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Jesus Christ Superstar

9 Giu

Certi argomenti sono come una corda sospesa nel vuoto. E il rischio di cadere è alto. Soprattutto se la storia si fonde con il mito e la leggenda e alcuni di quegli episodi si ripercuotono ancora oggi a distanza di secoli. E la minaccia del fanatismo, non esclusivamente religioso, è dietro l’angolo in qualsiasi momento.

Del resto la storia non sempre risulta oggettiva o assoluta. Dipende infatti dalle fonti in nostro possesso e si aggiorna con costanza. A scriverla sono gli uomini con i loro umori e le loro idee e nel mare di voci emergono anche pensieri contrastanti e non per forza condivisi.

Capita così che una delle figure cardine della cultura occidentale, quella di Gesù Cristo, offra materiale pressapoco infinito. È davvero esistito o no? E se sì chi era costui e cosa è davvero successo? Domande lecite visto che il nostro mondo deriva da quegli anni.

La principale fonte storica è rappresentata dai Vangeli e dalle sacre Scritture, opere scritte da altre persone e che in taluni passaggi presentano delle discordanze. I testi mostrano poi diverse componenti sovrannaturali (immacolata concezione, miracoli…) che, se per alcuni sono da prendere alla lettera, per altri (compresi alcuni teologi) forniscono solo un’indicazione simbolica dei fatti accaduti.

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Negli anni ’70 Tim Rice e Andrew Lloyd Webber realizzarono testi e musiche per l’album rock Jesus Christ Superstar, diventato poi un musical teatrale le cui repliche proseguono tutt’oggi nel mondo. Nel 1973 Norman Jewinson ne firma l’adattamento per il grande schermo, dando luce a un cult senza tempo e a uno dei più bei film spirituali del cinema.

Interamente girato nelle terre di Israele, qui un gruppo di giovani hippie mette in scena gli ultimi giorni della vita di Cristo fino alla morte per crocifissione. Alla figura di Gesù, interpretato da un quasi esordiente Ted Neeley, si contrappone un eccelso e superbo Giuda Iscariota, con il volto di Carl Anderson.

In questa rivisitazione l’elemento divino è assente, ricordando invece la dimensione umana e terrena degli eventi e dei suoi protagonisti, tutti in qualche modo persi. Si pone l’accento sulla costante ricerca di spiritualità, mettendo in guardia dal cieco fanatismo, e si mostrano infine le ripercussioni politiche di certi messaggi.

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Per la prima volta gli episodi sono narrati attraverso gli occhi del traditore, un Giuda estremamente razionale e logico, capace di comprendere le reali implicazioni delle parole di Cristo, ormai totalmente fuori controllo, ingigantite, fraintese e poco spirituali. Il suo grido mette in guardia dal crescente invasamento che potrebbe sfociare in una rivolta fatale per il popolo sottomesso. Non risparmia neanche Gesù che, per quanto continui ad ammirare, ritiene sempre più protagonista ammaliato dalla sua nomea e lontano dagli obiettivi iniziali, e si chiede della veridicità del suo parlare in nome di Dio.

Giuda lamenta l’uso improprio di risorse che potrebbero essere usate per salvare i poveri, ormai assenti nel programma, su cui Cristo risponde che questi esisteranno sempre. Disprezza la presenza di Maria Maddalena a fianco di una persona di così alta levatura che pare invece compiaciuta delle cure e attenzioni ricevute. In una dolce I don’t know how to love him, la prostituta canta il profondo smarrimento causato da un amore di difficile comprensione, notando però che alla fine Gesù è solo un uomo come gli altri.

A un dinamico Giuda si contrappone un Cristo passivo nel subire le conseguenze degli eventi sfuggiti di mano e che, per quanto spirituale, non ha quasi nulla di divino. Capisce che il messaggio di gloria e di potere sono stati fraintesi quando una folla gli dedica il proprio cieco asservimento e l’apostolo Simone lo incita ad aggiungere un pizzico di odio contro Roma (Simon Zealotes/Poor Jerusalem).

