamenti. Una volta avvistati, l’equipaggio cala tre lance puntando un esemplare maschio che prima di fuggire ribalta una delle imbarcazioni.

In un clima di sospesa incredulità, l’animale riemerge colpendo l’Essex e scompare prima di affiorare di nuovo e affondare la baleniera. Venti persone si salvano a bordo delle due lance con poche provviste. Questo però è solo l’inizio dell’incubo. Gli uomini decidono di navigare verso il Cile.

I superstiti trovano un atollo disabitato (l’isola di Henderson) che saccheggiano rapidamente. Tre di loro decidono di attendere i soccorsi, mentre gli altri ripartono finendo alla deriva. I viveri terminano presto e la fame e la disidratazione portano i primi morti. Resta una soluzione: cibarsi dei loro corpi. Dopo 78 giorni, i naufraghi sono costretti ad abbandonare l’ultimo briciolo di umanità rimasto. Tirando a sorte individuano un compagno da uccidere e mangiare.

Solo il comandante e il primo ufficiale, Chase, che racconterà la triste vicenda prima di impazzire, giungeranno a terra. Mesi dopo saranno portati in salvo anche gli uomini sul piccolo atollo.

Come è facile intuire, questa storia sconvolse l’opinione pubblica e ha aperto le porte a numerosi interrogativi. Al di là del dramma del naufragio, un episodio non così infrequente nella storia, ciò che colpisce è il cannibalismo a cui sono indotti gli uomini.

A lungo si è puntato il dito contro l’uomo cannibale incivile da addomesticare. I valori della cultura umana qui decadono poco a poco avallati soltanto dalla necessità di sopravvivere. L’uomo non è più tale, diverso dalle bestie, ma pur sempre un animale. Non è più importante chi siamo, da dove veniamo o cosa indossiamo. Conta un istinto che riemerge nel momento di maggiore difficoltà. La storia dell’Essex (ma al cannibalismo furono spinti anche i superstiti del disastro aereo delle Ande del 1972, qui) ci ricorda l’annosa domanda: l’uomo di cosa è realmente capace?

L’equipaggio è stato costretto al cannibalismo dalle circostanze. Li si può giustificare? Spesso tendiamo a fare simulazioni di situazioni estreme per capire come ci comporteremmo, ma si tratta pur sempre di falsificazioni che il nostro cervello riconosce come tali. In un contesto analogo cosa avremmo fatto pur di sopravvivere?

Tornando all’affondamento, il caso dell’Essex è oggetto di studi anche per altri motivi. Ad oggi risulta l’unico naufragio causato volontariamente da un cetaceo. Questi animali tendono a fuggire di fronte al pericolo, ma il capodoglio pareva seguire una strategia di attacco come se sapesse che il vero nemico non era tanto la piccola quanto la grande imbarcazione. Questa convinzione può suggerire forse un’intelligenza animale superiore?

Secondo altri, l’odontecete ha reagito solo in preda al panico, magari confuso dopo il primo urto. Inoltre, durante la stagione degli amori i maschi diventano più aggressivi e nella baleniera potrebbe aver riconosciuto semplicemente un rivale. Ciò pertanto sarebbe solo sintomo di un istinto naturale.

È interessante osservare infine come Chase descriva il capodoglio sui 25 metri (dimensioni notevoli, ma nella norma), quando oggi raramente toccano i 18. Poiché è impensabile una tale miniaturizzazione in poco più di due secoli, si presume che la caccia intensiva abbia ridotto drasticamente il numero di individui adulti. Ne Il mondo d’acqua di F. Schätzing, si stima che nell’arco di 300 anni la popolazione di capodogli sia calata da 3 milioni a 10.000 esemplari, in pratica un’estinzione di massa.

In natura tutto si basa su un delicato equilibrio ed eventuali mutamenti di uno o più tasselli sono diluiti nell’arco di migliaia di anni, pena l’avaria dell’intero sistema.

L’uomo che cerca di sottrarsi alle sue regole aspira al ruolo del capitano Achab. Anche se già sappiamo chi tra lui e Moby Dick ha avuto la meglio.

©®aMe
Andrea Magliano

Il quinto giorno

11 Feb

Per quanto sembri assurdo, l’uomo conosce più l’universo che il suo stesso pianeta.

Ancora oggi ignoriamo molte specie viventi, passate e presenti, ed esistono luoghi inesplorati o avvolti nel mistero. Per esempio sappiamo ben poco dei fondali marini e in generale degli oceani che ricoprono i due terzi del pianeta. La fossa delle Marianne, il punto più profondo con i suoi circa 11mila metri, è stata raggiunta da solo tre persone, tra cui James Cameron, il regista di Titanic e Avatar, nel 2012.

