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Blog

6 Mag

È da parecchio ormai che fisso questa tela bianca,
imprigionato da rozze catene.
Guardo le parole prendere forma,
come se un altro da me fosse qua.
Non sempre le riconosco e spesso mi chiedo:
‘Ma sono io l’autore di questo?’
Non sono né un poeta né un critico,
né un misero inventore.
Affogo nella quantità di informazioni
che la società produce nell’oggi
e alle volte è bello dire basta.
Sono anacronistico:
non punto alla quantità, ma alla qualità;
non punto all’apparenza, ma alla personalità;
non punto a ciò che aspetti, ma alla voce che non senti.
Il mio è un percorso,
ma se questo percorso fosse terminato?
Qual è il reale senso del comunicare
se il virtuale sostituisce il reale?
Eppure lo vedo crescere sulla tela,
come fosse uno specchio.
Lui aMe e io Andrea.
L’autore che uccide il suo personaggio?
O il personaggio che uccide il suo autore?
Cercavo uno stimolo,
lui mi ha sfidato.
Un cuore che pulsa,
un’illusione negli occhi,
l’uno la voce dell’altro.
Parti comuni
di una stessa persona.

©®aMe
Andrea Magliano

Io e aMe

Io e aMe

Sopra il mio primo progetto in Photoshop, in stile aMe e con alcune piccole sorprese. Consiglio per una maggiore risoluzione di cliccare sull’immagine. Siate clementi nel giudizio che è stata una sfida difficile con diversi feriti sul campo.

Dopo un mese dall’ultimo post, devo fare vari ringraziamenti: a Samanta Giambarresi, una mamma straordinaria divisa tra la piccola cubista e temi interessanti, e a Vittorio Tatti, prolifico scrittore e intrattenitore con sempre nuove idee, per avermi assegnato il Premio Dardos; a Laulilla, ricca ed esaustiva critica cinematografica, per il Liebster Award; a tutti colori che, pur inconsapevolmente, hanno sostenuto me e il blog, spingendomi a continuare.

Infine, un particolare ringraziamento va al bravo Bruno Carenini che mi ha voluto come ospite nella sua trasmissione radiofonica Piazza Grande su RCI Radio per una breve intervista in materia di blog. Un grazie di cuore per la bella esperienza e per le generose parole con cui mi ha presentato.

Stelarc

9 Apr

Ha tre orecchie e per qualche anno ha avuto anche una terza mano robotica. Eppure non è un personaggio dei fumetti né uno scienziato pazzo, anche se i più potrebbero definirlo così. Non è neppure affetto da qualche sindrome rara.

Il suo nome è Stelarc, pseudonimo di Stelios Arcadiou, ed è un semplice professore universitario e un artista. Origini cipriote, cresciuto in Australia e a stretto contatto con i laboratori più tecnologici del mondo, rientra tra i moderni performer.

Stelarc

Per chi non ricordasse, una performance si può definire brevemente come una qualche azione legata a uno specifico luogo e tempo in cui è imprescindibile il legame autore-pubblico. Il corpo del performer diventa la tela dell’artista, trasformando così se stesso in medium, il mezzo comunicativo. Questa forma d’arte non è immediata, produce uno shock e necessita una chiave di lettura.

Il percorso di Stelarc inizia a metà anni ’70. Sono anni di cambiamento, ma niente può preparare ai decenni che seguiranno. La tecnologia esplode e nei laboratori di ricerca si perfezionano i computer e la rete Internet. Da lì a pochi anni, grazie alle microtecnologie e alla miniaturizzazione dei componenti, questi dispositivi entrano prepotenti nella nostra vita modificandone inevitabilmente stile e pensiero.

La nostra vita si sdoppia tra reale e virtuale in rete. Internet e le macchine hanno abbattuto le frontiere dello spazio e del tempo al posto del nostro corpo, ma hanno comportato un sovraccarico di informazioni a cui è impossibile far fronte. Il progresso tecnologico corre più rapido dei suoi stessi creatori, incapaci di evolversi con altrettanta facilità.

Negli ultimi decenni si sono formate genericamente due scuole di pensiero, tra chi sostiene la bontà del cambiamento tecnologico e chi lo ritiene pericoloso e alienante per l’uomo. I più creativi ipotizzano persino che prima o poi le macchine si ribelleranno oppure che si fonderanno con noi, creando i cosiddetti cyborg.

