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Pleasantville

18 Feb

L’educazione è molte volte costellata più dai no che dai sì. Fin da bambini ci insegnano che determinate parole non andrebbero dette e certe cose fatte. I genitori ci guidano in questo cammino, ma un ruolo fondamentale lo ricopre la società con il suo codice etico-morale.

Nella negazione di qualcosa si nasconde talvolta la miccia della ribellione o il semplice desiderio di cambiare. Ogni generazione rifiuta gli assolutismi della precedente e interviene sulla propria strada. Alcune idee ottengono successo e altre sono destinate ad arenarsi, a torto o a ragione.

La società muta e con essa il suo insieme di valori. Si ottengono nuovi diritti che per quanto oggi si diano per scontati così non erano. Nonostante ciò, si parla spesso di una sorta di involuzione. La nostra testa vaga nel ricordo del passato e rimpiange l’era dorata dove tutto sembrava impeccabile e invidiabile.

Questa sembra l’idea di David, un adolescente della provincia americana. David sa a memoria le battute di Pleasantville, serie anni ’50 in b/n, che propone un’immagine idilliaca della famiglia e della realtà, nettamente migliore della sua vita. I genitori divorziati sono assenti, la sorella fa la cattiva ragazza e a scuola si parla di disoccupazione, HIV e calamità.

La sera della maratona televisiva i due fratelli, usando un telecomando ricevuto da un misterioso anziano, si ritrovano bloccati in quella realtà in scala di grigi nei panni di Bud e Mary Sue, i ragazzi protagonisti. Ma sarà un sogno o un incubo?

Gary Ross, agli esordi registici, dirige i giovani Tobey Maguire e Reese Witherspoon in Pleasantville (1998). Con un tocco poetico e mai volgare, il film racconta della perdita dell’innocenza attraverso lo scontro tra la vecchia e la nuova società.

A Pleasantville tutto splende. Non piove mai e i pompieri, non conoscendo il fuoco, salvano i gattini sugli alberi. Le famiglie sono perfette e ogni sera il marito, rincasando dal lavoro, trova la cena servita e la moglie sorridente. Nessuno conosce il sesso e non esistono letti matrimoniali. I libri sono pagine bianche rilegate e la squadra di basket, anche con tiri improbabili, non perde mai.

La mentalità moderna produce una rivoluzione che come un virus si diffonderà tra gli abitanti. Partendo dalla scoperta del sesso, della ricerca della felicità e dei sentimenti umani, Pleasantville inizia a colorarsi. Prima è un’innocua rosa, poi una palla che non centra il bersaglio fino alla pelle dei protagonisti. Come la storia insegna, ogni cambiamento non è indolore.

Pleasantville2

Ross costruisce un corale percorso di formazione in cui è evidente la critica al perbenismo e all’ipocrisia anni ’50 e alla finzione televisiva che trasmette(va) un’immagine edulcorata della realtà. Dietro i sorrisi e l’apparente idillio si nasconde l’infelicità e la paura del diverso che non necessariamente proviene dalla difficoltà di accettare il nuovo, ma anche del prendere coscienza di sé. 

Facendo un paragone azzardato, il film crea un affresco sull’evoluzione sociale. Il puritanesimo della città di Pleasantville è scosso dalla rivoluzione sessuale. Il primo colore scaturisce dalla scoperta delle pulsioni carnali e persino dalla naturale masturbazione, qui declinata in quella femminile (qui), più delicata e ancora oggi oggetto spesso di tabù. A riguardo, si pensi agli studi di Kinsey a cavallo tra gli anni ’40 e ’50.

Gli abitanti, automi che non pensano ed eseguono le azioni come se recitassero un copione, iniziano a interrogarsi su cosa esiste oltre i confini cittadini. L’arte si anima e muove il pensiero e la coscienza, scontrandosi con la censura. Si organizzano falò per bruciare i libri e si mettono a tacere gli artisti.

L’altro grosso rimando è alla segregazione razziale. La società dei bianchi, ancora immuni alla rivoluzione, teme e isola il colorato. Impongono divieti di accesso nei locali e dettano legge nei tribunali confinando i reietti su un altro piano.

