Archivio | giugno, 2013

The bay

21 Giu

Scene di lotta di classe all’Agenzia delle Entrate

Vi potrei parlare della mattinata trascorsa all’Agenzia delle Entrate. Tra code, una mezza rissa tra un visitatore sull’orlo di una crisi di nervi e la direttrice del centro, funzionari che rifiutano di fare il loro lavoro. Invece non lo farò. Avevo bisogno di un’introduzione con il botto per crearvi delle false aspettative. E perché non sono bravo a fare le introduzioni.

Ciò di cui voglio parlare nasce da un film uscito nei, e credo già scomparso dai, cinema: The bay. E condividere con voi alcune considerazioni di natura ambientalista. Immagini di puro terrore.

Il film, un thriller ecologista, nasce come un mockumentary, un falso documentario che ricostruisce gli eventi registrati dalle telecamere dei protagonisti. Non aspettatevi l’ennesimo Paranormal Activity. Alla regia del film c’è un settantunenne, Barry Levinson, vincitore di un Oscar per Rain Man – L’uomo della pioggia e nella cui filmografia figurano commedie di intrattenimento e film impegnati come Sesso e potere.

È curioso analizzare come una persona esperta si avvalga di questo stile registico, per certi aspetti giovanile e privo di spessore sociale. Al contrario di altri film, qui si nota la regia curata e studiata. Gli attori, per dare maggior realismo alla storia, sono sconosciuti, in molti casi senza nessuna predisposizione alla recitazione. In ultimo, giudizio personale, la storia è più interessante nella prima parte per scivolare nel pressapochismo, ripetitività e nel devo chiudere al più presto sul finale.

Il narratore del film, mano a mano che vengono presentati i nuovi personaggi, dice a priori chi muore e chi no. La causa dell’epidemia è in pratica svelata già nella locandina e venti minuti dopo l’inizio del film. Per chi non si vuol rovinare nessuna sorpresa, informo della presenza di spoiler.The bay - Poster

Dopo Lo squalo, avrete il terrore dell’acqua. Un’epidemia contagia una cittadina di circa 6.000 anime nel Maryland, provocandone la morte di quasi la metà in una giornata. Partendo dai reali banchi di pesci trovati morti, pare essere stata trovata la causa in un parassita crostaceo realmente esistente, la Cymothoa exigua, che entra nelle branchie dei pesci per sostituirsi alla loro lingua. La cittadina del film sopravvive(va) grazie alla baia limitrofa e recentemente all’azienda di polli. Qui gli animali sono cibati con droghe e steroidi per velocizzarne la crescita e i loro escrementi gettati nelle acque, in cui anni prima c’era stata una perdita tossica. Il sindaco della città ha deciso di aprire uno stabilimento per rendere potabile l’acqua e fornirla sia all’industria aviaria sia alla popolazione. Il parassita, che prima non abitava il fondale, ha un nuovo habitat e si evolve rapidamente crescendo alle dimensioni di uno scarafaggio e trasformandosi in un abile predatore di tessuti animali. Se è vero che l’esistenza di sistemi di filtraggio escludono un esemplare adulto, non riescono a isolare le larve, così ingerite o inserite sotto pelle aumentando così il contagio. Fine spoiler.

Penso che la natura sopravviva grazie a un prezioso e delicato equilibrio tra tutte le specie viventi. Il vero miracolo della vita, per come lo intendo, si basa proprio su quest’alchimia che si crea tra tutti gli esseri che hanno imparato a vivere in una perfetta simbiosi universale. L’uomo appare tuttavia più un cancro su questo pianeta e sembra che la natura abbia bisogno di recuperare nuovamente l’equilibrio perso.

Ciò che mi intimorisce del film è come alla fine, per via di una serie di concause causate dall’ingordigia umana, la natura stessa produce il nostro sterminatore, secondo la teoria per cui l’uomo è vittima e carnefice del suo stesso gioco. Contemporaneamente, l’animale di maggior forza non è quello di maggior dimensioni o apparentemente più evoluto, ma il più piccolo che grazie a una maggior adattabilità ha saputo ribaltare la catena alimentare e ripristinare un nuovo equilibrio. L’idea in questione è simile all’epilogo de La guerra dei mondi, in cui la creatura più forte è anche quella invisibile a occhio nudo.