Stelarc rifiuta il pessimismo tecnologico. Riconosce invece la necessità di evolvere il corpo umano, ritenuto obsoleto e soprattutto lento nell’affrontare il nuovo ambiente artificiale e interconnesso. Il suo pensiero sfida la natura, responsabile di averci donato un corpo poco stabile e funzionante, soggetto a continue malattie, la cui efficienza dipende dall’età e soprattutto mortale.

L’artista trasforma il suo corpo in una cavia con un unico obiettivo: preparare l’uomo ad affrontare il futuro quando l’organico e l’inorganico non saranno più distinti. Per questo è importante muoversi per piccoli passi, attraverso una serie di esercizi preparatori.

Innanzitutto il corpo, dovendo affrontare situazioni estreme, deve modificare la propria soglia del dolore e la propria sensibilità. Con The body suspensions (1976-1988), una serie di ganci inseriti nella pelle lo sollevano a varie altezze: è la sua sfida alla gravità. Nel 1993 crea delle capsule biocompatibili e robotiche (Stomach sculputures), da inserire nello stomaco e capaci di emettere suoni e di illuminarsi, per capire come l’organismo affronta una struttura aliena e artificiale.

L’idea degli studi successivi proviene dal mondo informatico. Una struttura efficiente è strutturata in moduli, unità con singoli specifici compiti. Se uno non funziona si sostituisce senza compromettere l’intero sistema. Inoltre, a moduli preesistenti se ne possono aggiungere altri per implementare nuove attività.

Il corpo nuovo deve essere modulabile, ma le singole parti avranno natura inorganica e organica. Negli anni Ottanta nasce il progetto The third hand. Sul braccio destro ne è inserito uno nuovo artificiale che termina in una mano robotica totalmente autonoma. L’obiettivo non è sostituire il corpo originario, ma espanderne le possibilità. Il primo passo verso quel cyborg è durato oltre 10 anni.

Gli studi sulla genetica hanno dato luce forse alla sua opera più controversa. Dal 2003 Stelarc clona un orecchio da delle cellule umane, in attesa di impiantarlo. Si prevede inizialmente di posizionarlo sulla testa, ma dopo si opta per metterlo nel braccio sinistro. Nel 2007, dopo il rifiuto di numerosi chirurgi e proteste diffuse (l’esperimento è accusato di insensatezza e cattivo gusto, ben poco orientato al progresso scientifico), Stelarc inserisce l’organo che si rivela non funzionante.

Il corpo maltrattato e rimodulato di Stelarc è una forma di sperimentazione, tra arte e scienza, che fa riaffiorare molti interrogativi. La più immediata riguarda forse la credibilità artistica del suo lavoro. In sé, è lecito chiedersi che cosa oggi sia definibile esattamente arte.

La sua opera interroga ed estremizza la vita attuale. I calli, a cui facciamo l’abitudine dopo molte attività, qui sono solo portati all’eccesso. Del resto, per esempio, un astronauta deve abituarsi a vivere in assenza di gravità. La mano robotica che si ibrida con il corpo è solo una nostra estensione, non dissimile da una macchina, un computer o un qualunque altro dispositivo elettronico. Qui però sono integrati e non più disgiunti. Si evidenzia la nostra dipendenza.

Il suo progetto riconosce i limiti umani. Possiamo spingere la tecnologia più avanti, ma l’uomo non riesce più a stare al passo. Affidiamo l’esplorazione e la comunicazione del Mondo alle macchine, estromettendo le persone. Il suo cyborg si può intendere come un tentativo di riconquista in un ambiente ormai alieno.

La natura ci insegna che l’evoluzione è un processo lentissimo, ma costante. L’uomo tramuta in artificiale l’ambiente. La natura non è in grado di reagire e sempre l’uomo cerca di accelerare i tempi per risolvere un problema da lui creato.

Quale futuro ci attende? E con quale corpo lo affronteremo?

©®aMe
Andrea Magliano

stelarc2

Rimando al sito ufficiale di Stelarc chi interessato a maggiori approfondimenti: qui.
Qui il precedente capitolo sul tema arte e performance: Orlan.

