Archive | novembre, 2012

Madonna, American Life – Part III – Nobody knows me

28 Nov

Ho un desiderio: che voi non snobbiate questo articolo. Sì parla sì di Madonna. Ho molto a cuore questa canzone perché è per me una delle più rappresentative e nelle sue varie versioni è stata una grande fonte di ispirazione.

Vi propongo la versione utilizzata per l’MDNA Tour. Qui la canzone è trattata come una sorta di inno serio, aggressivo e arrabbiato. Inoltre, credo sia uno dei migliori interludi mai realizzati visivamente. Ed è molto attuale, purtroppo, perché nell’intenzione di Madonna si può applicare alla storia di Andrea, il ragazzo suicidatosi. Nel video, compaiono i volti di Asher Brown (13 anni), Robbie Kirkland (15), Seth Walsh (13), Tyler Clementi (19), Brandon Bitner (14), Kenneth James Weishuhn (14), Carl Joseph Walker-Hoover (12), anche loro vittime di bullismo e/o omofobia. Ragazzi innocenti che nuovamente hanno preferito togliersi la vita. Giovani di cui in molti non hanno voluto parlare, soprattutto in questo paese.

Inizio ad apprezzare le canzoni quando queste mi trasmettono una storia. Quando la musica e le parole si fondono per infondermi un messaggio. Questa canzone mi fa immaginare un viaggio nell’inconscio, onirico, con le atmosfere di Dalì. Il mio lato nascosto, il mio io segreto, che vuole una voce per parlare e per farsi ascoltare dalla parte più viva, più superficiale. Quella che mostro alla gente. È una canzone arrabbiata, dove si parla di morte, dove si parla di riposo. Tutto finalizzato all’accettazione di sé. Ma è tutto figurato.

I’ve had so many lives / Since I was a child / And I realize / How many times I’ve died

Uno dei grandi problemi dell’uomo consiste nell’essere un animale sociale, incapace di stare da solo. Nel momento in cui sentiamo questo bisogno di rapportarci verso gli altri, abbiamo la necessità di indossare una o più maschere con cui interfacciarci. E allora iniziamo un viaggio fin da piccoli, più o meno consapevoli di quanto stiamo per fare, in cui ricerchiamo l’identità più congeniale a noi. Nel processo di crescita, maturiamo. Almeno così dovrebbe. E maturando ci rendiamo conto che quel costume che ci siamo cuciti addosso spesso incomincia a starci stretto o non fa più per noi. Così uccidiamo quel nostro lato e allora ci accorgiamo quante volte siamo morti per poi rinascere. La fenice.

I’m not that kind of guy / Sometimes I feel shy / I think I can fly / Closer to the sky

Nel corso degli anni, mi sono sempre state date etichette. Credo che sia la necessità dell’uomo di catalogare tutto quanto. Nel momento in cui una persona sta nel mezzo o lo si può inserire in più scatole o ancora appare indecifrabile, il nostro pensiero diventa articolato, andiamo in crisi e ci fa paura. Pensate che stando alle persone, in merito al mio gusto sessuale, io sarei etero, ma anche gay. In merito alla politica dovrei essere invece un fascista, ma anche un bolscevica e perché no un anarchico. Sull’amicizia, io sono simpatico, ma anche deprimente e in pratica impassibile. Sarei religioso e ateo. A volte sono timido, ma in concreto vi rispondo anche di no. Non avrei fatto determinate cose se lo fossi. Io sono un piccolo pulcino che vuole crescere, levarsi e volare in alto, lassù.

This world is not so kind / People trap your mind / It’s so hard to find / Someone to admire

Ultimamente sto adottando il motto sorridi alla vita che la vita ti sorride. E alle volte ha e sta funzionando. Non sempre però. Il mondo non è buono. Le persone devono catalogare, sono affariste e fondamentalmente spaventate. Spaventate da loro stessi, dalla loro solitudine. Se tu sei diverso sei il male e dunque cercheranno di spezzarti le ali. In questo mondo chi puoi veramente ammirare? E qui aprirei anche un dibattito. È necessario ammirare qualcuno? Avere dei modelli di riferimento? Ognuno dovrebbe essere espressione di se stesso, non l’incarnazione di qualcun altro. Però qualcuno deve influenzarci, deve aiutarci a costruire la nostra forma mentis. Allora trovi qualcuno con cui ti senti più in sintonia e qualcun altro no. Ma anche questo è un viaggio difficile. Non impossibile, perché sono certo che in mezzo a quel marciume anche una bellissima rosa riesce a nascere.