Assodando l’idea dell’evoluzione, gli scienziati stimano che oltre il 90% delle specie viventi mai apparse sul pianeta risulti estinto e l’uomo, membro del regno animale, è solo uno dei moltissimi possibili rami evolutivi. Si dà per scontato che la vita provenga dal mare, ma ancora non si conoscono le sue origini.

Tra le pseudoscienze si annovera la criptozoologia, lo studio di animali sconosciuti o ritenuti teoricamente estinti, ma di cui si hanno prove circostanziali. Capita che alcuni di quei mostri si rivelino reali come il calamaro gigante. Il mare con  i suoi misteri fornisce molto materiale. Lo sapete che nel 1997 fu captato un rumore nelle profondità del Pacifico, il Bloop (qui), e si pensa sia riconducibile o al distacco dei ghiacciai in Antartide o a una creatura gigantesca non ancora scoperta? O conoscete i globster, enormi masse gelatinose organiche spiaggiatesi, derivanti spesso da carcasse di balena in decomposizione e altre volte dall’origine ignota?

Nel 1979, l’inglese James Lovelock formula la teoria di Gaia, l’altro nome con cui è chiamato il nostro pianeta. Secondo tale ipotesi, il mondo è immaginabile al pari di un essere vivente che vive e si evolve in simbiosi alle altre specie che lo abitano in un delicato equilibrio.

Queste sono alcune delle premesse che portano Frank Schätzing alla pubblicazione nel 2004 di Der Schwarm (letterale Lo sciame), edito in Italia da TEA con il titolo Il quinto giorno.

Il quinto giorno

Copertina essenziale con quello che sembra un iride blu che spia il lettore, è un thriller ecologista fantascientifico degli oceani. Partendo dallo stato dell’arte della scienza, l’autore prova a rispondere ad alcuni di quei misteri imbastendo una storia in cui ogni elemento è plausibile grazie alla collaborazione di tecnici e teorici nella stesura. Il risultato è un racconto ben distante dalle solite americanate, capace di toccare nelle oltre 1.000 pagine numerosi temi dall’ecologismo alla filosofia, dall’economia alla politica e persino la religione.

Secondo la Bibbia in quel quinto giorno Dio creò gli oceani e le creature marine.

Il primo evento è datato 14 gennaio. Al largo del Perù un giovane pescatore esulta dopo settimane di magra per l’abbondanza di pesci. D’un tratto il banco rompe la rete e rovescia la piccola imbarcazione. Nel tentativo di riemergere, i pesci si compattano come fossero una cosa sola impedendo la risalita.

A marzo l’azienda energetica norvegese Statoil scopre che lo zoccolo continentale, ricco di giacimenti di idrati di metano, è invaso da milioni di vermi sconosciuti intenti a scavare nel terreno. Nessuno sa il motivo, né da dove arrivano, ma la loro azione nel lungo periodo potrebbe causare un cataclisma.

Vancouver Island, nota per l’attività di whale watching, è sconvolta dal comportamento anomalo dei cetacei. I giganti buoni prima scompaiono, poi attaccano le imbarcazioni in quelle che paiono azioni di gruppo coordinate.

Nel giro di qualche giorno le anomalie si estendono globalmente. Gli attacchi si fanno sempre più violenti e rapidi, portando alla morte di centinaia di milioni di persone. C’è un altro elemento comune: una strana bioluminescenza blu. Gli stati creano un comitato anticrisi al cui vertice si pongono gli USA, con il vero obiettivo di aumentare la loro influenza politica. Chi è il vero nemico in questo scenario?

Nonostante la dimensione del libro e la presenza di molte, ma necessarie, spiegazioni scientifiche, facilmente raccontate per un pubblico generico, Il quinto giorno diventa un bestseller mondiale. Con un ritmo serrato, l’autore incolla il suo lettore in una storia realistica che non ha confini geografici e i cui eventi avvengono in un anno non specificato del nostro tempo.

Snocciolando notizie reali di attualità, evidenzia come l’uomo si sia convinto, anche grazie alle religioni occidentali, di essere re del pianeta, pur trattandosi di un mero ospite del progetto evoluzionistico. Responsabile dell’inquinamento delle acque, si macchia dell’estinzione di interi ecosistemi grazie a tecnologie o allo sfruttamento intensivo delle risorse marine. In questo contesto non esistono paesi virtuosi.