Faccio un grande ringraziamento perché sul blog si è abbattuta una pioggia di frecce, o meglio di Premi Dardos. Quattro blogger hanno dedicato una nomina a me, strappandomi più di un sorriso. Rigorosamente in ordine alfabetico: Amor et Omniacon le sue sempre magnifiche poesie che esplorano l’amore; Crazy Alice, simpaticissima più che crazy e con interessanti spunti letterari e musicali; Lady Khorakhane, prossima a diventare veterinaria, molto divertente e dolce; Sun, non solo abile scrittrice, ma anche sopraffina disegnatrice. Un profondo grazie a tutti quanti.

Che fine ha fatto Baby Jane?

2 Apr

Da una parte c’era Bette Davis. La giudicavano troppo brutta per fare l’attrice: occhi grandi, fronte alta, un fisico non perfetto. Eppure divenne una delle più grandi stelle della storia grazie alla sua espressività e al suo talento.

Dall’altra c’era Joan Crawford. Era più bella che brava, almeno se confrontata con la collega quasi coetanea. Il suo fascino mandava gli uomini in visibilio e gli studios non se la fecero scappare, trasformandola in una macchina commerciale.

Entrambe con un carattere non semplice, erano invidiose l’una del successo dell’altra cosicché Bette Davis iniziò una guerra interminabile. Il loro conflitto aveva raggiunto l’apice quando un promettente regista, Robert Aldrich, propose un progetto ritenuto dai più fallimentare.

Si poteva realizzare un film in sé indecifrabile, un macabro dramma dalle venature psico-horror, una denuncia allo star system, con due delle più grandi attrici, ormai attempate cinquantenni sulla via del tramonto per gli standard hollywoodiani, che tra l’altro non si erano mai sopportate?

Aldrich ci riuscì e il suo Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever happened to Baby Jane, 1962), tratto dal romanzo di Henry Farrell, è diventato un capolavoro sempreverde.

La storia inizia con una breve parentesi nel 1917 quando Jane è una baby star. Due decenni dopo il suo talento si affievolisce, smarrito tra alcolismo e film minori, mentre la sorella Blanche diventa una celebre attrice, alimentando l’acredine tra le due. Un incidente mai chiarito, imputato però a Jane, lascia Blanche paralitica. L’azione si sposta nel presente con le due sorelle costrette a una convivenza forzata dai risvolti drammatici.

Il film è prevalentemente ambientato nella casa dove si ritirano, qui descritta come una prigione da cui è impossibile evadere. Ci sono inferiate alle finestre e la Crawford, nella parte di Blanche, è relegata sulla sedia a rotelle al piano superiore.

L’antagonismo tra le dive si sviluppa a partire dal piano estetico. Blanche è perfetta e curata, mentre Jane (un’irriconoscibile Davis) è trasandata e sfigurata dal trucco pesante ai limiti del kitsch (la sua idea era di apporre sempre un nuovo strato sul precedente), incapace di abbandonare il fantasma della bambina che non è più.

Una delle scene più terrificanti è quando adulta si esibisce nel salotto in uno dei numeri che l’avevano resa famosa. Mentre si avvicina allo specchio a parete, la lampada le illumina il volto rivelando il mostro che è diventata. Qui.

Uno dei meriti di Aldrich fu quello di aver saputo sfruttare la loro reale rivalità, sfociata in continue cattiverie reciproche fuori e dentro il set. Si vocifera che in una scena del film la Davis abbia davvero preso a calci la collega, la quale si è poi riempita le tasche di sassi quando doveva essere trascinata a peso morto nella scena successiva.

Le due si scontrarono persino alla notte degli Oscar, quando solo Bette Davis fu nominata. La Crawford convinse Anne Bancroft, anch’essa candidata, ma impossibilitata a ritirare il premio, a riceverlo a suo nome. Alla fine, la spuntò proprio quest’ultima e Joan si girò vero Bette per dirle Scusa, ho un Oscar da ritirare.

Dietro lo scontro tra primedonne, si nasconde una profonda critica verso la società responsabile di creare questi moderni mostri amorali. Ogni identità è gradualmente distrutta. Blanche è combattuta tra segreti, l’amore per la sorella disturbata e il desiderio di abbandonarla per una vita migliore. Jane vive nel rancore e nell’odio verso chi ha più successo, incapace di riconoscere i propri limiti artistici o la mancata formazione personale che le impediscono di abbandonare la sua fama di Baby Jane, ormai finita nel dimenticatoio.

