Archive | aprile, 2013

Parole

30 Apr

È da tanto che questo blog giace nel totale silenzio. Sicuramente non è una perdita per l’umanità. Però il silenzio è stato virtuale, perché le parole non hanno mai smesso di abbandonarmi. E di pagine e conversazioni ne sono state scritte. Molte.

Intendiamoci, non è successo alcun evento negativo. Solo tanti piccoli episodi, né belli né brutti, che sommatisi mi hanno portato a interrogarmi sull’uso delle parole. Vorrei aver la grande intelligenza di un filosofo e dare un senso profondo a quanto succede, ma la verità è che non ne ho le capacità.

Non so come strutturare questo articolo. Parto da due dei tanti stati di facebook che ho pubblicato in questi giorni:

Per citare Ligabue:
“Ho perso le parole, eppure ce le avevo qua un attimo fa”.
Cercando ispirazione per il cosa e per il come.

Non vi capita mai di avere tanto da dire ed eppure non riuscire a farlo? Ho scritto e riscritto varie lettere, perché ho molto da dire. Ma ogni volta le ho cestinate. L’ispirazione arriva nel sonno. Mi suggerisce le frasi e il modo di dire determinati concetti. Concetti che avrebbero potuto provocare sorrisi, spaventare o far star male. Credo che quando si vuole bene a una persona, a volte per far del bene sia necessario far del male. All’altra persona e a se stessi.

Ho imparato che le parole hanno una grandissima forza.
Ma altre volte ho conosciuto la loro totale inutilità…

Non ho un fisico possente e mi ribadiscono tutti che devo mangiare un po’ di più ché sono troppo magro. Non ho mai dato troppo peso alla fisicità del mio corpo, ma alla profondità della mia anima. Sono convinto che faccia più male la parola che un pugno. Il dolore fisico passa, ma la parola lascia un segno spesso indelebile. Anche in maniera inconsapevole. Ho ricevuto qualche complimento in questi mesi su quanto riesca a spronare gli altri e a trovare sempre la buona parola per tutti. Ma in realtà non credo di fare niente di che. Osservo le persone e vedo i loro pregi, le loro forze e cerco di rimetterli in carreggiata se vanno fuori strada. Cerco di ricordargli qualcosa che hanno momentaneamente dimenticato. Ed eppure a volte mi fa star male sapere che qualcuno è in difficoltà. Ha bisogno di una mano ed eppure non riesce ad accettare l’aiuto, perché questo vuol dire scoprirsi e lasciar entrare un’altra persona. E allora mi sento impotente. Naturalmente non sono un ente benefico che aiuto la prima persona che passa.

Alcuni brevi pensieri su due interventi del blog, Necrologio e Innamorarsi. Ultimamente ho cercato dei titoli che fossero d’impatto e in un certo senso altisonanti. Necrologio voleva giocare sulla contraddizione con il contenuto che effettivamente era vivo e parlava di un vivere, non di un morire. O meglio il necrologio rappresentava per me la morte dell’apparenza e della superficialità, per sostituirlo con l’essere. E ad alcuni di voi quel titolo ha provocato una reazione. Ma vi racconto di una che mi ha fatto un po’ ridere da parte di un caro amico che vedendo il titolo del post su facebook mi ha chiesto se andasse tutto bene. Dico di sì e gli domando se ha almeno letto il contenuto. Naturalmente la risposta è negativa.

Innamorarsi ha nuovamente provocato reazioni. Belle, indubbiamente, anche da parte di persone che non me lo aspettavo. Vi state chiedendo se c’è una ragazza a cui è rivolto e chi è? Beh, mi spiace deludervi, non lo so. L’articolo fu scritto inconsciamente, perché avevo voglia di essere positivo e di pensare a qualcosa di bello. Iniziavano le prime giornate di primavera, di fiori che sbocciano e di amori che nascono. Ho messo insieme qualche immagine, ascoltando la giusta canzone in sottofondo, e ho dato sfogo al mio inconscio. Le reazioni degli altri mi hanno portato a interrogarmi su che cosa volesse dirmi il mio io nascosto e tuttavia non c’è ancora una risposta chiara.