I, I sleep much better at night / I feel closer to the light / Now I’m gonna try / To improve my life

Perché quando impari ad accettare come funziona il mondo e soprattutto ad accettare te stesso per quello che sei, senza farti scoraggiare in questo viaggio di scoperta interiore, trovi la pace per dormire la notte. Per star meglio. E la tua vita adesso sarà soltanto in discesa.

No one’s telling you how to live your life / But it’s a setup until you’re fed up / It’s no good when you’re misunderstood / But why should I care? / What the world thinks of me / Won’t let a stranger / Give me a social disease

Perché alla fine la soluzione è più semplice di quanto chiunque possa credere. Nessuno ti dirà come vivere la tua vita eccetto te. E tu hai il diritto di viverla nel modo scelto finché non te ne stuferai. A quel punto ti costruirai una nuova identità e andrai avanti. Non è bello essere fraintesi, giustissimo, ma le persone fraintenderanno lo stesso le tue parole, i tuoi pensieri e i tuoi comportamenti. La gente è disinteressata a ciò che succede fuori dal proprio ego o al più ha una diversa forma mentis, un diverso livello di giusto o sbagliato e giudicherà comunque. Perché preoccuparsene allora? Bisogna piacere a se stessi, stare bene con il proprio lato inconscio e segreto e lasciar credere agli altri ciò che vorranno credere. L’indifferenza è la miglior arma. Non bisogna permettere ad uno sconosciuto di iniettare dentro noi quel profondo disagio, malessere e mancata accettazione.

E come non pensare a quelle persone che non sono così forti da riuscirlo a sopportare o affrontare?

I don’t want no lies / I don’t watch TV / I don’t waste my time / Won’t read a magazine

Non esiste grande libertà oggi giorno. I mezzi di comunicazione si trasformano spesso in uno strumento per manipolare le nostre teste da parte delle autorità. Ho un’estrema paura della dittatura ideologica. Però è anche vero che da artista, più precisamente aspirante creativo e regista, non posso prescindere dal medium. Il film per me diventa la mia voce attraverso cui incanalare il mio pensiero. Vorrei essere un artista libero. Allora la mia interpretazione di questa strofa è più riferita alla figura dell’artista in senso di personaggio pubblico e, per trasposizione, a quella di ogni singolo individuo: non preoccupatevi di ciò che gli altri pensano, non dategli peso, perché la verità la sapete soltanto voi.

Ciò che mi auguro profondamente è di trovare la mia pace, tra le mie identità che sono perennemente in conflitto. Vorrei che la gente non mi mentisse, ma come posso volere ciò quando sono il primo a volte a mentire a me stesso?

@aMe

I love New York

28 Nov

Vi avverto. Questo non è uno dei miei articoli migliori.

Douglas Adams, creatore dei romanzi della serie Guida Galattica per Autostoppisti, scrive:

La vita trova sempre un qualche appiglio. Essa prospera perfino a New York, anche se è difficile capire perché. D’inverno la temperatura scende molto sotto il minimo legale. […] L’ultima volta che qualcuno stilò un elenco delle prime cento qualità del carattere dei newyorkesi, il buon senso si piazzò al 79° posto. D’estate fa un caldo boia. […] La primavera è sopravvalutata. […] L’autunno però è il peggiore di tutti. […] Quando è autunno a New York, l’aria ha un puzzo come di capra fritta, e se si vuole respirare, la cosa migliore da fare è aprire una finestra e infilare la testa dentro un palazzo. […] Tricia era appena andata a vedere l’ultimo film di Woody Allen, tutto incentrato sull’angoscia di essere nevrotici a New York. […] Tricia amava New York perché amare New York rappresentava una buona mossa sotto il profilo della carriera. Era una buona mossa per lo shopping, una buona mossa per la gastronomia, una mediocre mossa per i taxi e una mediocre mossa per la pavimentazione dei marciapiedi.

da Praticamente innocuo

Questa è New York. O la si ama o la si odia. E New York è l’unico vero amore della mia vita. La città che non dorme mai. La mia città.

Ricordo ancora la prima e unica volta che ho messo piede in quel paradiso. Forse perché avevo vomitato l’anima poco prima di atterrare complice le specialità dell’Oktoberfest dell’aeroplano e una turbolenza piuttosto violenta. Quello che però ricordo indistintamente era lo skyline della città. Al di là del fiume, tanti piccoli palazzi impilati stretti stretti. Sembrava un gigantesco domino pronto a crollare.

Poi gradualmente la macchina ha iniziato ad avvicinarsi a quelle forme indistinte, ma tutte colorate, perché New York è tutto fuorché grigia. Tutto ha iniziato a crescere, crescere e crescere.