La nostra morte non proviene da un mostro immaginario o da un alieno, ma è reale e di questo mondo. Evidenzia la nostra totale fragilità e impotenza. Mostra la nostra vulnerabilità. Mi provoca un profondo senso di malessere come ha fatto Contagion. Soderbergh mostra una reale pandemia che stermina oltre un miliardo della popolazione mondiale, svelandone la causa negli ultimi due minuti. E anche in quel caso non si è di fronte a un castigo divino o a qualcosa di trascendentale, bensì a un semplice effetto domino e rapporto di causa-effetto, persino banale, ed eppure totalmente plausibile e lecito. Per questo ancora più angosciante.

In The bay la diffusione di questo virus rimanda alla peste che decimò la popolazione europea. Le vittime sono colpiti da piaghe, sfoghi cutanei, arti in cancrena. Non c’è cura che funzioni e l’originalità del mezzo di trasmissione implica nessuna via di scampo, essendo l’acqua l’elemento di vitale importanza per la sopravvivenza umana. Perché se per prevenire il contagio da una malattia a volte basta lavarsi le mani, qui proprio quel gesto si può trasformare in veicolo di morte. È emblematico che alla fine il medico, la figura adibita alla cura dei pazienti, si trasformi in vittima. Così come i primi due cadaveri appartengono ai due scienziati, uccisi tanto dalla cupidigia umana quanto dalla natura che cercavano di studiare.

Il film affronta anche un secondo tema: l’ottusità delle autorità e l’inefficacia dei mezzi di comunicazione. In virtù del e grazie al denaro, le autorità mettono a tacere tutto, pagano i sopravvissuti in cambio del loro silenzio. Cosicché l’equilibrio non venga perso.

The bay non sarà un film originale. Ma forse è un altro monito del nostro tempo.

@aMe
Andrea Magliano

The bay - Victim

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MDNA

14 Giu

Mi sono girato nel letto tutta la notte, senza chiudere occhio, perché oggi sarà il gran giorno. Ho messo la maglia con la scritta C’ero anche io a quel Ciao Italia! dell’87, che ancora neanche ero nato. L’attesa mi sta uccidendo.

Biglietti, panini, acqua, cellulare, ok c’è tutto. Possiamo andare. Direzione Milano. Tutto scorre in fretta, eccetto il traffico in città. Ci siamo quasi, meno di un chilometro alla meta. Lo intuisco dalla gente, dai vestiti, da ciò che canticchiano. E questa musica? Sì, è sul palco! Sta provando I’m a sinner.

L’eccitazione cresce più ci avviciniamo allo stadio. Quanta gente. Sono attese oltre 50mila persone. Qui la coda per mostrare il biglietto. Lì l’ingresso del nostro settore, secondo anello rosso. Correte! Bei posti, un po’ decentrati e alti, ma che vista pazzesca.

Guardo l’orologio con maniacale impazienza. Scatta il dj set delle 20 e ancora entra della gente. Devo fare la pipì! L’orario di inizio è per le 9, ma c’è ancora troppa luce. Servono le tenebre per questo spettacolo. È inutile che la gente fischi. Lei è una perfezionista e una star. Ecco, l’hanno capito.

Dai manca più poco. Lo staff sta pulendo il palco e montando il turibolo gigante. E queste urla dagli anelli più bassi? I ballerini! Si stanno riscaldando! E poi eccola là… Proprio di fronte a me, in linea retta, esce dagli spogliatoi circondata da altri. È lei…

Il mio cuore si ferma. È reale e non è un sogno. Eppure tutto si spegne.

Di fronte a questa introduzione e con la consapevolezza che lì a meno di 100 metri c’è il mio idolo può non uscirmi una lacrima? Con tutta l’emozione che ho in corpo, stritolo la mano a mia sorella. Forse non le sarò mai più vicino di così, ma lei è lì con me. Madonna è di fronte a me. Mi guarda ed eppure prosegue nel suo show. Per due ore ti porge la mano e ti invita a salire sul palco con lei, per ballare e cantare – e ci riesce persino con me che ho la stessa intonazione di uno gnù e l’eleganza di un elefante -, ricordandoti tuttavia che lei è la star.