Assiste al degrado del Tempio di Gerusalemme colmo ormai di mercanti e prostitute (The temple) e, sopraffatto da un’orda di lebbrosi che lo inghiotte speranzosa in un tocco miracoloso, implora di essere lasciato stare (The lepers). L’eccentrico re Erode, sospeso in un party dai dubbi gusti sessuali, insiste per vedere i miracoli per cui Gesù è divenuto una star, ma senza risultati lo accusa di essere uno qualunque (King Herod’s song).

Il più toccante passaggio giunge al termine dell’ultima cena. Un Cristo sempre più triste, solo e prossimo alla morte, si allontana nell’orto degli ulivi. Ancora una volta un uomo, ancorché il mito, si dimostra smarrito e incapace di accettare il proprio destino, sfogando i dubbi in una sofferta preghiera-scontro contro il Signore.

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Dietro l’anima spirituale si nasconde quella politica, sempre più umana e terrena. Le paure di Giuda sono fondate quando la gente intorno a Cristo aumenta e lo proclama, oltre che il figlio di Dio, il re dei Giudei alla guida di un popolo oppresso che rivendica una terra.

I primi ad esserne spaventati, intimoriti di perdere i propri privilegi e della reazione romana, sono i sommi sacerdoti ebraici Anna e Caifa che spingono il Sinedrio (dedito a legiferare e alla giustizia) a votare la morte di Cristo. Premendo sulle paure di Giuda, lo inducono con l’inganno a tradire Gesù in cambio di denaro con cui poter aiutare i poveri. Cristo è arrestato per essersi equiparato a un Dio e portato davanti a Pilato che, in nome di Roma, avrà l’ultima parola. Dinanzi al silenzio del condannato, alla folla feroce fomentata dal Sinedrio che lo vuole crocifisso e dopo la fustigazione pubblica, un impotente Pilato, preoccupato di insurrezioni, non può che lavarsi le mani e mandare a morte l’uomo (The trial before Pilate/39 lashes).

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Nonostante gli apprezzamenti della Chiesa di Roma, il film non mancò di generare proteste e accuse diffuse da parte di alcuni gruppi ebrei e cristiani.

I primi denunciarono il film di antisemitismo, avendo dipinto il popolo ebreo come responsabile della morte di Cristo. Ci si dimentica però che gli eventi qui narrati sono contenuti nel Nuovo Testamento e non sono un’invenzione dello sceneggiatore. Questi episodi sono stati una delle ragioni con cui il Cristianesimo ha sempre giustificato nei secoli la persecuzione contro gli Ebrei, fino alle scuse ufficiali di Papa Giovanni Paolo II.

L’altra principale accusa è di blasfemia. Si critica sia l’aver trasformato Cristo in una qualsiasi rock-star sia l’averlo dipinto uomo e non un’entità superiore. Il film costruisce poi un parallelismo tra Giuda e Gesù, esulando il semplice ritratto di traditore e tradito. I due si compensano come metà di una stessa medaglia, entrambe vittime di un destino più grande già scritto e condotte a morte per tradimento. Giuda non consegna Gesù per fini personali, ma con la speranza di salvarlo, evitare le probabili insurrezioni e con i soldi della ricompensa aiutare i bisognosi. Le promesse del Sinedrio non sono però mantenute e il senso di colpa lo spinge al suicidio.

Un altro cambiamento chiave dell’opera è che a resuscitare non è Cristo, ma lo spirito di Giuda nella famosa Superstar. Scendendo dal cielo con una croce, l’Iscariota rivendica profondi dubbi su quanto è successo. Alla fine chi è realmente Gesù, che cosa ha sacrificato e per cosa? Perché mai, se era portavoce di un messaggio di salvezza, non è apparso con un piano e ai giorni nostri per sfruttare i moderni mass media? E cosa dire allora delle altre religioni?