Il personaggio di Maguire, amante della serie originale, pur cercando di mantenere lo status quo, si accorge che il cambiamento è incontrollabile, ma soprattutto inevitabile. Basta una piccola scintilla per svelare le crepe della perfezione, quella bontà ipocrita che ha avviato la caccia alle streghe.

Sta a noi aprirci al diverso e interrogarci, perché l’etica e la morale non è un costrutto definitivo. Accantonando pregiudizi, la consapevolezza del nuovo, della minoranza o delle esigenze personali, diventa lo stimolo alla crescita individuale e sociale. L’educazione è necessaria, ma occorre studiare con la matita per correggere eventuali sbagli e con un occhio sulla pagina bianca ancora in attesa di essere scritta.

Meglio una vita a colori, no? Fate attenzione ad accettare i telecomandi e a ciò che deciderete di guardare.

©®aMe
Andrea Magliano

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Il quinto giorno

11 Feb

Per quanto sembri assurdo, l’uomo conosce più l’universo che il suo stesso pianeta.

Ancora oggi ignoriamo molte specie viventi, passate e presenti, ed esistono luoghi inesplorati o avvolti nel mistero. Per esempio sappiamo ben poco dei fondali marini e in generale degli oceani che ricoprono i due terzi del pianeta. La fossa delle Marianne, il punto più profondo con i suoi circa 11mila metri, è stata raggiunta da solo tre persone, tra cui James Cameron, il regista di Titanic e Avatar, nel 2012.

Assodando l’idea dell’evoluzione, gli scienziati stimano che oltre il 90% delle specie viventi mai apparse sul pianeta risulti estinto e l’uomo, membro del regno animale, è solo uno dei moltissimi possibili rami evolutivi. Si dà per scontato che la vita provenga dal mare, ma ancora non si conoscono le sue origini.

Tra le pseudoscienze si annovera la criptozoologia, lo studio di animali sconosciuti o ritenuti teoricamente estinti, ma di cui si hanno prove circostanziali. Capita che alcuni di quei mostri si rivelino reali come il calamaro gigante. Il mare con  i suoi misteri fornisce molto materiale. Lo sapete che nel 1997 fu captato un rumore nelle profondità del Pacifico, il Bloop (qui), e si pensa sia riconducibile o al distacco dei ghiacciai in Antartide o a una creatura gigantesca non ancora scoperta? O conoscete i globster, enormi masse gelatinose organiche spiaggiatesi, derivanti spesso da carcasse di balena in decomposizione e altre volte dall’origine ignota?

Nel 1979, l’inglese James Lovelock formula la teoria di Gaia, l’altro nome con cui è chiamato il nostro pianeta. Secondo tale ipotesi, il mondo è immaginabile al pari di un essere vivente che vive e si evolve in simbiosi alle altre specie che lo abitano in un delicato equilibrio.

Queste sono alcune delle premesse che portano Frank Schätzing alla pubblicazione nel 2004 di Der Schwarm (letterale Lo sciame), edito in Italia da TEA con il titolo Il quinto giorno.

Il quinto giorno

Copertina essenziale con quello che sembra un iride blu che spia il lettore, è un thriller ecologista fantascientifico degli oceani. Partendo dallo stato dell’arte della scienza, l’autore prova a rispondere ad alcuni di quei misteri imbastendo una storia in cui ogni elemento è plausibile grazie alla collaborazione di tecnici e teorici nella stesura. Il risultato è un racconto ben distante dalle solite americanate, capace di toccare nelle oltre 1.000 pagine numerosi temi dall’ecologismo alla filosofia, dall’economia alla politica e persino la religione.

Secondo la Bibbia in quel quinto giorno Dio creò gli oceani e le creature marine.

Il primo evento è datato 14 gennaio. Al largo del Perù un giovane pescatore esulta dopo settimane di magra per l’abbondanza di pesci. D’un tratto il banco rompe la rete e rovescia la piccola imbarcazione. Nel tentativo di riemergere, i pesci si compattano come fossero una cosa sola impedendo la risalita.

A marzo l’azienda energetica norvegese Statoil scopre che lo zoccolo continentale, ricco di giacimenti di idrati di metano, è invaso da milioni di vermi sconosciuti intenti a scavare nel terreno. Nessuno sa il motivo, né da dove arrivano, ma la loro azione nel lungo periodo potrebbe causare un cataclisma.