Accadeva esattamente un anno fa, ma lo ricordo come se fosse ieri. L’MDNA Tour è stato il mio primo concerto, la mia prima volta a San Siro e il mio primo incontro con Lei. Un battesimo migliore non poteva esserci. Mi sono sentito peggio di un bambino all’interno di un lunapark. Miriadi di cose da vedere, tutte nuove e ugualmente attraenti. MDNA è una sorta di codice fiscale di Madonna, ma rimanda anche alla droga MDMA e mi sentivo come sotto il suo effetto.

Ricordo di aver guardato su Youtube video dei suoi vecchi concerti fatti a Milano e in uno c’era una ragazza vestita da sposa alla Like a virgin dimenarsi sui sedili. La stessa ragazza era al mio tour, poche file sopra di me. Il pubblico era totalmente eterogeneo. Tanti omosessuali – lesbiche, gay e trans sì -, ma anche tantissimi etero. Coppie, single, gruppi di amici. Famiglie con figli di sì e no 10 anni per passare a donne incinte e a gente sui 70/80 anni. Qui si dimostra il potere di un artista, quando riesce a parlare a un pubblico così vasto ed eppure così variegato. Durante il concerto ho spiato un po’ parte di quel pubblico, chi attentissimo a non perdersi i movimenti sul palco e chi non faceva altro che ballare e cantare con i vicini sconosciuti o gli amici. Goliardico e kitsch, è vero, ma una festa.

Un concerto di Madonna è un’esperienza da fare e anche una sfida per lo spettatore. Lei non è la migliore cantante di questo mondo e lo sa benissimo. I suoi non sono semplici esibizioni live, ma veri show con una trama segmentata in atti introdotti da interludi. Madonna sale sul palco circondata da più corpi di ballo, coristi e un gruppo spalla. Alle sue spalle tre maxischermo proiettano immagini o storie. Il palco è modulabile: botole, piloni, persino la punta si alza e si inclina. Se vuoi vedere tutto non sai dove guardare. Ma è inutile: quella donna ha un carisma mostruoso e il tuo occhio tenderà a lei. Ci sono interi numeri in cui lei compare circondata da certi ballerini. Poi la segui nel suo assolo e quando si rigetta nel gruppo ti accorgi che ora quei ballerini sono altri e ti chiedi ma dove e quando sono usciti i primi e dove e quando sono entrati i secondi.

Lei crea uno spettacolo ricco di chicche. Se non erro ci sono circa sei costumi. Il primo è una versione in nero del suo abito da sposa con Guy Ritchie. Questo tour è stato definito da lei stessa un viaggio dalle tenebre alla luce. La prima parte è violenta e satanica. Dei sacerdoti (i Kazaki in tacco a spillo) invocano la Madonna per espiare le colpe, ma chi giunge è più una versione diabolica che non si fa scrupolo a trasformarsi in arma prima (Revolver) e killer dopo (Gang Bang), per essere imprigionata (Hung up) e liberarsi per urlare al mondo la sua emancipazione (I don’t give a). Dietro Nicky Minaj ribadisce There’s only one queen and that’s Madonna, bitch!

Nel secondo atto, lei cheerleader affonda il colpo sull’emancipazione femminile e sul suo ruolo. Propone Express Yourself, ma a un tratto inserisce anziché il suo ritornello quello di Born this way della rivale mediatica Lady Gaga. Calca così lo scandalo che ha colpito quest’ultima accusata di aver plagiato la canzone di Madonna. Donna d’affari di estrema intelligenza, si esprime con il semplice uso delle parole delle due canzoni in una strofa ibrida:

Express yourself / I’m beautiful in my way ‘cause I was born this way / I’m on the right track baby / Express yourself / She’s not me

Come a sottendere: Cara Gaga impara a esprimerti da sola con le tue parole. E quel She’s not me, altra canzone di Madonna, sembra ricordare Lei non è me e mai lo sarà.

Procedendo spediti al terzo atto, è il turno dell’androginia e del ribaltamento dei sessi. In un corpetto versione 2.0 del mitico reggiseno a punta, Madonna intona Vogue, canzone diventata una bandiera del movimento LGTB, vestendo gli uomini della crew in abiti femminili e le donne in quelli maschili. Resta sola con il suo amante e intona una straziante versione al piano con accompagnatore di Like a virgin. Infine nel quarto atto, propone la rinascinata. La festa dei colori, dell’amore e della ricerca spirituale di Like a prayer e I’m a sinner per realizzare una finale Celebration prima di congedarsi.

