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Jesus Christ Superstar

9 Giu

Certi argomenti sono come una corda sospesa nel vuoto. E il rischio di cadere è alto. Soprattutto se la storia si fonde con il mito e la leggenda e alcuni di quegli episodi si ripercuotono ancora oggi a distanza di secoli. E la minaccia del fanatismo, non esclusivamente religioso, è dietro l’angolo in qualsiasi momento.

Del resto la storia non sempre risulta oggettiva o assoluta. Dipende infatti dalle fonti in nostro possesso e si aggiorna con costanza. A scriverla sono gli uomini con i loro umori e le loro idee e nel mare di voci emergono anche pensieri contrastanti e non per forza condivisi.

Capita così che una delle figure cardine della cultura occidentale, quella di Gesù Cristo, offra materiale pressapoco infinito. È davvero esistito o no? E se sì chi era costui e cosa è davvero successo? Domande lecite visto che il nostro mondo deriva da quegli anni.

La principale fonte storica è rappresentata dai Vangeli e dalle sacre Scritture, opere scritte da altre persone e che in taluni passaggi presentano delle discordanze. I testi mostrano poi diverse componenti sovrannaturali (immacolata concezione, miracoli…) che, se per alcuni sono da prendere alla lettera, per altri (compresi alcuni teologi) forniscono solo un’indicazione simbolica dei fatti accaduti.

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Negli anni ’70 Tim Rice e Andrew Lloyd Webber realizzarono testi e musiche per l’album rock Jesus Christ Superstar, diventato poi un musical teatrale le cui repliche proseguono tutt’oggi nel mondo. Nel 1973 Norman Jewinson ne firma l’adattamento per il grande schermo, dando luce a un cult senza tempo e a uno dei più bei film spirituali del cinema.

Interamente girato nelle terre di Israele, qui un gruppo di giovani hippie mette in scena gli ultimi giorni della vita di Cristo fino alla morte per crocifissione. Alla figura di Gesù, interpretato da un quasi esordiente Ted Neeley, si contrappone un eccelso e superbo Giuda Iscariota, con il volto di Carl Anderson.

In questa rivisitazione l’elemento divino è assente, ricordando invece la dimensione umana e terrena degli eventi e dei suoi protagonisti, tutti in qualche modo persi. Si pone l’accento sulla costante ricerca di spiritualità, mettendo in guardia dal cieco fanatismo, e si mostrano infine le ripercussioni politiche di certi messaggi.

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Per la prima volta gli episodi sono narrati attraverso gli occhi del traditore, un Giuda estremamente razionale e logico, capace di comprendere le reali implicazioni delle parole di Cristo, ormai totalmente fuori controllo, ingigantite, fraintese e poco spirituali. Il suo grido mette in guardia dal crescente invasamento che potrebbe sfociare in una rivolta fatale per il popolo sottomesso. Non risparmia neanche Gesù che, per quanto continui ad ammirare, ritiene sempre più protagonista ammaliato dalla sua nomea e lontano dagli obiettivi iniziali, e si chiede della veridicità del suo parlare in nome di Dio.

Giuda lamenta l’uso improprio di risorse che potrebbero essere usate per salvare i poveri, ormai assenti nel programma, su cui Cristo risponde che questi esisteranno sempre. Disprezza la presenza di Maria Maddalena a fianco di una persona di così alta levatura che pare invece compiaciuta delle cure e attenzioni ricevute. In una dolce I don’t know how to love him, la prostituta canta il profondo smarrimento causato da un amore di difficile comprensione, notando però che alla fine Gesù è solo un uomo come gli altri.

A un dinamico Giuda si contrappone un Cristo passivo nel subire le conseguenze degli eventi sfuggiti di mano e che, per quanto spirituale, non ha quasi nulla di divino. Capisce che il messaggio di gloria e di potere sono stati fraintesi quando una folla gli dedica il proprio cieco asservimento e l’apostolo Simone lo incita ad aggiungere un pizzico di odio contro Roma (Simon Zealotes/Poor Jerusalem).