Vancouver Island, nota per l’attività di whale watching, è sconvolta dal comportamento anomalo dei cetacei. I giganti buoni prima scompaiono, poi attaccano le imbarcazioni in quelle che paiono azioni di gruppo coordinate.

Nel giro di qualche giorno le anomalie si estendono globalmente. Gli attacchi si fanno sempre più violenti e rapidi, portando alla morte di centinaia di milioni di persone. C’è un altro elemento comune: una strana bioluminescenza blu. Gli stati creano un comitato anticrisi al cui vertice si pongono gli USA, con il vero obiettivo di aumentare la loro influenza politica. Chi è il vero nemico in questo scenario?

Nonostante la dimensione del libro e la presenza di molte, ma necessarie, spiegazioni scientifiche, facilmente raccontate per un pubblico generico, Il quinto giorno diventa un bestseller mondiale. Con un ritmo serrato, l’autore incolla il suo lettore in una storia realistica che non ha confini geografici e i cui eventi avvengono in un anno non specificato del nostro tempo.

Snocciolando notizie reali di attualità, evidenzia come l’uomo si sia convinto, anche grazie alle religioni occidentali, di essere re del pianeta, pur trattandosi di un mero ospite del progetto evoluzionistico. Responsabile dell’inquinamento delle acque, si macchia dell’estinzione di interi ecosistemi grazie a tecnologie o allo sfruttamento intensivo delle risorse marine. In questo contesto non esistono paesi virtuosi.

Si critica la natura litigiosa dell’uomo in cui l’unità di specie è subordinata all’interesse politico-economico. Mentre tutti sono vittime, la CIA sostiene l’idea che si tratti di un attacco terroristico arabo ignorando la scala globale del dramma. Gli USA intervengono con lo scopo di sterminare il nemico e di rafforzare il predominio, particolare che avrà un triste risvolto nell’epilogo.

A fronte di tale spirito, si può osservare la natura non-artificiale che opera coordinata per il perseguimento di un obiettivo condiviso. Esiste un cervello dietro, forse una forma ben più intelligente dell’uomo presuntuoso, che gli ricorda il suo non essere all’apice della catena. Ma questo cervello non è per forza migliore di noi essendo disposto a lanciare animali kamikaze nel suo piano. Né è esattamente ciò che molti si aspetterebbero.

L’artificio umano è precario. Schätzing ricorda come l’uomo abbia necessità dell’acqua per vivere. Da sempre la civiltà si è sviluppata in prossimità dell’acqua, ma ancora oggi i trasporti delle risorse materiali avviene tramite mare. La nostra sopravvivenza dipende dalla corrente del Golfo, che impedisce la nuova era glaciale. Ma in generale è Gaia che sopravvive grazie a un delicato equilibrio e noi con essa. E il punto di non ritorno è già stato superato.

Mi piacerebbe condividere con voi l’epilogo che infligge il colpo più pesante di tutti, sconsigliato a chi vuole leggere il libro. SPOILER Gli attacchi sono causati da una specie sconosciuta, gli yrr, esseri unicellulari strutturati in una società complessa presente fin dalla Pangea. La forma di vita più semplice si rivela la più evoluta ed efficiente. Rispetto agli uomini sono capaci di memorizzare la storia nel loro DNA. Mentre gli USA cercano un veleno per sterminarli (ma che ruolo hanno realmente nell’ecosistema? Quanti e dove sono?), un gruppo di scienziati trova un inganno per far cessare gli attacchi. È però una vittoria di Pirro. La fiducia verso l’America crolla definitivamente e gli stati iniziano guerre reciproche per appropriarsi delle risorse. Segue inoltre il crollo delle religioni occidentali a vantaggio di quelle orientali e dell’animismo. Se è difficile accettare l’esistenza di altre forme di vita intelligenti, decadono i testi sacri che nell’uomo vedono erroneamente il disegno divino e il compito di governare il pianeta. Che senso ha la vita e qual è il nostro ruolo? Siamo forse un errore del destino? E la pace con gli yrr per quanto durerà e chi avrà la meglio? FINE SPOILER.