Madonna stupisce per la scelta di canzoni. Scardina le tue aspettative ripescando tracce note solo a chi ha acquistato i precedenti album (Candy Shop), bonus track uscite solo sul mercato giapponese (Cyberraga) e stravolgendo i classici (Hung up e Like a virgin). Evita il successo facile. Irrompe nel sociale con l’interludio di Nobody knows me in cui appoggia la causa omosessuale, rifiutando il potere totalitario e di regime. Proietta i volti di adolescenti morti suicida per bullismo e omofobia nei paesi anglofoni. Contrariamente a tanti altri paesi, qui in Italia siamo in pochi ad applaudire. Il pubblico in maggioranza ignora chi siano quei volti grazie a nostri media e alla Chiesa. Per chi è interessato vi consiglio caldamente il videoclip in questo post.

Naturalmente non è tutto ora ciò che luccica. Pur fan, riconosco alcune pecche dello spettacolo. Se alcune canzoni sono in playback, in altre è facile capire che sono live dalle stecche lanciate. Madonna inizia a sentire il peso degli anni e si muove molto meno sul palco rispetto a prima (anche se vorrei arrivare io a 54 anni con quell’agilità!). C’è qua e là un riciclo di idee (l’intro di Turn up the radio è nel concept identica a She’s not me e Music inferno dei due precedenti tour). Non ha molta memoria e in alcune tappe dimentica addirittura le sue stesse canzoni (Papa don’t preach)…

Però diamine che emozione quel giorno. E la voglia di annullare quella distanza che ci ha separato e la speranza, o meglio il sogno colossale, di poter lavorare fianco a fianco con questa donna. Artista e imprenditrice. Ma soprattutto immensa fonte di ispirazione.

@aMe
Andrea Magliano

Cuore

10 Giu

Non sono mai riuscito
a disegnare i cuori.

Troppo grandi
o troppo piccoli.

A volte spezzati
e a volte informi.

A volte grassi su un lato
e magri sull’altro.

Ho riempito pagine
cercando il cuore migliore.

Ho interi quaderni
a testimoniare le mie prove.

Poi un giorno
ho incontrato te.

E da allora ho disegnato
il cuore più bello.

Il tuo.

Perfetto.

©aMe
Andrea Magliano

Stavo attendendo che si aprisse il pc chiedendomi cosa raccontarvi. Eppure avrei tante cose di cui parlarvi. La domenica uggiosa sotto il temporale, alcuni film e coincidenze hanno riportato alla mente la nostalgia di giorni passati. Persone, luoghi, animali, lavori. Mentre aspettavo i comodi della tecnologia, ho scarabocchiato per puro caso un cuore. E come naturale è imperfetto, come tutti quelli che ho fatto prima di lui. E così, in cinque minuti, ho buttato giù questo post, senza nessuna aspettativa e senza nessun pensiero. Insomma, imperfetto.

@aMe
Andrea Magliano

Provini

3 Giu

Il cuore inizia a palpitare. Mordicchio il labbro in attesa. Avanti e indietro, mi dondolo. Quanti dubbi… E se non ce la faccio? Arrivo dall’altra parte dello Stivale… Se non mi escono le parole? E se spacco? Dirò qui inizia la mia avventura. Dio, devo vomitare. No, ci devo riuscire. Oddio, è il mio momento. Ecco il palco!

Genova è una città un po’ abbandonata a se stessa, figlia di nessuno. Snobbata e chiusa nel suo mondo piuttosto provinciale, in cui non succede quasi mai niente. Per questo, l’arrivo della corazzata di X Factor appare un grande evento. E se si può assistere come pubblico bisogna correre al più presto. Sì, come pubblico e non come concorrente. Mi piacerebbe cantare, ma lassù qualcuno non mi ha concesso questo dono. Credetemi, io e la musica abbiamo un rapporto molto difficile. Fin l’auto-tune ha preferito cercarsi un altro spasimante!