La domanda che mi faccio a volte è: ma se io avessi scritto un testo di un serial killer che squarta le persone, avreste pensato che io ero un sadico malato? Perché se ve lo state chiedendo, la risposta è nettamente e certamente sì. E badate bene, la mia non è una lamentela, ma è una pura curiosità. Non posso non farmi domande, perché solo domandandosi si impara e si continua a crescere. Voglio essere e sono un esploratore. E ad Aprile, grazie all’uso della parola, ho collezionato una lunga serie di fraintendimenti.

Un’ultima considerazione sulle parole. Vi capita mai di ascoltare o leggere qualcosa che immediatamente vi piace, ma che poi vi accorgete di non averne mai colto profondamente il senso finché d’un tratto capita qualcosa, una sorta di epifania, che vi svela la vera potenza di quel messaggio? Io me ne sono accorto con questa canzone di Arisa:

E per evitare fraintendimenti, questa canzone non è rivolta a nessuno. Mi è capitato di riascoltarla per caso l’altro giorno. Anche se in verità volevo solamente condividerla con voi – risata maligna -.

Tutto questo per dire che cosa? Beh che oggi per la prima volta, mentre ero sulla fermata in attesa dell’autobus e mi facevo altamente i fatti miei, uno sconosciuto si è avvicinato in macchina e ha provato ad adescarmi offrendomi un passaggio. Dite che mi devo iniziare a preoccupare? Perché eventualmente la prossima volta mi piazzo un bel cartello con scritto “non in vendita!” eheh

A presto!

@aMe
Andrea Magliano

Necrologio

22 Apr

Scrivo la dolce conclusione davanti a questo specchio,
simulando la mia vita al termine del giorno.
Con in volto un’espressione richiesta,
che poco corrisponde al di dentro.
Protetto in questo camerino, solitario e silenzioso,
in cui levare la maschera e essere me stesso.

Sono esausto.
E allora vivo e osservo.

Osservo l’immagine di me, truccata e composta,
e l’abito immacolato che ancora indosso.
Mi strucco per liberare il tormento e i miei demoni
pronto a banchettare con loro un’altra notte.
Mi spoglio per celebrare quel fisico, scavato e sporco,
che porta sulla sua pelle le macchie di un segreto inenarrabile.

Sono nudo.
E allora vivo e osservo.

Vivo i miei occhi come il mio bene più prezioso
e la mia peggior condanna.
Vivo con un cuore disfunzionale
rotto, crepato, affaticato. Metà.
Vivo nel dubbio,
il costante amante delle notti più passionali.

Non vivo per la paura in essa.
E allora osservo e sono la stella.

Afferro la chiave e la pongo al collo,
chiudendo il mio tesoro dentro uno scrigno.
Mi vesto e parto con la mia valigia,
pronto a immettermi sulla strada
e a dire al mondo ecco ci sono.
Ecco chi sono.

©aMe
Andrea Magliano

Per la prima volta vi svelo un po’ di background di un mio post. Ma lo farò in pillole, perché mi piace la reazione della gente. Sperando di provocare qualche reazione.
Il titolo originale era Vivo divenuto Il dubbio per concludere con il Necrologio, nato per puro caso ascoltando una canzone che mi ha trasmesso l’immagine dello specchio.
La prima frase che ho scritto è stata Vivo i miei occhi come il mio bene più prezioso / e la mia peggior condanna, mentre scrivevo una lettera che non verrà mai recapitata a un’altra persona.
Questo testo si è evoluto dall’immagine di un cuore pulsante, a quello di un camerino di una persona che si spoglia a una sorta di prequel del mio post Sulla strada, pubblicato due settimane fa e nato anche quello in maniera molto simile.
Chi è la persona del testo? A volte sono io, a volte non sono io.

@aMe
Andrea Magliano

Per un caro amico

19 Apr

Questo post sarà un po’ diverso dal solito.

Non si parlerà di me o di qualche problema. Fortunatamente. Voglio invece condividere con voi la mia stima e il mio affetto verso un’importante persona che oggi compie gli anni. E rivolgere a lui, insieme a voi, un grandissimo e, spero, gradito augurio.

Un mio coetaneo e un caro amico, verso il quale sono e sarò sempre riconoscente.