Sottolineando la fragilità della nostra natura, la storia è possibile scientificamente e ciò ne aumenta il terrore. Siamo davvero noi i padroni ultimi della vita?

Non guarderete più il mare con gli stessi occhi.

©®aMe
Andrea Magliano

Lizzie Velasquez

5 Feb

Lizzie Velasquez ha la mia età, classe 1989. Americana, assieme ad altre due persone nel mondo soffre di una rara sindrome che le impedisce di accumulare grasso corporeo o di creare muscoli. In questo modo non ha mai pesato oltre 29 chili ed è costretta a consumare mini pasti con molta frequenza. Inoltre soffre di cecità dall’occhio destro.

Nonostante la salute cagionevole, è una donna estremamente ironica con alcuni sogni nel cassetto. Lizzie è laureata alla Texas State University, ha pubblicato tre libri e intrapreso la carriera di motivational speaker e partecipa alla lotta contro il bullismo.

Vi propongo il suo contributo all’evento TEDx Austin Women – Brave starts here dello scorso 5 dicembre.

Per chi impossibilitato a vederlo, nel video Lizzie racconta la sua esperienza. Nonostante le avvertenze dei medici, i genitori la crescono con amore come una persona qualsiasi e senza farla sentire malata, solo un po’ più piccola degli altri. La doccia fredda arriva a scuola. All’asilo i bimbi la isolano perché diversa (come se avessero visto un mostro). Sedicenne, compare in un video su Youtube dallo sgradevole titolo La donna più brutta del mondo: oltre 4 milioni di visualizzazioni e centinaia di commenti offensivi. Alcuni le propongono addirittura di spararsi. Lizzie entra in depressione, ma grazie all’aiuto di chi l’ha sempre supportata capisce che è inutile piangersi addosso. Occorre convertire quella negatività in una molla per fissare i propri traguardi e migliorarsi. Ciò che è Lizzie non è né la malattia né ciò che gli altri pensano o fanno. A definirla saranno i suoi pregi, gli obiettivi e i suoi successi.

Cosa definisce voi stessi? È da dove venite? Sono le vostre origini? I vostri amici? Cosa definisce chi siete come persone?

Lizzie ha avuto la forza di prendere in mano la propria vita. Nel corso dell’adolescenza ha affrontato il demone della sindrome e del suo corpo così differente dagli altri. Lasciandosi sopraffare, ha desiderato essere un’altra persona e di non vivere quella sorta di incubo. Con il gruppo di supporto ha poi superato questo momento. Ha capito che la sua condizione non è tutta nella malattia, anche se non può neanche negare la sua diversità fisica. Quella è una parte di lei e nulla di più, non la sua interezza.

Con impegno e qualche frustrazione lungo la strada, Lizzie consiglia un cammino che parte nel profondo di ciascuno. Ci si rapporta con se stessi prima ancora con ciò che ci circonda. Sottende così una riscoperta dell’essere alla semplice apparenza. Invita a rifiutare le etichette di chi presume di conoscerci, peccando di superficiale ignoranza.

Ognuno è artefice del proprio destino e noi ci muoviamo tra i vari bivi del percorso. Sta a noi essere capaci di riplasmare gli eventuali ostacoli a nostro favore, non vedendoli come tali, ma trasformandoli in opportunità. Una lezione da non dimenticare.

Ho incominciato a pensare a una risposta alle sue domande. Come poter auto-definirmi? La risposta che più rimbomba nella mia testa è aMe.

E voi? Che cosa vi definisce?

Per restare in tema, mi piacerebbe condividere anche la storia di Harvey Krumpet, scritta per CinemaSperimentale.it. Il cortometraggio in plastilina, dal regista di Mary & Max, racconta la vita immaginaria di un uomo affetto dalla sindrome di Tourette e perseguitato dalla sfortuna, eppure incredibilmente ottimista ed entusiasta di vivere. Il suo più grande insegnamento è il fatto n. 1034: la vita è come una sigaretta. Fumala fino al filtro.

©®aMe
Andrea Magliano

Disoccupazione

28 Gen

Mamma diceva sempre A un colloquio presentati ordinato. Camicia e scarpe eleganti e per una buona volta pettinati!
Mamma non aveva idea del moderno mondo del lavoro.

Rumore di onde.