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Girato con tocco anti-militarista, il film arriva in un periodo di grandi cambiamenti e tensioni, dopo gli assassinii dei fratelli Kennedy, Martin Luther King, Malcolm X e durante la Guerra del Vietnam.

Può esistere religione senza politica? Dietro i diversi credi si nascondono istituzioni e in nome della religione, a prescindere da quale, sono morte più persone di quante ne sono state salvate. In nome della religione sono scoppiate guerre, attentati e persecuzioni che solo in quella cristiana hanno coinvolto (tra gli altri) pagani, ebrei, omosessuali, scienziati, gente mancina, con i capelli rossi o le lentiggini. In nome della religione non vi è equiparazione dei diritti.

Si può allora essere spirituali senza essere religiosi?

Rileggendo i personaggi liberi di qualsiasi componente superiore, si ricorda che prima di tutto sono uomini che come tali sono emotivi, smarriti, tentati, strumentalizzati. Privi di certezze, si muovono e si interrogano in cerca di risposte per fugare i propri dubbi. La spiritualità passa anche dalla capacità di domandare e di saper (e sapersi) mettere in discussione.

Ciò è l’esatto opposto del fanatismo. L’invasamento, non sempre religioso, è oggi ancor più applicabile a qualsiasi contesto, con la folla pronta a elevare idoli o guide che negano il confronto e si fanno portavoce dell’unica (presunta) verità.

Non esiste l’assolutismo, ma ogni cosa è pronta per essere riscritta.

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Il film si chiude sulla croce e con un pastore che, nel rossore del tramonto, conduce il suo gregge. Il messaggio di Cristo non è andato perso.

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Andrea Magliano

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Che fine ha fatto Baby Jane?

2 Apr

Da una parte c’era Bette Davis. La giudicavano troppo brutta per fare l’attrice: occhi grandi, fronte alta, un fisico non perfetto. Eppure divenne una delle più grandi stelle della storia grazie alla sua espressività e al suo talento.

Dall’altra c’era Joan Crawford. Era più bella che brava, almeno se confrontata con la collega quasi coetanea. Il suo fascino mandava gli uomini in visibilio e gli studios non se la fecero scappare, trasformandola in una macchina commerciale.

Entrambe con un carattere non semplice, erano invidiose l’una del successo dell’altra cosicché Bette Davis iniziò una guerra interminabile. Il loro conflitto aveva raggiunto l’apice quando un promettente regista, Robert Aldrich, propose un progetto ritenuto dai più fallimentare.

Si poteva realizzare un film in sé indecifrabile, un macabro dramma dalle venature psico-horror, una denuncia allo star system, con due delle più grandi attrici, ormai attempate cinquantenni sulla via del tramonto per gli standard hollywoodiani, che tra l’altro non si erano mai sopportate?

Aldrich ci riuscì e il suo Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever happened to Baby Jane, 1962), tratto dal romanzo di Henry Farrell, è diventato un capolavoro sempreverde.

La storia inizia con una breve parentesi nel 1917 quando Jane è una baby star. Due decenni dopo il suo talento si affievolisce, smarrito tra alcolismo e film minori, mentre la sorella Blanche diventa una celebre attrice, alimentando l’acredine tra le due. Un incidente mai chiarito, imputato però a Jane, lascia Blanche paralitica. L’azione si sposta nel presente con le due sorelle costrette a una convivenza forzata dai risvolti drammatici.

Il film è prevalentemente ambientato nella casa dove si ritirano, qui descritta come una prigione da cui è impossibile evadere. Ci sono inferiate alle finestre e la Crawford, nella parte di Blanche, è relegata sulla sedia a rotelle al piano superiore.

L’antagonismo tra le dive si sviluppa a partire dal piano estetico. Blanche è perfetta e curata, mentre Jane (un’irriconoscibile Davis) è trasandata e sfigurata dal trucco pesante ai limiti del kitsch (la sua idea era di apporre sempre un nuovo strato sul precedente), incapace di abbandonare il fantasma della bambina che non è più.