Il suo spettro nasce da chi ha sfruttato per denaro il talento di bimba prodigio, illudendola e mercificando la sua identità non del tutto formata. La società divora ciò che produce e in questi termini una persona non è diversa da qualsiasi altra cosa. Baby Jane diventa qui una bambola a grandezza naturale, feticcio del consumismo sfrenato. Al termine del consumo o della moda ogni prodotto è però buttato via.

L’amoralità moderna porta a una mancanza di senso critico. Quando Baby Jane fa i capricci perché vuole il gelato, a essere sgridata è la sorella che educatamente dichiara di non volerlo. Intanto la folla mormora sulle qualità educative dei genitori. Nel finale, ambientato su una spiaggia, i bagnanti si trasformano in involontari fruitori di uno spettacolo di cui non ne colgono il senso e poco distante si consuma la morte nella totale indifferenza.

What ever happened to Baby Jane

La società dell’immagine garantisce a ognuno i tanto agognati 15 minuti di gloria. I moderni media, reality o social network creano costantemente divi con scadenza, spesso senza arte né parte, impossibilitati a decifrare il proprio reale ruolo in questo meccanismo. L’industria aliena gli individui dalla propria personalità.

Guidati talvolta da un talento non del tutto formato, altre dai genitori che proiettano su di loro i sogni di gloria o la sete di denaro, anche i giovanissimi si trasformano in carne da macello per i nuovi spettacoli, dalla musica alla cucina, alle sfilate di bellezza.

E dunque: che fine ha fatto Baby Jane?

©®aMe
Andrea Magliano

Dopo la mia assenza, devo ringraziare tre amici blogger che mi hanno dedicato una nomina per altrettanti premi. In ordine di tempo, Vittorio e Candido per il Liebster Award e 65Luna per il Premio Dardos. Vi consiglio i loro blog: Vittorio è un ottimo scrittore, dalle mille idee e dai post originali con tanto di giochi; Candido un ottimo giornalista, dai temi approfonditi, ma anche un amante d’arte e di televisione; 65Luna realizza ottime foto e regala altrettante splendide parole.

Trip

18 Mar

Il post è un po’ particolare. Accomodatevi. Allacciate le cinture. Si parte!

In inglese la parola trip significa viaggio. La nostra escursione inizia nel 1865 nell’Inghilterra vittoriana. Charles Lutwidge Dodgson era un matematico e logico di estremo talento, nonché un grande fotografo e scrittore. Ma la storia si ricorderà difficilmente il suo nome, preferendogli lo pseudonimo Lewis Carroll.

Secondo la leggenda, durante una gita in barca con tre bambine, tra cui Alice Pleasance Liddell, racconta una storia molto fantasiosa e piuttosto irriverente di cui la stessa Alice è protagonista. La bimba cade nella tana del coniglio bianco e arriva così nel Paese delle meraviglie, un posto scriteriato di petulanti fiori, regine irascibili dal Tagliatele la testa! facile, uomini-carte, cappellai matti e molto altro.

Alice nel paese delle meraviglie e il suo seguito Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò divennero tra i libri, per l’infanzia e non, più famosi della storia. Poco importa se su Dodgson sono calate accuse (mai chiarite) di pedofilia, complici un discutibile rapporto con Alice e numerose foto di bambine, talvolta in pose succinte o in nudi.

Nel 1951, dopo svariati infruttuosi tentativi, Walt Disney presenta forse l’adattamento più celebre e discusso dell’opera di Carroll. Il suo Alice è reo di aver apportato sostanziali e opinabili modifiche all’originale, incapaci di tradurre l’arguzia e l’ironia di Carroll. La protagonista si tinge di biondo ed è catapultata in un mondo illogico abitato da pazzi e da colori eccentrici.

Il film ebbe un’involontaria seconda vita e la definitiva consacrazione a opera ultra-pop grazie alla canzone White rabbit (1967), cantata da Grace Slick, entrata da poco nei Jefferson Airplane. La canzone si ispira nel testo alla storia di Alice e nella struttura musicale al Bolero di Ravel.