Si accomodi. Ha con sé un curriculum? Il mio interlocutore legge con attenzione il documento. Di tanto in tanto annuisce, poi arriccia il naso e la fronte si riempie di rughe. Vedo che lei si è fermato alla laurea breve. Deduco che non fosse in grado di proseguire con la specialistica e che non fosse molto bravo a scuola!
Cerco di restare calmo e di spiegare brevemente. In verità, ho un diploma da ragioniere programmatore conseguito con lode e una laurea triennale in Ingegneria dell’informazione ottenuta nei tempi richiesti con 110 e lode. Il motivo per cui non ho proseguito gli studi è che…
Sono interrotto. Capisco, non è un bravo studente. Non c’è da vergognarsi. Lei non è chi stiamo cercando. Arrivederci.

Rumore di onde contro una barca.

Non bisogna farsi prendere dal panico. Il mondo del lavoro è impegnativo e i tempi purtroppo sono quel che sono. La crisi si è abbattuta duramente su tutti gli stati, uno dopo l’altro. Checché a lungo si è detto che la crisi fosse un’invenzione comunista. Sorriso in volto e via al prossimo incontro!
Buongiorno, volevo consegnare il curriculum. A chi lo posso lasciare?
Che giovanotto affascinante! Prego lo inserisca in quella fessura. Le faremo sapere il prima possibile!
Ma quello è un tritadocumenti!
Appunto. Un saluto!

Altre onde contro una barca. Iceberg a prua!

Mai demordere! La musica aiuterà a trovare la giusta carica e la colonna sonora di Rocky è ciò che ci vuole. Leggiamo qualche annuncio di lavoro sulle bacheche professionali. Chi cerca trova del resto!
Stiamo cercando un candidato di età entro i 25 anni…. Primo requisito ok. Che abbia conseguito un titolo di laurea entro l’ultimo anno… Fortuna che sono laureato da pochi mesi. Con esperienza almeno decennale nel settore… Eh? Ma si può iniziare a lavorare a 15 anni? Preferibilmente madrelingua in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo e cinese. Ho dimenticato la tequila in cucina, vado a prenderla.

Scialuppe in mare. Jack e Rose sono caduti in acqua per scansare l’iceberg.

Come puoi notare la nostra azienda si occupa di numerose mansioni. Grazie alla forza lavoro di giovani studenti costretti a fare stage gratuiti per le scuole, ci siamo potuti espandere nel mercato pubblicitario e cinematografico. Abbiamo un ramo che si occupa di casting e di organizzazione eventi. Infine lavoriamo molto sul web con l’e-commerce e il blogging.
Sembra interessante e qui avrei modo di coltivare molte delle mie passioni. Soprattutto riuscirei a mettermi alla prova e crescere professionalmente. Inoltre, le piccole aziende garantiscono un maggior coinvolgimento nei progetti e fanno curriculum. Nella fattispecie sarei molto interessato al versante cinema e pubblicità. Cala un drastico silenzio.
Ah no! Non funziona così! Tu non puoi avere due preferenze. Evidentemente non hai capito chi sei e che cosa ti piace della vita. Mi dispiace, ma quella è la porta.
Ma da quando l’essere eclettici e la versatilità sono difetti e non pregi? Meno male che ho la mia fiaschetta di tequila dietro.

Piangiamo i morti, ma almeno la nave resta a galla.

Una persona intelligente non commette due volte lo stesso errore. La prossima volta non ci faremo trovare impreparati.
Noi ci occupiamo di questo e di quello. La nostra azienda… ascolto con molta attenzione … a quale campo è interessato? Faccio la mia scelta, stavolta non sbaglierò! Ah no! Non funziona così! Lei non ha nessun diritto di scegliere, deve scendere a compromessi con il lavoro e non mi sembra disposto. In aggiunta, lei è vecchio: si è laureato oltre un anno fa e la sua laurea è vecchia. La porta è quella.
Ricordati le lezioni di yoga, caro Andrea. Non trasformarti in una banshee. Trattieni i tuoi poteri prima che la Disney decida di fare un film su di te. Chi ha rubato la mia tequila?

Rumore di onde. Rumore di un delfino che tira una craniata.