Una delle scene più terrificanti è quando adulta si esibisce nel salotto in uno dei numeri che l’avevano resa famosa. Mentre si avvicina allo specchio a parete, la lampada le illumina il volto rivelando il mostro che è diventata. Qui.

Uno dei meriti di Aldrich fu quello di aver saputo sfruttare la loro reale rivalità, sfociata in continue cattiverie reciproche fuori e dentro il set. Si vocifera che in una scena del film la Davis abbia davvero preso a calci la collega, la quale si è poi riempita le tasche di sassi quando doveva essere trascinata a peso morto nella scena successiva.

Le due si scontrarono persino alla notte degli Oscar, quando solo Bette Davis fu nominata. La Crawford convinse Anne Bancroft, anch’essa candidata, ma impossibilitata a ritirare il premio, a riceverlo a suo nome. Alla fine, la spuntò proprio quest’ultima e Joan si girò vero Bette per dirle Scusa, ho un Oscar da ritirare.

Dietro lo scontro tra primedonne, si nasconde una profonda critica verso la società responsabile di creare questi moderni mostri amorali. Ogni identità è gradualmente distrutta. Blanche è combattuta tra segreti, l’amore per la sorella disturbata e il desiderio di abbandonarla per una vita migliore. Jane vive nel rancore e nell’odio verso chi ha più successo, incapace di riconoscere i propri limiti artistici o la mancata formazione personale che le impediscono di abbandonare la sua fama di Baby Jane, ormai finita nel dimenticatoio.

Il suo spettro nasce da chi ha sfruttato per denaro il talento di bimba prodigio, illudendola e mercificando la sua identità non del tutto formata. La società divora ciò che produce e in questi termini una persona non è diversa da qualsiasi altra cosa. Baby Jane diventa qui una bambola a grandezza naturale, feticcio del consumismo sfrenato. Al termine del consumo o della moda ogni prodotto è però buttato via.

L’amoralità moderna porta a una mancanza di senso critico. Quando Baby Jane fa i capricci perché vuole il gelato, a essere sgridata è la sorella che educatamente dichiara di non volerlo. Intanto la folla mormora sulle qualità educative dei genitori. Nel finale, ambientato su una spiaggia, i bagnanti si trasformano in involontari fruitori di uno spettacolo di cui non ne colgono il senso e poco distante si consuma la morte nella totale indifferenza.

What ever happened to Baby Jane

La società dell’immagine garantisce a ognuno i tanto agognati 15 minuti di gloria. I moderni media, reality o social network creano costantemente divi con scadenza, spesso senza arte né parte, impossibilitati a decifrare il proprio reale ruolo in questo meccanismo. L’industria aliena gli individui dalla propria personalità.

Guidati talvolta da un talento non del tutto formato, altre dai genitori che proiettano su di loro i sogni di gloria o la sete di denaro, anche i giovanissimi si trasformano in carne da macello per i nuovi spettacoli, dalla musica alla cucina, alle sfilate di bellezza.

E dunque: che fine ha fatto Baby Jane?

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Andrea Magliano

Dopo la mia assenza, devo ringraziare tre amici blogger che mi hanno dedicato una nomina per altrettanti premi. In ordine di tempo, Vittorio e Candido per il Liebster Award e 65Luna per il Premio Dardos. Vi consiglio i loro blog: Vittorio è un ottimo scrittore, dalle mille idee e dai post originali con tanto di giochi; Candido un ottimo giornalista, dai temi approfonditi, ma anche un amante d’arte e di televisione; 65Luna realizza ottime foto e regala altrettante splendide parole.

Trip

18 Mar

Il post è un po’ particolare. Accomodatevi. Allacciate le cinture. Si parte!

In inglese la parola trip significa viaggio. La nostra escursione inizia nel 1865 nell’Inghilterra vittoriana. Charles Lutwidge Dodgson era un matematico e logico di estremo talento, nonché un grande fotografo e scrittore. Ma la storia si ricorderà difficilmente il suo nome, preferendogli lo pseudonimo Lewis Carroll.