Resti imbottigliato nel traffico in una macchina lunga almeno cinque metri. Guardi fuori dal finestrino ancora frastornato dal jet lag e ti senti piccolo piccolo. Ricordo il fortissimo senso di claustrofobia durato sì e no mezza giornata. Guardavo in alto, guardavo oltre quei grattacieli, chiedendomi se mai si sarebbe rivisto il cielo, mentre intorno a me i Newyorchesi avanzavano dritti. Nessuno si guardava in faccia, tutti proseguivano veloci e spediti per la loro strada. Questo è ciò che adoro di New York. La frenesia. La forte e desolante condizione umana.

Per la prima volta, mi sono sentito a casa. E questa è stata per me una grandissima gioia. Vedevo il mio sogno e non mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Non ero uno straniero in terra straniera. Ero a casa. Stavo bene. Ero felice. Ero un freak a mio modo in un mondo di freak. Perché le freak c’est chic.

Mi piace immaginare New York come una città senza passato. Alla fine chi la visita va a vedere palazzi, panorami e grattacieli. Va per lo shopping. Abituato al turismo europeo, ma ancor più quello italiano, è stata per me una realtà totalmente diversa, ma a suo modo affascinante. Pensate che abbiamo fatto due ore di coda per salire sull’Empire State Building. Due ore insieme a mille altri turisti provenienti da chissà dove per poi essere stipati in gruppi di trenta in microscopici ascensori che, senza neanche accorgertene, ti portavano lassù. Nel cielo, da cui tutto vedi e in cui tutto splende. E allora vedi che cosa è New York. La città delle mille luci. Siamo entrati con il sole e siamo usciti con la notte. Ed è proprio allora che la città prende vita. I grattacieli, le strade, i cartelloni pubblicitari. Niente si ferma. Anzi si anima di un nuovo colore. Si anima di quel ritmo frenetico che agogno. Angosciante, ma originale. Il ragazzo insonne. Perché le luci ti ispirano.

E così vai a vedere i negozi, perché lì un negozio diventa un’attrazione. Visiti il Disney Store su tre piani, totalmente tematizzato. Visiti il negozio di giocattoli di Times Square che possiede una ruota panoramica al suo interno tanto è grande. Visiti il negozio dell’NBA per attraversare la strada e incrociare quello degli Yankee. E Tiffany. E ti chiedi se incontrerai Audrey Hepburne con il cornetto in mano. Tutto è spettacolo. Tutto è magico. Sì è finto perché commerciale e artificioso, ma questa è l’industria dello spettacolo.

Manhattan è logica e categorica. Gli avenue sono verticali e le street sono orizzontali. Si inizia la numerazione da est a ovest e da sud a nord. Non puoi perderti a piedi. È metodica. È ordinata. Tutto ha un suo posto e ben si incastra. È un puzzle.

La città che da fuori appare inespugnabile, la città che si mostra dura e aggressiva con quei grattacieli che fungono da cinta muraria e con quei rumori assordanti, mostra un cuore tenero e docile, un lato segreto. Il Central Park è il cuore pulsante. Vai per riposarti, vai per staccare il cervello. Vai per nasconderti. È la tua parte privata, è la tua parte nascosta. Quella che hai paura a mostrare al mondo. Quella che mi fa sentire debole e indifeso quando la condivido.

È la città degli 8 milioni di abitanti. Della gente che non ti guarda in faccia. Della gente che crede di essere superiore. Della gente affarista. Della gente ipocrita. Ma è la città degli 8 milioni che non si parlano, ma che sanno di esserci l’uno per l’altro. Della gente che di fronte ai problemi si rimbocca le maniche e aiuta il suo vicino. Della gente buona e pronta a tenderti una mano quando sei realmente in difficoltà. Della gente sognatrice. Della gente che ha bisogno di credere negli eroi…

New York non è per tutti. È uno stato mentale. È un’attitudine. Richiede un certo fisico e una certa testa. New York seleziona i suoi abitanti.

Vuoi farne parte?

@aMe

Nonsense II

28 Nov

In questo momento ho tanta rabbia in corpo. Tanta amarezza. Tanta gioia.

Tanta rabbia perché vorrei capire le persone e non sono in grado di capire ogni loro gesto.
Forse per miei limiti o perché non mi permettono.

Tanta amarezza perché sono arrabbiato e non ne colgo il motivo.
O forse ne sono ben consapevole e non lo voglio ammettere.

Tanta gioia perché alla fine dopo ogni momento di rabbia c’è un momento di felicità e di pace.
E so che sarà bellissimo.