I giorni passano e le iscrizioni ai siti del lavoro aumentano. Da linkedin (sì, mi trovate anche qui) ai siti in polinesiano (lavoro è lavoro), fiaschetta dopo fiaschetta, aumenta il numero di aziende che falliscono, licenziano o che vivono cassaintegrati. Si modificano le leggi in materia, si impedisce l’assunzione grazie a istituzioni che pensano a se stesse, si trovano nuove scuse.
Mi assume?
Ovvio che no, lei non è residente nel comune dell’azienda.
Ovvio che no, lei non è una donna di bella presenza.
Ovvio che no, lei ha una laurea. Sul mercato del lavoro costa di più.
Ovvio che no, lei non ha parenti in quest’azienda.
Ovvio che no, lei non è iscritto alle suddette istituzioni.
Ovvio che no, lei ha un piercing! Sì, ma lei ha un tatuaggio in bella mostra! Embè? Io sono il capo!

Il capitano dice che una tempesta si sta per abbattere. Altro delfino.

Una chiamata da un numero sconosciuto! Oddio, potrebbe essere un’offerta di lavoro! Ormai il mio numero di cellulare ce l’hanno tutti, compresa la lucciola della quinta strada. Con gli occhi brillanti rispondo. Salve, le interessa uno scaldabagno? Ma non si vergogna a chiamare un povero disoccupato ancora poco poco speranzoso??? Comunque, mi parli dello scaldabagno!

Onde. Mal di mare. Tristi suonate irlandesi. Ancora delfini!

Abbiamo visto il tuo blog. Scrivi molto bene e saremmo ben felici di lavorare con te già dalla prossima settimana. Un coro di simpatiche suore intona un melodioso Hallelujah alle mie spalle. D’un tratto la gran madre è colta da un colpo di tosse e si accascia a terra. Due sorelle la issano su una barella e la portano via. Le condizioni di lavoro? Stage gratuito, full-time più straordinari, con nessuna reale possibilità di assunzione al termine.
La simpatica suora aveva già capito tutto.

Terra in vista! A urlarlo è la simpatica suora messa a vedetta.

Prima o poi troverò il coraggio di farlo e di lasciarmi tutto alle spalle. Quando anche l’ultimo briciolo di speranza mi avrà abbandonato. Rigiro tra le mani il biglietto di sola andata. Non c’è indicata nessuna data. Mi hanno detto di inserirla la mattina della partenza.
Qual è la mia colpa? Quella di avere un sogno e aver cercato di realizzarlo? O quella di non essere ricco, raccomandato, facente parte di un gruppo politico o religioso? Ché non può essere solo fortuna.
Giorno dopo giorno, crolla la fiducia verso un paese che non ha sufficientemente creduto in me. Raccolgo i sogni e li custodisco gelosamente nella valigia. La chiudo a chiave e la nascondo nella speranza che non me li portino via. Non anche questi.
Domani sarà un altro giorno.

Stritolo nervosamente la mia coppola in mano.
Il viaggio è stato lungo, ma Ellis Island è finalmente davanti a me.
In coda per il mio turno, attendo…

©®aMe
Andrea Magliano

Nota dell’autore. Gli eventi sono romanzati, ma veritieri. Sono stati omessi episodi, il rapporto con agenzie interinali, scuole o precedenti esperienze di lavoro. Il post non va inteso di bandiera politica. Sono solo uno di milioni disoccupati che racconta la sua esperienza.

Scream 4

14 Gen

Nell’immaginario horror Wes Craven, padre di celebri pellicole come Nightmare on Elm Street e Scream, si è distinto per lo stile dissacrante, tra critica sociale, comicità e metatestualità, e la particolare attenzione verso gli adolescenti, simbolo del nostro futuro.

Nei suoi film i ragazzi sono spesso vittime innocenti degli errori commessi dalle passate generazioni, ree di aver macchiato con il sangue il domani. Così in Nightmare, Freddy Krueger si vendica dei genitori uccidendo i figli, là dove nessuno può salvarli.

La critica di Craven segna un decisivo passo avanti con il primo Scream. Nel film, una città di provincia è scossa da un serial killer coperto da una maschera di Halloween, Ghostface, ispirato al celebre Urlo di E. Munch. Sviluppando la fobia verso lo straniero e l’altro da sé, tutti sono potenziali vittime e carnefici. Ma soprattutto mostra dei giovani per cui realtà e finzione sono flebilmente separate.