Secondo la leggenda, durante una gita in barca con tre bambine, tra cui Alice Pleasance Liddell, racconta una storia molto fantasiosa e piuttosto irriverente di cui la stessa Alice è protagonista. La bimba cade nella tana del coniglio bianco e arriva così nel Paese delle meraviglie, un posto scriteriato di petulanti fiori, regine irascibili dal Tagliatele la testa! facile, uomini-carte, cappellai matti e molto altro.

Alice nel paese delle meraviglie e il suo seguito Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò divennero tra i libri, per l’infanzia e non, più famosi della storia. Poco importa se su Dodgson sono calate accuse (mai chiarite) di pedofilia, complici un discutibile rapporto con Alice e numerose foto di bambine, talvolta in pose succinte o in nudi.

Nel 1951, dopo svariati infruttuosi tentativi, Walt Disney presenta forse l’adattamento più celebre e discusso dell’opera di Carroll. Il suo Alice è reo di aver apportato sostanziali e opinabili modifiche all’originale, incapaci di tradurre l’arguzia e l’ironia di Carroll. La protagonista si tinge di biondo ed è catapultata in un mondo illogico abitato da pazzi e da colori eccentrici.

Il film ebbe un’involontaria seconda vita e la definitiva consacrazione a opera ultra-pop grazie alla canzone White rabbit (1967), cantata da Grace Slick, entrata da poco nei Jefferson Airplane. La canzone si ispira nel testo alla storia di Alice e nella struttura musicale al Bolero di Ravel.

Divenuta celebre grazie all’esibizione al Festival di Woodstock (1969), White rabbit rapisce l’ascoltatore con un crescendo musicale ipnotico che trova nel suo massimo la totale e improvvisa interruzione. Il testo omaggia l’opera di Carroll, pur con qualche licenza artistica, intravedendo nelle avventure psichedeliche della bimba le antesignane di quelle sotto acidi e stupefacenti, come l’LSD, che si diffondevano rapidi tra gli artisti e i giovani.

“One pill makes you larger and one pill makes you small.
And the ones that mother gives you don’t do anything at all.
Go ask Alice when she’s ten feet tall. […] 
[…] Feed your head!”

A partire da questi anni il termine trip si avvale di un nuovo significato: il viaggio mentale, lo stato di alterazione psico-fisica dovuto all’assunzione di droghe e sostanze allucinogene.

Molti artisti e intellettuali dichiararono di far uso di sostanze illecite, inserendo continui riferimenti nella cultura popolare. Se vi sorprende il testo di White rabbit, pensate alla ben più nota Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles, le cui iniziali non sono casuali.

Anche l’Italia vanta un caso interessante. Sotto le note di un appassionante e sofferto tango, Giovanni Lindo Ferretti descrive un amore totalizzante che si rivela prima distruttivo, ma tuttavia indispensabile e consolatorio, all’interno della sua Amandoti.

“Amarti m’affatica, mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto.
Amarti m’affatica, mi dà malinconia. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora, fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.
Amami ancora, fallo dolcemente. Solo per un’ora, che sia per sempre.
Amarti mi consola, le notti bianche. Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti.
Amarti mi consola, mi dà allegria. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.”

Leggendo tra le righe, si notano le parole di un (oggi ex) eroinomane che racconta il contraddittorio rapporto con la sua dipendenza, causa di sbalzi d’umore e tossica per il fisico e la mente.

Nel 2004, Gianna Nannini consacra la canzone al successo. Mantenendo inalterata la struttura del tango accompagnato da archi e da un tono graffiante e sporco, poi abbandonato e liberatorio sul finire, la sua cover dà l’idea di una profonda preghiera al partner.

Possono due versioni così identiche avere interpretazioni così lontane? Può l’amore della Nannini essere più sano della droga di Ferretti? Ciò a cui alludo è che entrambe non descrivono dei rapporti salutari. C’è sì la speranza di un rapporto che pur difficile è possibile, ma questo rivela la sua natura alienante e sfibrante.