Divenuta celebre grazie all’esibizione al Festival di Woodstock (1969), White rabbit rapisce l’ascoltatore con un crescendo musicale ipnotico che trova nel suo massimo la totale e improvvisa interruzione. Il testo omaggia l’opera di Carroll, pur con qualche licenza artistica, intravedendo nelle avventure psichedeliche della bimba le antesignane di quelle sotto acidi e stupefacenti, come l’LSD, che si diffondevano rapidi tra gli artisti e i giovani.

“One pill makes you larger and one pill makes you small.
And the ones that mother gives you don’t do anything at all.
Go ask Alice when she’s ten feet tall. […] 
[…] Feed your head!”

A partire da questi anni il termine trip si avvale di un nuovo significato: il viaggio mentale, lo stato di alterazione psico-fisica dovuto all’assunzione di droghe e sostanze allucinogene.

Molti artisti e intellettuali dichiararono di far uso di sostanze illecite, inserendo continui riferimenti nella cultura popolare. Se vi sorprende il testo di White rabbit, pensate alla ben più nota Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles, le cui iniziali non sono casuali.

Anche l’Italia vanta un caso interessante. Sotto le note di un appassionante e sofferto tango, Giovanni Lindo Ferretti descrive un amore totalizzante che si rivela prima distruttivo, ma tuttavia indispensabile e consolatorio, all’interno della sua Amandoti.

“Amarti m’affatica, mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto.
Amarti m’affatica, mi dà malinconia. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora, fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.
Amami ancora, fallo dolcemente. Solo per un’ora, che sia per sempre.
Amarti mi consola, le notti bianche. Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti.
Amarti mi consola, mi dà allegria. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.”

Leggendo tra le righe, si notano le parole di un (oggi ex) eroinomane che racconta il contraddittorio rapporto con la sua dipendenza, causa di sbalzi d’umore e tossica per il fisico e la mente.

Nel 2004, Gianna Nannini consacra la canzone al successo. Mantenendo inalterata la struttura del tango accompagnato da archi e da un tono graffiante e sporco, poi abbandonato e liberatorio sul finire, la sua cover dà l’idea di una profonda preghiera al partner.

Possono due versioni così identiche avere interpretazioni così lontane? Può l’amore della Nannini essere più sano della droga di Ferretti? Ciò a cui alludo è che entrambe non descrivono dei rapporti salutari. C’è sì la speranza di un rapporto che pur difficile è possibile, ma questo rivela la sua natura alienante e sfibrante.

Quando si parla di droghe, intese come sostanze illecite, si associa il termine di dipendenza. La dipendenza è una situazione di insoddisfazione personale che provoca un persistente bisogno verso qualcosa. Il termine di dipendenza non è però automaticamente associato a quello di droga in senso stretto. Esistono dipendenze da fumo, alcol, cibo, farmaci, ma anche da sesso e persino dipendenze affettive.

In questo caso il partner intravede nelle attenzioni verso l’altro la sua ragion d’essere e la possibilità di colmare un vuoto personale. L’amore perde la sua dimensione salutare e lascia spazio alla gelosia, alla paura dell’abbandono e alla disattenzione dell’altro, spesso una persona sfuggente, creando una dimensione di tossicodipendenza. Qui per approfondimenti.

La definizione di droga è dunque da intendere nella sua accezione più ampia come tutto ciò capace di creare assuefazione e limitare la nostra autonomia, sia esso un alimento, un medicinale o ancora una persona. Spesso non è l’oggetto in sé a essere sbagliato, ma l’uso che ne facciamo.

Dopo 150 anni di peregrinazioni il nostro viaggio giunge al termine. In pieno post-modernismo, è interessante osservare come tutto appare strettamente collegato e niente mai realmente nuovo. Si tratta solo di riletture diverse che ne espandono i significati originali. Perché il passato racconta anche la storia del nostro futuro. E niente è per forza ciò che appare. C’è sempre un segreto pronto a essere svelato. Come ciò che si nasconde dietro un’illusione.

Il mio trip termina qua. Spero che il prezzo del biglietto ne sia valso la pena.

©®aMe
Andrea Magliano

Nonostante l’oggetto del post, il sottoscritto non sostiene l’uso di sostanze illecite.

Diesel

20 Gen

Abituati a un marketing più tradizionale, basato su carta e televisione, lo sviluppo di Internet ha reso possibile la crescita di nuove forme di comunicazione meno convenzionali. Una di queste, il viral marketing, sfrutta le potenzialità della rete per diffondere il proprio messaggio rielaborando il concetto del passaparola.