Assiste al degrado del Tempio di Gerusalemme colmo ormai di mercanti e prostitute (The temple) e, sopraffatto da un’orda di lebbrosi che lo inghiotte speranzosa in un tocco miracoloso, implora di essere lasciato stare (The lepers). L’eccentrico re Erode, sospeso in un party dai dubbi gusti sessuali, insiste per vedere i miracoli per cui Gesù è divenuto una star, ma senza risultati lo accusa di essere uno qualunque (King Herod’s song).

Il più toccante passaggio giunge al termine dell’ultima cena. Un Cristo sempre più triste, solo e prossimo alla morte, si allontana nell’orto degli ulivi. Ancora una volta un uomo, ancorché il mito, si dimostra smarrito e incapace di accettare il proprio destino, sfogando i dubbi in una sofferta preghiera-scontro contro il Signore.

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Dietro l’anima spirituale si nasconde quella politica, sempre più umana e terrena. Le paure di Giuda sono fondate quando la gente intorno a Cristo aumenta e lo proclama, oltre che il figlio di Dio, il re dei Giudei alla guida di un popolo oppresso che rivendica una terra.

I primi ad esserne spaventati, intimoriti di perdere i propri privilegi e della reazione romana, sono i sommi sacerdoti ebraici Anna e Caifa che spingono il Sinedrio (dedito a legiferare e alla giustizia) a votare la morte di Cristo. Premendo sulle paure di Giuda, lo inducono con l’inganno a tradire Gesù in cambio di denaro con cui poter aiutare i poveri. Cristo è arrestato per essersi equiparato a un Dio e portato davanti a Pilato che, in nome di Roma, avrà l’ultima parola. Dinanzi al silenzio del condannato, alla folla feroce fomentata dal Sinedrio che lo vuole crocifisso e dopo la fustigazione pubblica, un impotente Pilato, preoccupato di insurrezioni, non può che lavarsi le mani e mandare a morte l’uomo (The trial before Pilate/39 lashes).

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Nonostante gli apprezzamenti della Chiesa di Roma, il film non mancò di generare proteste e accuse diffuse da parte di alcuni gruppi ebrei e cristiani.

I primi denunciarono il film di antisemitismo, avendo dipinto il popolo ebreo come responsabile della morte di Cristo. Ci si dimentica però che gli eventi qui narrati sono contenuti nel Nuovo Testamento e non sono un’invenzione dello sceneggiatore. Questi episodi sono stati una delle ragioni con cui il Cristianesimo ha sempre giustificato nei secoli la persecuzione contro gli Ebrei, fino alle scuse ufficiali di Papa Giovanni Paolo II.

L’altra principale accusa è di blasfemia. Si critica sia l’aver trasformato Cristo in una qualsiasi rock-star sia l’averlo dipinto uomo e non un’entità superiore. Il film costruisce poi un parallelismo tra Giuda e Gesù, esulando il semplice ritratto di traditore e tradito. I due si compensano come metà di una stessa medaglia, entrambe vittime di un destino più grande già scritto e condotte a morte per tradimento. Giuda non consegna Gesù per fini personali, ma con la speranza di salvarlo, evitare le probabili insurrezioni e con i soldi della ricompensa aiutare i bisognosi. Le promesse del Sinedrio non sono però mantenute e il senso di colpa lo spinge al suicidio.

Un altro cambiamento chiave dell’opera è che a resuscitare non è Cristo, ma lo spirito di Giuda nella famosa Superstar. Scendendo dal cielo con una croce, l’Iscariota rivendica profondi dubbi su quanto è successo. Alla fine chi è realmente Gesù, che cosa ha sacrificato e per cosa? Perché mai, se era portavoce di un messaggio di salvezza, non è apparso con un piano e ai giorni nostri per sfruttare i moderni mass media? E cosa dire allora delle altre religioni?

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Girato con tocco anti-militarista, il film arriva in un periodo di grandi cambiamenti e tensioni, dopo gli assassinii dei fratelli Kennedy, Martin Luther King, Malcolm X e durante la Guerra del Vietnam.

Può esistere religione senza politica? Dietro i diversi credi si nascondono istituzioni e in nome della religione, a prescindere da quale, sono morte più persone di quante ne sono state salvate. In nome della religione sono scoppiate guerre, attentati e persecuzioni che solo in quella cristiana hanno coinvolto (tra gli altri) pagani, ebrei, omosessuali, scienziati, gente mancina, con i capelli rossi o le lentiggini. In nome della religione non vi è equiparazione dei diritti.