Si critica la natura litigiosa dell’uomo in cui l’unità di specie è subordinata all’interesse politico-economico. Mentre tutti sono vittime, la CIA sostiene l’idea che si tratti di un attacco terroristico arabo ignorando la scala globale del dramma. Gli USA intervengono con lo scopo di sterminare il nemico e di rafforzare il predominio, particolare che avrà un triste risvolto nell’epilogo.

A fronte di tale spirito, si può osservare la natura non-artificiale che opera coordinata per il perseguimento di un obiettivo condiviso. Esiste un cervello dietro, forse una forma ben più intelligente dell’uomo presuntuoso, che gli ricorda il suo non essere all’apice della catena. Ma questo cervello non è per forza migliore di noi essendo disposto a lanciare animali kamikaze nel suo piano. Né è esattamente ciò che molti si aspetterebbero.

L’artificio umano è precario. Schätzing ricorda come l’uomo abbia necessità dell’acqua per vivere. Da sempre la civiltà si è sviluppata in prossimità dell’acqua, ma ancora oggi i trasporti delle risorse materiali avviene tramite mare. La nostra sopravvivenza dipende dalla corrente del Golfo, che impedisce la nuova era glaciale. Ma in generale è Gaia che sopravvive grazie a un delicato equilibrio e noi con essa. E il punto di non ritorno è già stato superato.

Mi piacerebbe condividere con voi l’epilogo che infligge il colpo più pesante di tutti, sconsigliato a chi vuole leggere il libro. SPOILER Gli attacchi sono causati da una specie sconosciuta, gli yrr, esseri unicellulari strutturati in una società complessa presente fin dalla Pangea. La forma di vita più semplice si rivela la più evoluta ed efficiente. Rispetto agli uomini sono capaci di memorizzare la storia nel loro DNA. Mentre gli USA cercano un veleno per sterminarli (ma che ruolo hanno realmente nell’ecosistema? Quanti e dove sono?), un gruppo di scienziati trova un inganno per far cessare gli attacchi. È però una vittoria di Pirro. La fiducia verso l’America crolla definitivamente e gli stati iniziano guerre reciproche per appropriarsi delle risorse. Segue inoltre il crollo delle religioni occidentali a vantaggio di quelle orientali e dell’animismo. Se è difficile accettare l’esistenza di altre forme di vita intelligenti, decadono i testi sacri che nell’uomo vedono erroneamente il disegno divino e il compito di governare il pianeta. Che senso ha la vita e qual è il nostro ruolo? Siamo forse un errore del destino? E la pace con gli yrr per quanto durerà e chi avrà la meglio? FINE SPOILER.

Sottolineando la fragilità della nostra natura, la storia è possibile scientificamente e ciò ne aumenta il terrore. Siamo davvero noi i padroni ultimi della vita?

Non guarderete più il mare con gli stessi occhi.

©®aMe
Andrea Magliano

Lisa

6 Nov

“Ciò che rende Lisa più di una santarellina è la sua acuta sensibilità e la sua voglia di felicità. La natura conflittuale del dovere morale, con la sua tendenza a richiedere sacrifici personali, è rappresentata qui in tutta la sua intensità. In lei si riconosce tutta la sofferenza di un bambino precoce e sensibile che si impegna a rispettare un principio autodeterminato. Il suo grande amore per la vita e per la bellezza, che non è da meno rispetto a quello che prova per la verità e il bene, si manifesta nella frustrazione e nel dolore che esprime attraverso le melodie tristi e struggenti del suo sassofono. Kant sostiene che la bellezza e l’arte offrano la possibilità di una vita morale più alta. Quando la vita reale sembra riservare poca attenzione, se non addirittura ignorare tale possibilità, l’addolorato grido dell’anima di Lisa trova espressione nel gemito di un sassofono. Grazie al personaggio di Lisa la serie dei Simpson non ci permette di dimenticare la profondità della tragedia.”

(da I Simpson e la filosofia, pag 177)

Cara Lisa,
è da tanto che volevo scriverti. Ho provato e riprovato, ma non ero mai convinto e alla fine ho riempito un cestino! Sono un tuo grande fan da quando alla tua età ho incominciato a seguire le (dis)avventure della tua sgangherata famiglia.

Perché ti scrivo? Quando ti vedo sullo schermo provo una forte empatia. Mi identifico e mi rivedo ieri come oggi, certo con le opportune differenze. Vorrei avere per esempio anche solo un briciolo della tua immensa intelligenza e cultura. Come te, vorrei essere capace di reinventarmi con successo in nuovi e disparati ambiti dall’oggi al domani (hai persino guidato il dr. Nick nell’operazione al cuore di Homer! Io sverrei alla prima goccia di sangue!). E poi hai la testa a stella e le perle al collo!