Il promotore della campagna costruisce un messaggio originale che affida consapevolmente a pochi soggetti. Questi, spinti dalla natura del contenuto, sfruttano i mezzi della rete per condividere inconsapevolmente quell’idea, raggiungendo un target così più vasto. La diffusione del messaggio è pari a quella di un virus, con una crescita esponenziale del pubblico infetto.

Qualsivoglia, questo stesso post è figlio di questo virale, seppure fuori tempo massimo.

Un numero sempre più grande di imprese di vario settore, soprattutto in ambito cinematografico, hanno sfruttato queste potenzialità. Tra queste figura la Diesel che nel 2008 ha commissionato all’agenzia The Viral Factory la realizzazione del seguente video promozionale, capace di generare 4 milioni di visualizzazioni nella prima settimana e oltre 30 nel lungo termine.

Nata nel 1978 in Italia, la Diesel nel corso degli anni ha iniziato a ricoprire un ruolo internazionale nell’industria dell’abbigliamento e degli accessori. Precursore sull’uso di internet, con un particolare occhio di riguardo alla comunicazione e alle collaborazioni trasversali, si rivolge alla cultura pop giovanile.

In occasione dei 30 anni del marchio, l’azienda sviluppa una campagna dal tema Dirty Thirty o XXX diluita in tre step. La prima fase consta del lancio in rete del video di cui sopra. Il film termina con poche informazioni, 11 ottobre 2008, 1 party, 17 paesi. Seconda manovra è la realizzazione di quelle feste a tema anni ’70, con tanto di dj set, in location e città debitamente selezionate. Infine, attraverso un indirizzo web segreto, ora non più attivo, l’indicazione di una data e di alcuni luoghi in cui potere acquistare i noti jeans al prezzo speciale di 30€.

Soffermandoci soltanto sul video, per molti addetti del settore e non, Diesel realizza una delle più interessanti e importanti campagne virali. L’idea di base associa i 30 anni del brand (in numeri romani XXX) all’industria pornografica (generalmente identificata con quelle tre lettere), oggi vintage, degli anni ’70. Per non ricadere nella censura e ricordando l’obiettivo primario del video, l’effetto cartoon si sovrappone alle immagini esplicite sottolineando l’idea della festa, tra musicisti, cibo e giochi. A far presa sullo spettatore è l’effetto straniante di quelle sequenze, la smaliziata incredulità di assistere a un porno mascherato e per la stessa maschera adottata.

Approfondendo l’analisi, il concept rivela alcuni punti a suo favore, gli stessi che ne hanno decretato il successo. Diesel, sempre mirata in una comunicazione strategica sopra le righe (per lei il fotografo LaChapelle realizza la foto del bacio omo di due marinai nel ’94), porta con sé i valori della trasgressione e dell’eccesso. Con questo video sembra spingersi oltre, quasi a voler dire mai darci per scontati. C’è il gusto dello shock. Il brand, entrato nel tempo nell’immaginario culturale pop, realizza un’opera che più pop non poteva essere, sfociando nel kitsch ed elevandosi a cult istantaneo.

I 30 anni del marchio sono l’occasione inoltre per alzare l’età media del target. La scelta del porno vintage e dello stile demodé del cartoon tradizionale non sono solo motivati dalla data di nascita dell’azienda italiana, ma da una precisa volontà di strizzare l’occhio ai trentenni e oltre.

Il successo del virale è sostenuto dalla nomea del marchio. Ma un’altra azienda avrebbe potuto avere lo stesso impatto? A voi il giudizio.

©®aMe
Andrea Magliano

Informazioni di servizio. Un grande ringraziamento e doppio sorriso ai blogger 65Luna e Nicola Losito per avermi nominato per lo Shine On Award. Vi rimando a loro, tra foto, poesie e racconti, la carissima 65Luna, e resoconti, vignette, discussioni, il gentilissimo Nicola. Due blogger da non perdere!
Continua la collaborazione con Cinema Sperimentale, con la visione del corto Steps di Rybczyński, rivisitazione post-moderna della Scalinata di Odessa, tratta da La corazzata Potëmkin, incontro/scontro tra tecnologie e americani e sovietici.