Si può allora essere spirituali senza essere religiosi?

Rileggendo i personaggi liberi di qualsiasi componente superiore, si ricorda che prima di tutto sono uomini che come tali sono emotivi, smarriti, tentati, strumentalizzati. Privi di certezze, si muovono e si interrogano in cerca di risposte per fugare i propri dubbi. La spiritualità passa anche dalla capacità di domandare e di saper (e sapersi) mettere in discussione.

Ciò è l’esatto opposto del fanatismo. L’invasamento, non sempre religioso, è oggi ancor più applicabile a qualsiasi contesto, con la folla pronta a elevare idoli o guide che negano il confronto e si fanno portavoce dell’unica (presunta) verità.

Non esiste l’assolutismo, ma ogni cosa è pronta per essere riscritta.

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Il film si chiude sulla croce e con un pastore che, nel rossore del tramonto, conduce il suo gregge. Il messaggio di Cristo non è andato perso.

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Andrea Magliano

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Stelarc

9 Apr

Ha tre orecchie e per qualche anno ha avuto anche una terza mano robotica. Eppure non è un personaggio dei fumetti né uno scienziato pazzo, anche se i più potrebbero definirlo così. Non è neppure affetto da qualche sindrome rara.

Il suo nome è Stelarc, pseudonimo di Stelios Arcadiou, ed è un semplice professore universitario e un artista. Origini cipriote, cresciuto in Australia e a stretto contatto con i laboratori più tecnologici del mondo, rientra tra i moderni performer.

Stelarc

Per chi non ricordasse, una performance si può definire brevemente come una qualche azione legata a uno specifico luogo e tempo in cui è imprescindibile il legame autore-pubblico. Il corpo del performer diventa la tela dell’artista, trasformando così se stesso in medium, il mezzo comunicativo. Questa forma d’arte non è immediata, produce uno shock e necessita una chiave di lettura.

Il percorso di Stelarc inizia a metà anni ’70. Sono anni di cambiamento, ma niente può preparare ai decenni che seguiranno. La tecnologia esplode e nei laboratori di ricerca si perfezionano i computer e la rete Internet. Da lì a pochi anni, grazie alle microtecnologie e alla miniaturizzazione dei componenti, questi dispositivi entrano prepotenti nella nostra vita modificandone inevitabilmente stile e pensiero.

La nostra vita si sdoppia tra reale e virtuale in rete. Internet e le macchine hanno abbattuto le frontiere dello spazio e del tempo al posto del nostro corpo, ma hanno comportato un sovraccarico di informazioni a cui è impossibile far fronte. Il progresso tecnologico corre più rapido dei suoi stessi creatori, incapaci di evolversi con altrettanta facilità.

Negli ultimi decenni si sono formate genericamente due scuole di pensiero, tra chi sostiene la bontà del cambiamento tecnologico e chi lo ritiene pericoloso e alienante per l’uomo. I più creativi ipotizzano persino che prima o poi le macchine si ribelleranno oppure che si fonderanno con noi, creando i cosiddetti cyborg.

Stelarc rifiuta il pessimismo tecnologico. Riconosce invece la necessità di evolvere il corpo umano, ritenuto obsoleto e soprattutto lento nell’affrontare il nuovo ambiente artificiale e interconnesso. Il suo pensiero sfida la natura, responsabile di averci donato un corpo poco stabile e funzionante, soggetto a continue malattie, la cui efficienza dipende dall’età e soprattutto mortale.

L’artista trasforma il suo corpo in una cavia con un unico obiettivo: preparare l’uomo ad affrontare il futuro quando l’organico e l’inorganico non saranno più distinti. Per questo è importante muoversi per piccoli passi, attraverso una serie di esercizi preparatori.

Innanzitutto il corpo, dovendo affrontare situazioni estreme, deve modificare la propria soglia del dolore e la propria sensibilità. Con The body suspensions (1976-1988), una serie di ganci inseriti nella pelle lo sollevano a varie altezze: è la sua sfida alla gravità. Nel 1993 crea delle capsule biocompatibili e robotiche (Stomach sculputures), da inserire nello stomaco e capaci di emettere suoni e di illuminarsi, per capire come l’organismo affronta una struttura aliena e artificiale.