Perché è una persona speciale. Estremamente buona e gentile. Capace e in gamba. Sempre pronto a sorreggermi a ogni caduta e ad applaudirmi a ogni successo.

Come a Capodanno, quando si è presentato con una busta. Vedeva la mia autodistruzione e la mia profonda tristezza di quei mesi. E in quella busta inserì un messaggio. Mi ricordava di non mollare e aveva recuperato una storia che avevo scritto anni prima su un vecchio blog ormai chiuso. Non me la ricordavo, ma lui sì e voleva che io ricordassi. E scrisse:

La tua fiamma deve rimanere sempre accesa!

Come alla mia laurea, quando prese il treno per Torino per assistere alla proclamazione. Una cerimonia, sì e no, di pochi minuti a testa. Venne al mattino e rimase tutto il giorno. Sapeva quanto ero agitato.

Come al mio piercing, che mi ha voluto regalare dopo averlo tartassato per settimane su quanto fosse importante per me. E che mi ha voluto accompagnare a farlo, nonostante la sua paura dei buchi, che me tapino ho scoperto solo quel giorno.

Come per questo blog, che non ha chiuso anzitempo anche grazie al suo sostegno e di cui lui, assieme a mia sorella, è il primo ufficiale follower. Come per il mio sogno di essere un’artista, per cui ha sempre dichiarato di essere il mio primo fan.

Sono fortunato ad averlo conosciuto. Perché persone così speciali si incontrano raramente nella vita. E quando succede bisogna tenerle strette. Perché chi trova un amico, trova un tesoro. E anche grazie a lui ho capito che cosa è l’amicizia.

Non sono bravo con i ringraziamenti. E so di non essere l’amico migliore di questo mondo e l’amico che merita, sempre attento ai suoi bisogni come lui lo è con me. E non sarò mai in grado di sdebitarmi per tutto ciò che ha fatto e che continua a fare.

In cuor mio, mi auguro che davanti a lui si sviluppi un cammino privo di ostacoli e colmo di trofei e successi. E se ci sarà da combattere, combatterò al suo fianco.

Spero vivamente che i suoi progetti prendano il largo. Perché, sapete, lui scrive e non ha mai smesso. Ha una grande cultura. Si informa. E ho visto una crescita spaventosa in questi anni. E sono un suo sostenitore. Sono convinto che il suo progetto possa avere il successo meritato. E che lo avrà.

Non ci sono parole per descrivere la bella persona che vive in te.

Ti auguro non un solo anno, ma un’intera vita di felicità e soddisfazioni. Perché i tuoi sogni si realizzeranno.

Tieni alta la testa, Christian!

Auguri

Andrea

Pezzi di puzzle

17 Apr

In data 12 marzo, in uno dei tanti editoriali, scrissi:

In testa ho già articoli su Paranorman, vulcani, facebook, sesso, aerei, flusso di coscienza e isole

Come avrete notato, non ho mai scritto alcun post su questi argomenti. Ciò vi dimostra quanto io sia una persona di parola! E per provarvi il contrario, beh… Neanche adesso parlerò di quei temi. Anche se in mia difesa vorrei asserire che sono una persona di parola. Sul blog, tuttavia, la linea editoriale – se così si può chiamare – naviga in un mare in tempesta e si lascia spingere dal vento del momento.

Per abbassare un po’ i toni degli ultimi interventi, voglio mostrarvi la mia ultima fatica e auto-regalo che mi sono concesso. Perché ogni tanto è bene coccolarsi un po’. Direttamente da Londra, e grazie al mio amato Amazon.it, ho acquistato questo puzzle da collezione che raffigura la famiglia gialla più famosa della televisione e parte del loro mondo.

Paul Lamond Games, I Simpson, I cittadini di Springfield

Paul Lamond Games, I Simpson, I cittadini di Springfield, 750 pezzi

Ebbene sì. Sono un fan accanito dei Simpson e stavo facendo la caccia a questo puzzle già da un po’. Disquisisco subito delle note dolenti: il puzzle è solo 750 pezzi e i sensi di colpa per aver acquistato un articolo di non primaria necessità non sono tardati ad arrivare. Complice la crisi, tutti abbiamo fatto dei tagli, però stavolta ne avevo bisogno.