Prima premessa. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con i talent show. Li trovo interessanti come fenomeno di costume e per permettere ad aspiranti artisti (o figuranti dell’arte) di farsi conoscere. Li disprezzo perché si ha l’idea superficiale che basta saper cantare per essere un cantante. Nei talent i concorrenti sono tendenzialmente carne da macello, spolpati e svuotati. Si uccide l’artista, se mai c’è realmente stato, sul nascere. In questo, come avrete notato, sono molto intransigente.

Seconda premessa. Ho iniziato a vedere X Factor da quando ha traslocato su Sky, che dà un’impronta molto internazionale nella realizzazione dei suoi programmi. Abbandona gli aspetti tipici del varietà italiano, sostituisce la conduzione strillata di Facchinetti con un vero presentatore garbato e di presenza come Cattelan, ha un senso maggiore dello spettacolo. E soprattutto adotta il modello americano come modo di intendere l’impresa.

Terza premessa. Disinteressato dal vedere i vip in giuria – di presunti vip il mondo è pieno, diversi li ho conosciuti, altri li ho visti, sono solo persone che si costruiscono personaggi -, ero più interessato a come funzionava una registrazione televisiva e a vedere all’opera la tanto decantata organizzazione aziendale. E poi non nego di adorare i provini di X Factor per i cosiddetti casi umani, di gente stonata convinta di essere Mina, per i battibecchi con i giudici. Insomma, volevo passare una serata a farmi qualche risata.

Riesco così a recuperare due biglietti per la sessione serale di sabato 1 giugno. Vengo contattato immediatamente ed educatamente da Milano per informarmi che ho due posti prenotati a mio nome e che la convocazione è prevista alle 20.30. Perfetto, è fatta.

L’organizzazione. Qui arriva la prima e unica delusione della serata. La tanto decantata impronta americana è totalmente assente e si assiste al classico folle baraccone italiano a livello organizzativo. Presentandoci all’orario di convocazione, un addetto ci informa che in realtà l’appuntamento è fissato per l’ora successiva. Nessun membro dello staff è presente a verificare il possesso dei biglietti (era inutile prenotare) e nessuno a dare indicazione di dove entrare (il leitmotiv per 20 minuti è stato ma questa è la fila per entrare o per il bagno?). L’ingresso avviene in massa e ci è fatta pressione per accomodarci in fretta e furia, anche se a creare il fantomatico collo di bottiglia sono gli stessi organizzatori. Recuperati i posti, si assiste al personale collocato sui vari livelli delle tribune comunicare tra loro a gesti (il walkie talkie evidentemente costava troppo). Oltre le 22.00 finalmente parte la registrazione. E altra sorpresa, non un autore a dare indicazioni al pubblico. Sì che non è una diretta, ma mi aspettavo qualcosa. Insomma, siamo in Italia.

I provini. Per il resto la serata è proseguita come da copione. Attenzione spoiler. In quella sessione, sono saliti 15 cantanti o gruppi. Non credo personalmente di essere un oracolo, ma avendo già visto i precedenti provini in televisione avevo immaginato in tutti e 15 i casi chi sarebbe passato e chi no. E anche che cosa sarebbe successo. Per esempio, è il turno di un duo fiorentino, donna e uomo. Ancor prima che inizino a cantare, dico al mio amico strano che non cerchino di separarli e di far andare avanti solo uno dei due. Tentativo che è stato puntualmente fatto. Un gruppo di quattro ragazzi, bella presenza, palestrati, ma non interessanti vocalmente, porta una canzone dei Blue e ognuno canta una strofa (come si fa a capire il valore del gruppo non è ben chiaro), ma naturalmente passano con il bene tacito della Ventura e di Mika. Altri sempreverde di X Factor? Due ragazzine più belle che brave che non stanno simpatiche alla Ventura che le redarguisce che non devono fare le bamboline, ma che devono studiare (lei stessa parla di merito quando in televisione ha difeso a spada tratta personaggi come Sara Tommasi o Raffaella Fico). Morgan che urla coglione a uno del pubblico che gli dice di tacere. La Ventura che attacca un concorrente, reo di aver attaccato a sua volta i Modà, e di accusarlo di portare rabbia verso chi ha più successo. E poi i giudizi che paiono insensati, come Mika che nell’arco di 30 secondi dice qualcosa come sei molto brava, hai una bella voce, per me è sì e al momento della votazione per me è un no, I’m sorry. Arriva il turno del personaggio dalla barba che non si taglia da 8 mesi, ma che è bravino; quello della donna trentenne saccente e stonata; del portapizze che si emoziona e non si ricorda la sua stessa canzone. I bravi bravi sono pochi. Una ragazza che sale sul palco con l’ukulele e una stampella, di dubbia utilità, che porta una canzone cantata nelle piantagioni di cotone dagli schiavi neri (una perla e spero arrivi al programma). Una trentenne palermitana che porta Giuni Russo e dà dimostrazione della sua potenza vocale con tanto di gorgheggi e un belato che attrae Mika (peccato si presenti mettendo i giudici in riga di non pronunciare il suo cognome). Ma io qui sono di parte, avendo ahimè un debole per le siciliane. Una diciannovenne che aspira a diventare attrice di musical che si diletta tra De André e un perfetto inglese, con cui lisciarsi un po’ Mika.  Un duo femminile di 16 e 18 anni dalle grandi doti vocali e una forte sensibilità (e di cui Morgan è interessato a chiedere se fossero lesbiche e le due ragazzine rispondono di amarsi come amiche). Una cantautrice che porta un suo testo un po’ triste mostrando una grande sensibilità emotiva e artistica.