L’idea degli studi successivi proviene dal mondo informatico. Una struttura efficiente è strutturata in moduli, unità con singoli specifici compiti. Se uno non funziona si sostituisce senza compromettere l’intero sistema. Inoltre, a moduli preesistenti se ne possono aggiungere altri per implementare nuove attività.

Il corpo nuovo deve essere modulabile, ma le singole parti avranno natura inorganica e organica. Negli anni Ottanta nasce il progetto The third hand. Sul braccio destro ne è inserito uno nuovo artificiale che termina in una mano robotica totalmente autonoma. L’obiettivo non è sostituire il corpo originario, ma espanderne le possibilità. Il primo passo verso quel cyborg è durato oltre 10 anni.

Gli studi sulla genetica hanno dato luce forse alla sua opera più controversa. Dal 2003 Stelarc clona un orecchio da delle cellule umane, in attesa di impiantarlo. Si prevede inizialmente di posizionarlo sulla testa, ma dopo si opta per metterlo nel braccio sinistro. Nel 2007, dopo il rifiuto di numerosi chirurgi e proteste diffuse (l’esperimento è accusato di insensatezza e cattivo gusto, ben poco orientato al progresso scientifico), Stelarc inserisce l’organo che si rivela non funzionante.

Il corpo maltrattato e rimodulato di Stelarc è una forma di sperimentazione, tra arte e scienza, che fa riaffiorare molti interrogativi. La più immediata riguarda forse la credibilità artistica del suo lavoro. In sé, è lecito chiedersi che cosa oggi sia definibile esattamente arte.

La sua opera interroga ed estremizza la vita attuale. I calli, a cui facciamo l’abitudine dopo molte attività, qui sono solo portati all’eccesso. Del resto, per esempio, un astronauta deve abituarsi a vivere in assenza di gravità. La mano robotica che si ibrida con il corpo è solo una nostra estensione, non dissimile da una macchina, un computer o un qualunque altro dispositivo elettronico. Qui però sono integrati e non più disgiunti. Si evidenzia la nostra dipendenza.

Il suo progetto riconosce i limiti umani. Possiamo spingere la tecnologia più avanti, ma l’uomo non riesce più a stare al passo. Affidiamo l’esplorazione e la comunicazione del Mondo alle macchine, estromettendo le persone. Il suo cyborg si può intendere come un tentativo di riconquista in un ambiente ormai alieno.

La natura ci insegna che l’evoluzione è un processo lentissimo, ma costante. L’uomo tramuta in artificiale l’ambiente. La natura non è in grado di reagire e sempre l’uomo cerca di accelerare i tempi per risolvere un problema da lui creato.

Quale futuro ci attende? E con quale corpo lo affronteremo?

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Andrea Magliano

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Rimando al sito ufficiale di Stelarc chi interessato a maggiori approfondimenti: qui.
Qui il precedente capitolo sul tema arte e performance: Orlan.

Faccio un grande ringraziamento perché sul blog si è abbattuta una pioggia di frecce, o meglio di Premi Dardos. Quattro blogger hanno dedicato una nomina a me, strappandomi più di un sorriso. Rigorosamente in ordine alfabetico: Amor et Omniacon le sue sempre magnifiche poesie che esplorano l’amore; Crazy Alice, simpaticissima più che crazy e con interessanti spunti letterari e musicali; Lady Khorakhane, prossima a diventare veterinaria, molto divertente e dolce; Sun, non solo abile scrittrice, ma anche sopraffina disegnatrice. Un profondo grazie a tutti quanti.

Che fine ha fatto Baby Jane?

2 Apr

Da una parte c’era Bette Davis. La giudicavano troppo brutta per fare l’attrice: occhi grandi, fronte alta, un fisico non perfetto. Eppure divenne una delle più grandi stelle della storia grazie alla sua espressività e al suo talento.

Dall’altra c’era Joan Crawford. Era più bella che brava, almeno se confrontata con la collega quasi coetanea. Il suo fascino mandava gli uomini in visibilio e gli studios non se la fecero scappare, trasformandola in una macchina commerciale.

Entrambe con un carattere non semplice, erano invidiose l’una del successo dell’altra cosicché Bette Davis iniziò una guerra interminabile. Il loro conflitto aveva raggiunto l’apice quando un promettente regista, Robert Aldrich, propose un progetto ritenuto dai più fallimentare.