Vi spiego come ragiona la mia testa. Quando una persona è stressata o soprappensiero cosa fa? Scrive, corre, mangia, o qualsiasi attività vi venga in mente. Bene anch’io faccio le stesse identiche cose, ma contemporaneamente mi rifugio nei puzzle.

Fare un puzzle è per me un’azione estremamente catartica e di grande concentrazione. Innanzitutto perché è un’attività solitaria in cui ci sono io, chiuso nel mio mondo. Secondariamente, ma principalmente, è un gesto in cui le due metà di me, il conscio e l’inconscio, si scontrano e fondono.

Fare un puzzle richiede metodo e logica. Il trucco è partire dal bordo che delimita un’aerea, al cui interno si sviluppa e si contiene una storia. A quel punto si ricostruiscono le zone più semplici o più facilmente identificabili. Si cercano agganci e gradualmente si riempono i vari buchi. Quando i tasselli sono in via di esaurimento, quelli che ancora mancano di essere collocati sono suddivisi a seconda della forma e testati uno a uno, con una forte osservazione del dettaglio o con l’inserimento di prova. Questo è il lato razionale. Avallato da circa 16 decimi di vista.

L’operazione inconscia si traduce primariamente nella ricerca dell’immagine. A ogni puzzle è associato un mio stato d’animo. Il disegno suggerisce molto di me e delle mie necessità. Ho iniziato con gli ambienti di montagna. Paesaggi isolati, ma armoniosi. C’era sempre un’abitazione con un camino acceso o un castello inespugnabile. Era la casa. Poi passai al viaggio. Feci un puzzle con un faro e il mare calmo in tramonto. Il successivo fu un veliero che doveva affrontare un mare in burrasca. Guardate la foto che vi introduce in questo blog e, se siete lettori di lunga data, ripensate alle immagini della zattera o sulla strada. Sono arrivati allora i puzzle delle città, in particolare New York, uno dei miei sogni.

Ora il puzzle dei Simpson. In particolare, però, tra tutte le immagini ho scelto quella di una folla indistinta e al tempo stesso in cui ogni elemento è facilmente scindibile e capibile nella sua solitudine. Credo che si possa intendere come il mio bisogno di socialità e di sentirmi parte di un gruppo, in cui io ne sono in contemporanea alienato. Non un semplice pezzo di colore, ma una macchia ben distinguibile. Oppure, altra interpretazione, ripensando a ciascuno di quei personaggi che incarnano vizi, pregi, difetti della società moderna, alle mie diverse identità e figure che messe insieme formano Springfield, ovvero Andrea.

Non solo la scelta del disegno si traduce in un trip mentale, ma il gesto stesso di acquistare e fare un puzzle suggerisce tanto di me. Per esempio che ho necessità di stare da solo e riflettere. Avete visto gli articoli criptici e la vena romantica. C’è stato il ritorno dal lavoro e vari messaggi inviati, alcuni con risposte taciute. Diciamo che se qualcosa è andato a posto, altro non mi ha dato tregua. I troppi pensieri e la profonda introversione, che su taluni temi mi colpisce, mi spingono a sfogarmi così. Fare un puzzle vuol dire per me muovere i miei pensieri come fossero pezzi di un disegno più grande. Sono sparsi, disordinati, a volte incastrati tra loro per sbaglio, a volte già compatti. Bisogna prenderli uno per uno e provare a collocarli nel posto giusto. E quella metodologia che vi ho descritto sopra si applica alla mia testa.

E così mentre proseguo in quest’attività, ragiono. Completamente assorbito. Questo per me vuol dire fare un puzzle. E poi non venite a dire che un uomo non è capace di fare due cose contemporaneamente! Anzi, ascoltavo pure la musica o guardavo alcuni episodi del cartoon, perché è un passatempo alquanto rumoroso!

Per concludere, vi presento il gioco finito. È arrivato il 16 aprile a pranzo.

Paul Lamond Games, I Simpson, I cittadini di Springfield, Puzzle da 750 pezzi

L’ho terminato il giorno stesso. Tempo per farlo: 8 ore. Come potete ben capire, avevo tanto su cui pensare…

@aMe
Andrea Magliano

Ps 1: di solito tendo a cimentarmi con puzzle sui 1.500, 2.000 pezzi. Per loro i tempi medi di esecuzione sono 4/5 giorni.