Quando si parla di droghe, intese come sostanze illecite, si associa il termine di dipendenza. La dipendenza è una situazione di insoddisfazione personale che provoca un persistente bisogno verso qualcosa. Il termine di dipendenza non è però automaticamente associato a quello di droga in senso stretto. Esistono dipendenze da fumo, alcol, cibo, farmaci, ma anche da sesso e persino dipendenze affettive.

In questo caso il partner intravede nelle attenzioni verso l’altro la sua ragion d’essere e la possibilità di colmare un vuoto personale. L’amore perde la sua dimensione salutare e lascia spazio alla gelosia, alla paura dell’abbandono e alla disattenzione dell’altro, spesso una persona sfuggente, creando una dimensione di tossicodipendenza. Qui per approfondimenti.

La definizione di droga è dunque da intendere nella sua accezione più ampia come tutto ciò capace di creare assuefazione e limitare la nostra autonomia, sia esso un alimento, un medicinale o ancora una persona. Spesso non è l’oggetto in sé a essere sbagliato, ma l’uso che ne facciamo.

Dopo 150 anni di peregrinazioni il nostro viaggio giunge al termine. In pieno post-modernismo, è interessante osservare come tutto appare strettamente collegato e niente mai realmente nuovo. Si tratta solo di riletture diverse che ne espandono i significati originali. Perché il passato racconta anche la storia del nostro futuro. E niente è per forza ciò che appare. C’è sempre un segreto pronto a essere svelato. Come ciò che si nasconde dietro un’illusione.

Il mio trip termina qua. Spero che il prezzo del biglietto ne sia valso la pena.

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Andrea Magliano

Nonostante l’oggetto del post, il sottoscritto non sostiene l’uso di sostanze illecite.

Pleasantville

18 Feb

L’educazione è molte volte costellata più dai no che dai sì. Fin da bambini ci insegnano che determinate parole non andrebbero dette e certe cose fatte. I genitori ci guidano in questo cammino, ma un ruolo fondamentale lo ricopre la società con il suo codice etico-morale.

Nella negazione di qualcosa si nasconde talvolta la miccia della ribellione o il semplice desiderio di cambiare. Ogni generazione rifiuta gli assolutismi della precedente e interviene sulla propria strada. Alcune idee ottengono successo e altre sono destinate ad arenarsi, a torto o a ragione.

La società muta e con essa il suo insieme di valori. Si ottengono nuovi diritti che per quanto oggi si diano per scontati così non erano. Nonostante ciò, si parla spesso di una sorta di involuzione. La nostra testa vaga nel ricordo del passato e rimpiange l’era dorata dove tutto sembrava impeccabile e invidiabile.

Questa sembra l’idea di David, un adolescente della provincia americana. David sa a memoria le battute di Pleasantville, serie anni ’50 in b/n, che propone un’immagine idilliaca della famiglia e della realtà, nettamente migliore della sua vita. I genitori divorziati sono assenti, la sorella fa la cattiva ragazza e a scuola si parla di disoccupazione, HIV e calamità.

La sera della maratona televisiva i due fratelli, usando un telecomando ricevuto da un misterioso anziano, si ritrovano bloccati in quella realtà in scala di grigi nei panni di Bud e Mary Sue, i ragazzi protagonisti. Ma sarà un sogno o un incubo?

Gary Ross, agli esordi registici, dirige i giovani Tobey Maguire e Reese Witherspoon in Pleasantville (1998). Con un tocco poetico e mai volgare, il film racconta della perdita dell’innocenza attraverso lo scontro tra la vecchia e la nuova società.

A Pleasantville tutto splende. Non piove mai e i pompieri, non conoscendo il fuoco, salvano i gattini sugli alberi. Le famiglie sono perfette e ogni sera il marito, rincasando dal lavoro, trova la cena servita e la moglie sorridente. Nessuno conosce il sesso e non esistono letti matrimoniali. I libri sono pagine bianche rilegate e la squadra di basket, anche con tiri improbabili, non perde mai.