Si poteva realizzare un film in sé indecifrabile, un macabro dramma dalle venature psico-horror, una denuncia allo star system, con due delle più grandi attrici, ormai attempate cinquantenni sulla via del tramonto per gli standard hollywoodiani, che tra l’altro non si erano mai sopportate?

Aldrich ci riuscì e il suo Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever happened to Baby Jane, 1962), tratto dal romanzo di Henry Farrell, è diventato un capolavoro sempreverde.

La storia inizia con una breve parentesi nel 1917 quando Jane è una baby star. Due decenni dopo il suo talento si affievolisce, smarrito tra alcolismo e film minori, mentre la sorella Blanche diventa una celebre attrice, alimentando l’acredine tra le due. Un incidente mai chiarito, imputato però a Jane, lascia Blanche paralitica. L’azione si sposta nel presente con le due sorelle costrette a una convivenza forzata dai risvolti drammatici.

Il film è prevalentemente ambientato nella casa dove si ritirano, qui descritta come una prigione da cui è impossibile evadere. Ci sono inferiate alle finestre e la Crawford, nella parte di Blanche, è relegata sulla sedia a rotelle al piano superiore.

L’antagonismo tra le dive si sviluppa a partire dal piano estetico. Blanche è perfetta e curata, mentre Jane (un’irriconoscibile Davis) è trasandata e sfigurata dal trucco pesante ai limiti del kitsch (la sua idea era di apporre sempre un nuovo strato sul precedente), incapace di abbandonare il fantasma della bambina che non è più.

Una delle scene più terrificanti è quando adulta si esibisce nel salotto in uno dei numeri che l’avevano resa famosa. Mentre si avvicina allo specchio a parete, la lampada le illumina il volto rivelando il mostro che è diventata. Qui.

Uno dei meriti di Aldrich fu quello di aver saputo sfruttare la loro reale rivalità, sfociata in continue cattiverie reciproche fuori e dentro il set. Si vocifera che in una scena del film la Davis abbia davvero preso a calci la collega, la quale si è poi riempita le tasche di sassi quando doveva essere trascinata a peso morto nella scena successiva.

Le due si scontrarono persino alla notte degli Oscar, quando solo Bette Davis fu nominata. La Crawford convinse Anne Bancroft, anch’essa candidata, ma impossibilitata a ritirare il premio, a riceverlo a suo nome. Alla fine, la spuntò proprio quest’ultima e Joan si girò vero Bette per dirle Scusa, ho un Oscar da ritirare.

Dietro lo scontro tra primedonne, si nasconde una profonda critica verso la società responsabile di creare questi moderni mostri amorali. Ogni identità è gradualmente distrutta. Blanche è combattuta tra segreti, l’amore per la sorella disturbata e il desiderio di abbandonarla per una vita migliore. Jane vive nel rancore e nell’odio verso chi ha più successo, incapace di riconoscere i propri limiti artistici o la mancata formazione personale che le impediscono di abbandonare la sua fama di Baby Jane, ormai finita nel dimenticatoio.

Il suo spettro nasce da chi ha sfruttato per denaro il talento di bimba prodigio, illudendola e mercificando la sua identità non del tutto formata. La società divora ciò che produce e in questi termini una persona non è diversa da qualsiasi altra cosa. Baby Jane diventa qui una bambola a grandezza naturale, feticcio del consumismo sfrenato. Al termine del consumo o della moda ogni prodotto è però buttato via.

L’amoralità moderna porta a una mancanza di senso critico. Quando Baby Jane fa i capricci perché vuole il gelato, a essere sgridata è la sorella che educatamente dichiara di non volerlo. Intanto la folla mormora sulle qualità educative dei genitori. Nel finale, ambientato su una spiaggia, i bagnanti si trasformano in involontari fruitori di uno spettacolo di cui non ne colgono il senso e poco distante si consuma la morte nella totale indifferenza.

What ever happened to Baby Jane

La società dell’immagine garantisce a ognuno i tanto agognati 15 minuti di gloria. I moderni media, reality o social network creano costantemente divi con scadenza, spesso senza arte né parte, impossibilitati a decifrare il proprio reale ruolo in questo meccanismo. L’industria aliena gli individui dalla propria personalità.