Sai Lisa, nella tua invidiabile città mi sembri un personaggio interessante. A un primo sguardo, sembri la solita secchiona, quella casa e scuola e zero divertimento. Quello è Martin! Sei una persona curiosa che va bene (anche) nello studio. Come tutti hai i tuoi alti e bassi. Si sente la pressione, quella che ti mettono gli altri e quella che autoalimenti, perché si aspettano sempre il massimo. Però non ne vale la pena, anzi è bello ogni tanto tirare il freno e fermarsi a respirare. Non lasciarti ingabbiare nelle solite macchiette. Come quando pensavi che Maggie fosse più intelligente di te e ti sei sentita nuda e priva di scopo. Non sei una maschera.

Mi piaci perché sei precoce e sensibile. All’età di 8 anni guardi i film d’essai mentre io, pur amando il cinema, spesso mal digerisco questi noiosi polpettoni! Le tue letture spaziano dai filosofi greci al giornalino del tuo beniamino Corey. Una piccola donna adulta che ogni tanto ricorda la sua vera identità con i feticci di infanzia! Tu Grattachecca & Fichetto, io i Pokemon (ma solo perché Grattachecca non è trasmesso in Italia!).

Sei anticonformista e vedi lontano. Vegetariana, buddista, femminista… prima che tutti questi termini diventassero una moda. Sai essere buona o aggressiva. E di tanto in tanto pure ipocrita e pedante! Combatti per quel che credi, spesso utopisticamente. Sai rinunciare a milioni di dollari per un tuo ideale. Non so se ne sarei stato capace, lo devo ammettere.

Capisco che questo non aiuta a essere accettata e amicona. Magari risulti snob e antipatica. Sai cosa ti dico? Diffida da chi è amico di tutti, perché non lo è di nessuno. Non cercare di essere accettata da chi non ti merita e per loro non cambiare. Ti ricordi quando sei andata in vacanza a Little Pwagmattasquarmsettport quanti amici hai trovato che ti hanno apprezzato per quel che sei? Lo so, sono lontani e non li vedrai spesso, vorrà dire che viaggerai! Quando hai incontrato Gaga, eri rassegnata per essere la meno popolare della scuola. Mi hai commosso. Ché eri di un’emozione disarmante. Il tuo volto non era né un broncio né un sorriso, ma una spenta linea piatta che si è riaccesa quando hai capito di essere Lisa Simpson Superstar!

Ti ho visto disperata per il futuro, intrappolata dalla tuttologia e da un test attitudinale che ti ha definito casalinga. Devo ammetterlo, da sempre ho anch’io questa paura… E sono pure disoccupato! Però abbiamo dei sogni che non ci possono portare via. Abbiamo la nostra fantasia e la nostra immaginazione con cui volare. Capisco quando ti senti un pesce fuor d’acqua in una realtà provinciale a cui non appartieni. Ma siamo sempre in una goccia di un oceano vastissimo. Perciò dobbiamo solo nuotare e trovare il nostro angolino!

Mi ha colpito il rapporto speciale con il tuo sax, la chiave per fuggire verso un altro mondo di dolci visioni che disegni con le tue note. E non dare troppo peso a chi dice che non diventerai una sassofonista per via delle dita tozze. Per me lo sei, al di là della tecnica o di qualsiasi altro ostacolo. Ci sono persone che parlano dritte al cuore e tu sei una di loro.

Un saluto cara Lisa, continua a lottare 🙂

©®aMe
Andrea Magliano

AndreaMagliano_I Simpson

Filosofeggiando…

Una lettera/tributo immaginaria a Lisa Simpson. Per chi volesse conoscerla, vi rimando ad alcune puntate: Lisa sogna il blues (1×06), Un mare di amici (7×25), Il sassofono di Lisa (9×03, che include la struggente Baker Street suonata da Lisa, qui), Lisa goes Gaga (23×22, consigliata in inglese per l’ottima interpretazione della doppiatrice Yeardley Smith).
I Simpson e la filosofia (Edizioni ISBN) è una raccolta di brevi saggi nei quali diversi autori analizzano personaggi e temi del noto serial televisivo grazie al contributo di numerosi filosofi.

Countdown: -5.

The giver – Il donatore

7 Set

Prendete carta e penna e immaginate il vostro mondo perfetto. Osservatelo. E adesso ditemi: come è fatto?