I giudici. L’edizione di quest’anno presenta Mika al posto di Arisa. Se sulla Ventura ho già lasciato intendere, Elio è stato il grande personaggio spento. C’era, ma non fiatava, ben distanziato dagli altri giudici e poco attivo con il pubblico. Morgan il grande mattatore, egocentrico e colto, con tanto di entrata in scena in solitaria rispetto agli altri tre. E che ha già dichiarato quella che sarà la sua linea guida, tramutandola in tormentone al secondo concorrente: lo psicodramma. E permettetemi, per quanto non mi faccia impazzire, bisogna ammettere il suo grande carisma in questo programma. Il vero interesse è Mika. Mostra una grande cultura musicale e personalmente lo trovo molto interessante nei giudizi e nel modo di porsi. E soprattutto è quello che ha avuto, anche se in pratica per una sola stagione, il maggior successo internazionale. Questo lo ha portato a essere molto schietto nei giudizi. Su 15 concorrenti, i sì da lui espressi si contavano sulle dita di una mano. E a parte quello al gruppo di ragazzi aitanti – ogni tanto l’ormone scappava anche a lui -, abbastanza condivisibili. Per molti concorrenti ha richiesto due canzoni. Se si presentavano sul palco con un pezzo in inglese ne chiedeva uno a cappella in italiano, valutando così intonazione e pronuncia nelle due lingue di riferimento del programma. E se doveva essere paterno lo era. Una ragazza cantava per la prima volta davanti a un pubblico, totalmente nel panico e ha iniziato a piangere. Prova il primo pezzo e si blocca. Le fanno cantare un secondo a cappella e dimentica le parole. Mika elegantemente le consiglia di chiudere gli occhi e di cantare come se non ci fosse nessuno davanti a lei. Esperimento riuscito e la ragazza mostra una bella voce e una buona intonazione. Al momento del giudizio è onesto e le risponde che per un cantante il palco è la sua casa, ma con un buon allenamento può riprovare perché è brava.

Personalmente. Qual è l’utilità di questo articolo? Nessuna! Volevo condividere con voi le mie opinioni a caldo sul mio sabato sera. C’è solo una premessa che ho tralasciato. Volevo ridere. Lo dico con un po’ di cattiveria perché nei provini in televisione si ride sempre. E ho riso. Ma mi sono anche emozionato per alcuni ragazzi. Alcuni di loro mi hanno trasmesso molto. Su cui riflettere. Il post è già lungo così e non è il caso inserire ancora i miei pensieri. Altrimenti, scrivo un libro più grande dell’enciclopedia Treccani! Ho bisogno di metabolizzare questi input e magari nei prossimi giorni condividere con voi alcuni di quei risultati. Da quella ragazza che aveva paura del palco alla cantautrice dalla bella sensibilità. Però insomma, è stata una bella serata. In cui ridere e scherzare con la gente. Ai prossimi provini.

@aMe
Andrea Magliano