Guidati talvolta da un talento non del tutto formato, altre dai genitori che proiettano su di loro i sogni di gloria o la sete di denaro, anche i giovanissimi si trasformano in carne da macello per i nuovi spettacoli, dalla musica alla cucina, alle sfilate di bellezza.

E dunque: che fine ha fatto Baby Jane?

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Andrea Magliano

Dopo la mia assenza, devo ringraziare tre amici blogger che mi hanno dedicato una nomina per altrettanti premi. In ordine di tempo, Vittorio e Candido per il Liebster Award e 65Luna per il Premio Dardos. Vi consiglio i loro blog: Vittorio è un ottimo scrittore, dalle mille idee e dai post originali con tanto di giochi; Candido un ottimo giornalista, dai temi approfonditi, ma anche un amante d’arte e di televisione; 65Luna realizza ottime foto e regala altrettante splendide parole.

Trip

18 Mar

Il post è un po’ particolare. Accomodatevi. Allacciate le cinture. Si parte!

In inglese la parola trip significa viaggio. La nostra escursione inizia nel 1865 nell’Inghilterra vittoriana. Charles Lutwidge Dodgson era un matematico e logico di estremo talento, nonché un grande fotografo e scrittore. Ma la storia si ricorderà difficilmente il suo nome, preferendogli lo pseudonimo Lewis Carroll.

Secondo la leggenda, durante una gita in barca con tre bambine, tra cui Alice Pleasance Liddell, racconta una storia molto fantasiosa e piuttosto irriverente di cui la stessa Alice è protagonista. La bimba cade nella tana del coniglio bianco e arriva così nel Paese delle meraviglie, un posto scriteriato di petulanti fiori, regine irascibili dal Tagliatele la testa! facile, uomini-carte, cappellai matti e molto altro.

Alice nel paese delle meraviglie e il suo seguito Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò divennero tra i libri, per l’infanzia e non, più famosi della storia. Poco importa se su Dodgson sono calate accuse (mai chiarite) di pedofilia, complici un discutibile rapporto con Alice e numerose foto di bambine, talvolta in pose succinte o in nudi.

Nel 1951, dopo svariati infruttuosi tentativi, Walt Disney presenta forse l’adattamento più celebre e discusso dell’opera di Carroll. Il suo Alice è reo di aver apportato sostanziali e opinabili modifiche all’originale, incapaci di tradurre l’arguzia e l’ironia di Carroll. La protagonista si tinge di biondo ed è catapultata in un mondo illogico abitato da pazzi e da colori eccentrici.

Il film ebbe un’involontaria seconda vita e la definitiva consacrazione a opera ultra-pop grazie alla canzone White rabbit (1967), cantata da Grace Slick, entrata da poco nei Jefferson Airplane. La canzone si ispira nel testo alla storia di Alice e nella struttura musicale al Bolero di Ravel.

Divenuta celebre grazie all’esibizione al Festival di Woodstock (1969), White rabbit rapisce l’ascoltatore con un crescendo musicale ipnotico che trova nel suo massimo la totale e improvvisa interruzione. Il testo omaggia l’opera di Carroll, pur con qualche licenza artistica, intravedendo nelle avventure psichedeliche della bimba le antesignane di quelle sotto acidi e stupefacenti, come l’LSD, che si diffondevano rapidi tra gli artisti e i giovani.

“One pill makes you larger and one pill makes you small.
And the ones that mother gives you don’t do anything at all.
Go ask Alice when she’s ten feet tall. […] 
[…] Feed your head!”

A partire da questi anni il termine trip si avvale di un nuovo significato: il viaggio mentale, lo stato di alterazione psico-fisica dovuto all’assunzione di droghe e sostanze allucinogene.

Molti artisti e intellettuali dichiararono di far uso di sostanze illecite, inserendo continui riferimenti nella cultura popolare. Se vi sorprende il testo di White rabbit, pensate alla ben più nota Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles, le cui iniziali non sono casuali.

Anche l’Italia vanta un caso interessante. Sotto le note di un appassionante e sofferto tango, Giovanni Lindo Ferretti descrive un amore totalizzante che si rivela prima distruttivo, ma tuttavia indispensabile e consolatorio, all’interno della sua Amandoti.