A essere colpiti non sono più solo i demoni dell’America, ma quello stesso genere cinematografico che ha reso celebre il regista. Per l’intera pellicola, Craven si diverte con il suo pubblico costruendo un teatro degli orrori in cui le sequenze di omicidi sono alternate a momenti di ilarità, al punto da frastornare e chiedersi Ma è un horror o una commedia?

Il regista gioca volutamente con questa contraddizione, evidenziando topoi e archetipi di un genere spesso sottovalutato e ingiustamente criticato, sottolineandone limiti e possibilità. Dissemina il film di indizi (celebre l’apertura con Drew Barrymore a cui il killer chiede telefonicamente quale sia il suo horror preferito). Costruisce un almanacco di regole ferree da rispettare e le esplicita attraverso i personaggi della sua recita, che tuttavia canzonano consapevolmente e puntualmente sovvertono.

Ci sono regole precise che devi rispettare se vuoi sopravvivere in un film dell’orrore: non fare sesso, non ubriacarti o drogarti, non dire ‘Torno subito’, non rispondere al telefono, non aprire la porta, non cercare di nasconderti.

Scream 4 PosterNel 2011, Craven torna sull’argomento con il quarto capitolo, ambientandolo 15 anni dopo nella stessa cittadina. Sidney Prescott, la sopravvissuta, vi ritorna per promuovere il suo libro autobiografico. Alla vigilia del suo arrivo, un nuovo Ghostface torna a mietere vittime tra i liceali e in pericolo c’è la cugina di Sidney, Jill. Questa volta il serial killer sembra ricalcare gli eventi della prima strage, ma con nuove e potenziate regole.

Scream 4 dà l’occasione di espandere l’argomento. Recuperando alcuni personaggi della vecchia trilogia, mette sul campo due squadre, gli adolescenti di ieri ora adulti contro quelli di oggi. Tutti sono sospettabili e i feriti ricadono su entrambi gli schieramenti, ma a poco a poco si fa evidente per chi parteggia il regista.

Si ride meno e il film sembra pervaso da una profonda malinconia. La nuova generazione è dipinta più gretta, votata all’egoismo dei propri obiettivi per cui ogni legame o ideale è sacrificabile. La generazione 2.0, sempre collegata (ma sola) su Internet o al cellulare, sommersa da immagini di nera violenza, si è fatta più insensibile e superficiale. Per loro, sono più importanti le ferite fisiche che quelle dell’anima.

Il metatesto cinematografico si determina a partire dalla collocazione di Scream 4 all’interno della saga. È un sequel (un capitolo successivo della narrazione), un remake (un rifacimento più o meno fedele del lontano numero uno) o un reboot (parto da una storia nota, ma ne derivo una nuova)? Niente di tutto questo ed eppure tutto.

Craven omaggia se stesso citando le scene cardine dell’originale. Lo stesso killer è un simulacro del precedente, seppur aggiornato. Così come le regole, dove non basta essere vergini per sopravvivere (rimando hollywoodiano alla tradizione cristiana per cui il sesso prematrimoniale è peccato), fedelmente mutano. Il regista poi rende tutto surreale con la maratona di Stab, film dentro al film ispirato agli eventi del primo Scream, entrambi divenuti oggetti di culto.

I giovani non conoscono i classici del genere, ma una loro mera imitazione attraverso l’esplosione di discutibili e dimenticabili remake da parte dell’industria di intrattenimento, nonché dalla loro deriva comico-demenziale (seppure con piccole perle come Zombieland o L’alba dei morti dementi). Assuefatti dall’efferatezza della morte, in un crescendo di episodio in episodio, la trama si assottiglia all’inesistenza o ripiega sulla vuota autoreferenzialità, qui esemplificata dal triplice inizio di Scream 4 che a sua volta fa il verso a numerose saghe.

Per concludere, l’accusa ai mezzi di comunicazione di consumare frettolosamente le notizie senza il giusto grado di approfondimento, elevando persino i carnefici a moderni eroi.

La tragedia per una generazione è sempre uno scherzo per quella successiva.

©®aMe
Andrea Magliano