La mentalità moderna produce una rivoluzione che come un virus si diffonderà tra gli abitanti. Partendo dalla scoperta del sesso, della ricerca della felicità e dei sentimenti umani, Pleasantville inizia a colorarsi. Prima è un’innocua rosa, poi una palla che non centra il bersaglio fino alla pelle dei protagonisti. Come la storia insegna, ogni cambiamento non è indolore.

Pleasantville2

Ross costruisce un corale percorso di formazione in cui è evidente la critica al perbenismo e all’ipocrisia anni ’50 e alla finzione televisiva che trasmette(va) un’immagine edulcorata della realtà. Dietro i sorrisi e l’apparente idillio si nasconde l’infelicità e la paura del diverso che non necessariamente proviene dalla difficoltà di accettare il nuovo, ma anche del prendere coscienza di sé. 

Facendo un paragone azzardato, il film crea un affresco sull’evoluzione sociale. Il puritanesimo della città di Pleasantville è scosso dalla rivoluzione sessuale. Il primo colore scaturisce dalla scoperta delle pulsioni carnali e persino dalla naturale masturbazione, qui declinata in quella femminile (qui), più delicata e ancora oggi oggetto spesso di tabù. A riguardo, si pensi agli studi di Kinsey a cavallo tra gli anni ’40 e ’50.

Gli abitanti, automi che non pensano ed eseguono le azioni come se recitassero un copione, iniziano a interrogarsi su cosa esiste oltre i confini cittadini. L’arte si anima e muove il pensiero e la coscienza, scontrandosi con la censura. Si organizzano falò per bruciare i libri e si mettono a tacere gli artisti.

L’altro grosso rimando è alla segregazione razziale. La società dei bianchi, ancora immuni alla rivoluzione, teme e isola il colorato. Impongono divieti di accesso nei locali e dettano legge nei tribunali confinando i reietti su un altro piano.

Il personaggio di Maguire, amante della serie originale, pur cercando di mantenere lo status quo, si accorge che il cambiamento è incontrollabile, ma soprattutto inevitabile. Basta una piccola scintilla per svelare le crepe della perfezione, quella bontà ipocrita che ha avviato la caccia alle streghe.

Sta a noi aprirci al diverso e interrogarci, perché l’etica e la morale non è un costrutto definitivo. Accantonando pregiudizi, la consapevolezza del nuovo, della minoranza o delle esigenze personali, diventa lo stimolo alla crescita individuale e sociale. L’educazione è necessaria, ma occorre studiare con la matita per correggere eventuali sbagli e con un occhio sulla pagina bianca ancora in attesa di essere scritta.

Meglio una vita a colori, no? Fate attenzione ad accettare i telecomandi e a ciò che deciderete di guardare.

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Andrea Magliano

Scream 4

14 Gen

Nell’immaginario horror Wes Craven, padre di celebri pellicole come Nightmare on Elm Street e Scream, si è distinto per lo stile dissacrante, tra critica sociale, comicità e metatestualità, e la particolare attenzione verso gli adolescenti, simbolo del nostro futuro.

Nei suoi film i ragazzi sono spesso vittime innocenti degli errori commessi dalle passate generazioni, ree di aver macchiato con il sangue il domani. Così in Nightmare, Freddy Krueger si vendica dei genitori uccidendo i figli, là dove nessuno può salvarli.

La critica di Craven segna un decisivo passo avanti con il primo Scream. Nel film, una città di provincia è scossa da un serial killer coperto da una maschera di Halloween, Ghostface, ispirato al celebre Urlo di E. Munch. Sviluppando la fobia verso lo straniero e l’altro da sé, tutti sono potenziali vittime e carnefici. Ma soprattutto mostra dei giovani per cui realtà e finzione sono flebilmente separate.