“Amarti m’affatica, mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto.
Amarti m’affatica, mi dà malinconia. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.
Amami ancora, fallo dolcemente. Un anno, un mese, un’ora, perdutamente.
Amami ancora, fallo dolcemente. Solo per un’ora, che sia per sempre.
Amarti mi consola, le notti bianche. Qualcosa che riempie vecchie storie fumanti.
Amarti mi consola, mi dà allegria. Che vuoi farci è la vita. È la vita, la mia.”

Leggendo tra le righe, si notano le parole di un (oggi ex) eroinomane che racconta il contraddittorio rapporto con la sua dipendenza, causa di sbalzi d’umore e tossica per il fisico e la mente.

Nel 2004, Gianna Nannini consacra la canzone al successo. Mantenendo inalterata la struttura del tango accompagnato da archi e da un tono graffiante e sporco, poi abbandonato e liberatorio sul finire, la sua cover dà l’idea di una profonda preghiera al partner.

Possono due versioni così identiche avere interpretazioni così lontane? Può l’amore della Nannini essere più sano della droga di Ferretti? Ciò a cui alludo è che entrambe non descrivono dei rapporti salutari. C’è sì la speranza di un rapporto che pur difficile è possibile, ma questo rivela la sua natura alienante e sfibrante.

Quando si parla di droghe, intese come sostanze illecite, si associa il termine di dipendenza. La dipendenza è una situazione di insoddisfazione personale che provoca un persistente bisogno verso qualcosa. Il termine di dipendenza non è però automaticamente associato a quello di droga in senso stretto. Esistono dipendenze da fumo, alcol, cibo, farmaci, ma anche da sesso e persino dipendenze affettive.

In questo caso il partner intravede nelle attenzioni verso l’altro la sua ragion d’essere e la possibilità di colmare un vuoto personale. L’amore perde la sua dimensione salutare e lascia spazio alla gelosia, alla paura dell’abbandono e alla disattenzione dell’altro, spesso una persona sfuggente, creando una dimensione di tossicodipendenza. Qui per approfondimenti.

La definizione di droga è dunque da intendere nella sua accezione più ampia come tutto ciò capace di creare assuefazione e limitare la nostra autonomia, sia esso un alimento, un medicinale o ancora una persona. Spesso non è l’oggetto in sé a essere sbagliato, ma l’uso che ne facciamo.

Dopo 150 anni di peregrinazioni il nostro viaggio giunge al termine. In pieno post-modernismo, è interessante osservare come tutto appare strettamente collegato e niente mai realmente nuovo. Si tratta solo di riletture diverse che ne espandono i significati originali. Perché il passato racconta anche la storia del nostro futuro. E niente è per forza ciò che appare. C’è sempre un segreto pronto a essere svelato. Come ciò che si nasconde dietro un’illusione.

Il mio trip termina qua. Spero che il prezzo del biglietto ne sia valso la pena.

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Andrea Magliano

Nonostante l’oggetto del post, il sottoscritto non sostiene l’uso di sostanze illecite.

Essex

11 Mar

Breve premessa: i fatti qui accennati sono realmente accaduti e, vista la loro drammaticità, potrebbero urtare la sensibilità di alcuni.

Oggi ridente località turistica affacciata sull’Oceano Atlantico, l’isola di Nantucket era nota in passato per le baleniere e perché qui Herman Melville ambienta il racconto di Moby Dick.

Nel romanzo, il capitano Achab si scontra contro la balena del titolo. Melville costruisce una storia di vendetta e di ossessione, allegoria della condizione umana e del suo rapporto con la natura, destinata al fallimento. Il bianco animale, misterioso nella sua natura non umana, diventa metafora di un creato irraggiungibile e malvagio.

Lo scrittore trae ispirazione da due fatti di cronaca. C’è la storia del capodoglio albino Mocha Dick, un maschio adulto che viveva nel XIX secolo al largo del Cile, ora gentile e ora incredibilmente violento. Lo scrittore però vuole omaggiare la triste e celeberrima avventura dell’Essex conclusasi nel 1820.