Ps 2: non sapendo come proporvelo, colgo l’occasione di questo post per condividerlo. Perché dopo 8 ore che davo forma a personaggi gialli, ho iniziato a credere di essere io stesso un abitante di Springfield! Il video che voglio mostrarvi è un cortometraggio inedito interamente dedicato a uno dei personaggi più sottovalutati del serial, Maggie Simpson. La qualità del corto è molto elevata e soprattutto la trama è molto poetica e accattivante, tanto che gareggiava insieme a Paperman per l’Oscar come miglior corto d’animazione. Qui, Maggie è lasciata in un asilo. Trova un bruco che diventa suo amico e che decide di salvare dalla sua nemesi, il bambino con un unico sopracciglio. Ve lo consiglio. È molto tenero e dolce. Buona serata!

Tempo

15 Apr

Ho aspettato un po’ a scrivere di nuovo perché dovevo risolvere alcune questioni. Anche se, in sincerità, non tutte hanno avuto una soluzione. Ho atteso a scrivere qualcosa di nuovo perché tutto ciò che sto scrivendo non mi piace e suona male, come questo post. E dunque mi sono allontanato dal blog.

Il precedente Sulla strada è, a mia sorpresa e con mia estrema gioia, l’articolo che ha riscosso più successo a livello di apprezzamenti. E piace, strano a dirsi, anche a me che disprezzo più della metà di ciò che partorisce la mia mente. Come poter replicare? In nessun modo. Nel senso che non mi deve bloccare cercando di eguagliarlo, ma devo guardare avanti e continuare a scrivere. In verità sto scavando dentro. Perché è importante conoscere se stessi.

È un interminabile ticchettio
che, come un colpo di cannone,
lacera il silenzio
ricordandomi di essere vivo.

Avete mai la sensazione, quasi un fastidio, di restare fermi? Nessun avanzamento. A volte è tutto il mondo a fermarsi, ma spesso vi accorgete che siete solo e soltanto voi. Vedete le persone intorno a voi liquefarsi in filamenti di luce che si scontrano in strisce luminose, omologandosi e appiattendosi. E in questo spettacolo voi ne siete estranei. Ma quei momenti di pausa, e apparente noia, vi permettono di aprire gli occhi. Non vi potete nascondere dietro un lavoro, una finta relazione. Siete solo voi e il vostro specchio. E non potete abbassare lo sguardo. Vi aiutano a crescere e avanzare.

Assordante rimbombo
che ferisce il timpano
in questo tacito limbo
fatto di attese e noia.

Non avete mai la sensazione di sprecare del tempo? Magari facendo cose che apparentemente vi sembrano importanti, ma che d’un tratto vi spingono a pensare E se mi fossi dedicato a qualcos’altro di più utile? In questi mesi mi sono accorto di aver rinunciato a molte cose, per abbracciarne altre. Sono cresciuto. Ma in fondo niente è da disprezzare, perché niente è realmente inutile. Tutto porta, se si ha occhi per vedere, a un nuovo insegnamento. Del resto la vita è molto mutevole e chi accetta la norma è destinato a perire.

Forse il tempo,
preziosa risorsa
assai bistrattata,
curerà ogni ferita.
Anche se, mi auguro,
lasci la carne esposta
affinché il ricordo vivo
non tramuti in pietra l’essere.

Ogni esperienza – sia essa un lavoro, un’amicizia, un amore, un lutto – lascia un segno sul nostro corpo. Una cicatrice che speriamo, quando poniamo la parola fine, il tempo chiuda e cancelli. Ma cancellare vuol dire dimenticare. Io non credo di volere dimenticare, perché tutto succede per un motivo e ci aiuta a rafforzare il nostro corpo, abituandolo a stimoli prima inesplorati.

Finirà presto la serie dei post criptici, lo giuro. È che in verità non avevo altro da dire se non che mi devo semplicemente tagliare i capelli. E volevo raccontarvelo nella maniera più originale.

©aMe
Andrea Magliano


Madonna – Has to be
(bonus track di Ray of Light per il solo mercato giapponese)