A essere colpiti non sono più solo i demoni dell’America, ma quello stesso genere cinematografico che ha reso celebre il regista. Per l’intera pellicola, Craven si diverte con il suo pubblico costruendo un teatro degli orrori in cui le sequenze di omicidi sono alternate a momenti di ilarità, al punto da frastornare e chiedersi Ma è un horror o una commedia?

Il regista gioca volutamente con questa contraddizione, evidenziando topoi e archetipi di un genere spesso sottovalutato e ingiustamente criticato, sottolineandone limiti e possibilità. Dissemina il film di indizi (celebre l’apertura con Drew Barrymore a cui il killer chiede telefonicamente quale sia il suo horror preferito). Costruisce un almanacco di regole ferree da rispettare e le esplicita attraverso i personaggi della sua recita, che tuttavia canzonano consapevolmente e puntualmente sovvertono.

Ci sono regole precise che devi rispettare se vuoi sopravvivere in un film dell’orrore: non fare sesso, non ubriacarti o drogarti, non dire ‘Torno subito’, non rispondere al telefono, non aprire la porta, non cercare di nasconderti.

Scream 4 PosterNel 2011, Craven torna sull’argomento con il quarto capitolo, ambientandolo 15 anni dopo nella stessa cittadina. Sidney Prescott, la sopravvissuta, vi ritorna per promuovere il suo libro autobiografico. Alla vigilia del suo arrivo, un nuovo Ghostface torna a mietere vittime tra i liceali e in pericolo c’è la cugina di Sidney, Jill. Questa volta il serial killer sembra ricalcare gli eventi della prima strage, ma con nuove e potenziate regole.

Scream 4 dà l’occasione di espandere l’argomento. Recuperando alcuni personaggi della vecchia trilogia, mette sul campo due squadre, gli adolescenti di ieri ora adulti contro quelli di oggi. Tutti sono sospettabili e i feriti ricadono su entrambi gli schieramenti, ma a poco a poco si fa evidente per chi parteggia il regista.

Si ride meno e il film sembra pervaso da una profonda malinconia. La nuova generazione è dipinta più gretta, votata all’egoismo dei propri obiettivi per cui ogni legame o ideale è sacrificabile. La generazione 2.0, sempre collegata (ma sola) su Internet o al cellulare, sommersa da immagini di nera violenza, si è fatta più insensibile e superficiale. Per loro, sono più importanti le ferite fisiche che quelle dell’anima.

Il metatesto cinematografico si determina a partire dalla collocazione di Scream 4 all’interno della saga. È un sequel (un capitolo successivo della narrazione), un remake (un rifacimento più o meno fedele del lontano numero uno) o un reboot (parto da una storia nota, ma ne derivo una nuova)? Niente di tutto questo ed eppure tutto.

Craven omaggia se stesso citando le scene cardine dell’originale. Lo stesso killer è un simulacro del precedente, seppur aggiornato. Così come le regole, dove non basta essere vergini per sopravvivere (rimando hollywoodiano alla tradizione cristiana per cui il sesso prematrimoniale è peccato), fedelmente mutano. Il regista poi rende tutto surreale con la maratona di Stab, film dentro al film ispirato agli eventi del primo Scream, entrambi divenuti oggetti di culto.

I giovani non conoscono i classici del genere, ma una loro mera imitazione attraverso l’esplosione di discutibili e dimenticabili remake da parte dell’industria di intrattenimento, nonché dalla loro deriva comico-demenziale (seppure con piccole perle come Zombieland o L’alba dei morti dementi). Assuefatti dall’efferatezza della morte, in un crescendo di episodio in episodio, la trama si assottiglia all’inesistenza o ripiega sulla vuota autoreferenzialità, qui esemplificata dal triplice inizio di Scream 4 che a sua volta fa il verso a numerose saghe.

Per concludere, l’accusa ai mezzi di comunicazione di consumare frettolosamente le notizie senza il giusto grado di approfondimento, elevando persino i carnefici a moderni eroi.

La tragedia per una generazione è sempre uno scherzo per quella successiva.

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Andrea Magliano