Essex_photo_03_bPartita dall’isola di Nantucket e doppiato faticosamente Capo Horn, la baleniera si spinge su rotte quasi inesplorate al largo del Pacifico per sopperire alla finora irrisoria pesca. Alle porte dell’inverno, i capodogli si preparano alla stagione degli accoppiamenti. Una volta avvistati, l’equipaggio cala tre lance puntando un esemplare maschio che prima di fuggire ribalta una delle imbarcazioni.

In un clima di sospesa incredulità, l’animale riemerge colpendo l’Essex e scompare prima di affiorare di nuovo e affondare la baleniera. Venti persone si salvano a bordo delle due lance con poche provviste. Questo però è solo l’inizio dell’incubo. Gli uomini decidono di navigare verso il Cile.

I superstiti trovano un atollo disabitato (l’isola di Henderson) che saccheggiano rapidamente. Tre di loro decidono di attendere i soccorsi, mentre gli altri ripartono finendo alla deriva. I viveri terminano presto e la fame e la disidratazione portano i primi morti. Resta una soluzione: cibarsi dei loro corpi. Dopo 78 giorni, i naufraghi sono costretti ad abbandonare l’ultimo briciolo di umanità rimasto. Tirando a sorte individuano un compagno da uccidere e mangiare.

Solo il comandante e il primo ufficiale, Chase, che racconterà la triste vicenda prima di impazzire, giungeranno a terra. Mesi dopo saranno portati in salvo anche gli uomini sul piccolo atollo.

Come è facile intuire, questa storia sconvolse l’opinione pubblica e ha aperto le porte a numerosi interrogativi. Al di là del dramma del naufragio, un episodio non così infrequente nella storia, ciò che colpisce è il cannibalismo a cui sono indotti gli uomini.

A lungo si è puntato il dito contro l’uomo cannibale incivile da addomesticare. I valori della cultura umana qui decadono poco a poco avallati soltanto dalla necessità di sopravvivere. L’uomo non è più tale, diverso dalle bestie, ma pur sempre un animale. Non è più importante chi siamo, da dove veniamo o cosa indossiamo. Conta un istinto che riemerge nel momento di maggiore difficoltà. La storia dell’Essex (ma al cannibalismo furono spinti anche i superstiti del disastro aereo delle Ande del 1972, qui) ci ricorda l’annosa domanda: l’uomo di cosa è realmente capace?

L’equipaggio è stato costretto al cannibalismo dalle circostanze. Li si può giustificare? Spesso tendiamo a fare simulazioni di situazioni estreme per capire come ci comporteremmo, ma si tratta pur sempre di falsificazioni che il nostro cervello riconosce come tali. In un contesto analogo cosa avremmo fatto pur di sopravvivere?

Tornando all’affondamento, il caso dell’Essex è oggetto di studi anche per altri motivi. Ad oggi risulta l’unico naufragio causato volontariamente da un cetaceo. Questi animali tendono a fuggire di fronte al pericolo, ma il capodoglio pareva seguire una strategia di attacco come se sapesse che il vero nemico non era tanto la piccola quanto la grande imbarcazione. Questa convinzione può suggerire forse un’intelligenza animale superiore?

Secondo altri, l’odontecete ha reagito solo in preda al panico, magari confuso dopo il primo urto. Inoltre, durante la stagione degli amori i maschi diventano più aggressivi e nella baleniera potrebbe aver riconosciuto semplicemente un rivale. Ciò pertanto sarebbe solo sintomo di un istinto naturale.

È interessante osservare infine come Chase descriva il capodoglio sui 25 metri (dimensioni notevoli, ma nella norma), quando oggi raramente toccano i 18. Poiché è impensabile una tale miniaturizzazione in poco più di due secoli, si presume che la caccia intensiva abbia ridotto drasticamente il numero di individui adulti. Ne Il mondo d’acqua di F. Schätzing, si stima che nell’arco di 300 anni la popolazione di capodogli sia calata da 3 milioni a 10.000 esemplari, in pratica un’estinzione di massa.

In natura tutto si basa su un delicato equilibrio ed eventuali mutamenti di uno o più tasselli sono diluiti nell’arco di migliaia di anni, pena l’avaria dell’intero sistema.

L’uomo che cerca di sottrarsi alle sue regole aspira al ruolo del capitano Achab. Anche se già sappiamo chi tra lui e Moby Dick ha avuto la meglio.

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Andrea Magliano