Magari è un mondo dove non esiste frustrazione, l’amore è sempre corrisposto, non c’è crisi d’identità, la gente non è affarista, non esistono le guerre. Nessuna malattia e nessuna discriminazione. Nessuna differenza sociale. Nessun tipo di sofferenza. Siete estasiati da una tale visione?

The Giver - Il Donatore di Lois Lowry

Lois Lowry immagina un mondo simile. È una situazione idilliaca e perfetta. Per averla, però, si è dovuto scendere a una lunga serie di compromessi. Sono stati aboliti i colori, le stagioni, gli impulsi sessuali, i sentimenti. Le famiglie sono formate dalla Comunità degli Anziani che vigila sul villaggio. La stessa organizzazione assegna ai bambini, al loro dodicesimo anno di vita, la professione che dovranno compiere. E decide quando congedare un anziano.

In un ambiente così ferreo e rigido, ma pur sempre funzionale e funzionante, a Jonas è assegnato il compito più strano e impegnativo dell’intera comunità. Un incarico conferito una tantum. Sarà il nuovo Accoglitore di Memorie. Il Donatore avrà l’onere di trasmettergli la storia, la memoria, le emozioni dell’umanità. E l’Accoglitore di Memorie è l’unico a poter mentire al resto della società.

The Giver è un libro controverso. Fa parte della categoria Young Adult, romanzi che si rivolgono a un pubblico di giovani adulti, ma trasmette un messaggio molto maturo per il suo target. Ha il coraggio di parlare di temi forti, come l’eutanasia, il suicidio, il sesso a un pubblico teoricamente piccolo. Il libro è stato per questo censurato in molte scuole e dal 1993, anno della pubblicazione, ha ottenuto una nuova vita soltanto negli ultimi anni.

Il romanzo è spesso paragonato a 1984 di Orwell. Entrambe le opere mostrano una realtà dittatoriale, seppur diametralmente opposta. Se nel secondo è una natura oppressiva, qui si trasforma in un mondo idilliaco e repressivo. Tutto ciò che può portare all’individualizzazione è annullato e definito da un gruppo di saggi che mantiene lo status quo attraverso richiami mirati via megafono e decidendo tutto, dalla vita alla morte.

Non c’è la necessità di ribellarsi perché il mondo è vissuto in armonia. Non esistono colori. La proprietà è a rotazione collettiva. I primi pruriti sessuali sono spenti sul nascere con una pastiglia. I nuclei familiari e l’assegnazione dei figli, nati dalle Partorienti, sono imposti. Tutto per il nostro bene. E fino a quando non si scopre ciò che è celato, giusto o sbagliato, non ci si può ribellare.

Il Donatore trasmette allora una memoria oramai perduta al piccolo Jonas, mostrandogli che cosa è stata l’umanità, fatta di sofferenza, guerre e carestie, ma anche di dettagli felici, emozionanti come il Natale, l’amore, l’affetto. Jonas scopre poi che la natura del caso è stata abolita per un volere puramente razionale. Una persona quando è troppo anziana o poco conforme all’ordine del villaggio è accompagnata al congedo, ovvero un suicidio assistito.

Se escludiamo però tutto ciò che caratterizza la vita umana, emozioni giuste o sbagliate, che cosa resta della nostra natura? Il paradiso si trasforma così in un inferno, dove non esiste personalizzazione e dove tutti sono uguali e la vita stessa diviene sterile. La nostra felicità non può prescindere dal nostro dolore, perché è dalla sofferenza che riusciamo a cogliere gli aspetti migliori delle cose.

Un uomo si può definire libero quando ha la possibilità di scegliere come meglio intraprendere il proprio cammino. Le diverse cadute in questo percorso fanno sì male, come quando si cade dalla bicicletta, ma sono necessarie alla nostra crescita interiore. Non sempre i percorsi conducono alla felicità o alla nostra pace, ma sono pur sempre corretti se avvallati dal libero arbitrio.

La perfezione diventa non quel mondo totalmente ordinato, bensì quello imprevedibile guidato dal caos. Fatto di colori e disuguaglianze. Perché la natura è ingiustamente giusta nel suo equilibrio, senza l’intervento di una mano ulteriore, di origine umana.

Cancellare la nostra memoria (similarmente a Se mi lasci ti cancello) diventa estremamente dannoso perché è proprio in essa che tramandiamo noi stessi. È ciò che ci rende personaggi tridimensionali e a nostro modo perfetti. Ognuno è diverso ed è in questo che troviamo la nostra bellezza e la nostra dimensione.

Perché il segreto della vita forse è questo. L’imperfezione.

©®aMe
Andrea Magliano

Recensione originariamente scritta il 4 dicembre 2012, revisione del 6 settembre 2013.