Omosessualità e omofobia

25 Nov

Questa è la storia di Andrea. Un altro Andrea, non io, la cui vita è finita tristemente all’età di 15 anni. Un giorno, tornato dal suo liceo romano, ha preso la sciarpa e si è impiccato, davanti al fratellino. E lì se ne è andato.

Andrea pare fosse gay e oggetto di costante derisione. Era preso in giro dai compagni, da chi gli stava intorno. Avevano costruito una pagina facebook appositamente per ridicolizzarlo. Una realtà troppo pesante per essere sopportata da un ragazzo di appena 15 anni.

Andrea amava vestirsi di rosa, metteva lo smalto, era eccentrico. A suo modo era diverso. Cercava una voce con cui esprimersi e trovare se stesso. In quella fase della vita in cui tutti cambiamo e cerchiamo la nostra identità.

Sono stati incolpati i compagni di classe e i professori per atteggiamenti omofobi, da loro ritrattati in una lettera aperta (la potete leggere qui). Hanno dichiarato che il ragazzo era sì stravagante, ma “Non era omosessuale, tantomeno dichiarato, innamorato di una ragazza dall’inizio del liceo”. La pagina Facebook invece non lo offendeva, ma nasceva per raccogliere i momenti felici di quel ragazzo. Andrea era insomma un bravo ragazzo, amato da tutti.

La famiglia chiede giustizia per il figlio vittima di bullismo e calunnia. Si sta ancora indagando sulla questione, ma la deputata Paola Concia, dopo un veloce incontro di due ore con i compagni di classe e con i professori, si sente già di assolverli. Sono sconvolti e rattristati per la perdita. La scuola non è omofoba, anzi è aperta alla diversità. Anzi il ragazzo “aveva oggettivamente dei problemi familiari” (qui le dichiarazioni).

Questi sommariamente i fatti.

Permettetemi di dire questo. A me non interessa se Andrea era omosessuale o meno. Lo sapeva lui e non è il colore di un vestito o l’originalità di una persona a dirmi il suo orientamento, né mi crea un problema il gusto sessuale di una persona. Non posso però che essere rattristato da quanto successo. Andrea è prima di tutto una persona, questo è ciò che conta. Una persona prima ancora del suo orientamento, del suo vestiario, del suo comportamento. Un ragazzo che a 15 anni ha deciso di farla finita. Questo è ciò che mi mette tristezza dentro.

Non amo la santificazione o la demonizzazione delle parti in causa. Né voglio che Andrea sia trasformato in martire da parte della comunità omosessuale. Andrea è un individuo.

Rifiuto di credere alle affermazioni dei compagni che improvvisamente amano tutti follemente il loro coetaneo deceduto, arrivano ad affermare che la pagina incriminata altro non era che un gioco scherzoso a cui lui stesso partecipava. Trovo ridicolo quando affermano che lui non era omosessuale, tantomeno dichiarato. Andrea sapeva i suoi gusti e il resto non conta.

Andrea era troppo sensibile, non è stato forte a sufficienza per affrontare questo mondo da solo. A 15 anni viviamo una fase molto difficile della nostra vita, transitoria, in cui tutto si mette in discussione, si rimodella, si anima di nuove esigenze. Ma è un cambiamento duro per tutti, non facile da digerire.

Andrea è soltanto l’ennesima vittima di un sistema che non accetta il diverso. Se non sei uguale agli altri sei sbagliato. E se sei un uomo non ti devi mostrare sensibile, il rosa è frufru e l’omosessuale non è un uomo. Questi pensieri sono frutto di una società ignorante. Si parla costantemente di progresso. Il mondo cambia, evolve. Diventa più intelligente. L’età media cresce e la medicina trova soluzioni a nuove malattie.

Eppure ancora non riusciamo ad accettare una persona che si comporta fuori dagli schemi o lo giudichiamo sulla base di un gusto sessuale. Davanti a ciò, come si fa a parlare di progresso? Come si fa a parlare di progresso quando Andrea altro non è che l’ennesimo adolescente che ha trovato nella morte la sua salvezza?

Mi spaventa l’Italia. Si rivela un paese fortemente retrogrado e obsoleto. Mentre i paesi occidentali iniziano a riconoscere i diritti alle coppie di fatto, omosessuali, riconoscono l’esigenza di tutelare quella comunità che non è una semplice nicchia, ma è una realtà che in quanto tale va tutelata, l’Italia resta dietro a tutti. Abbiamo una classe politica malata, pregiudizievole, sporca e omofoba. E la legge antiomofobia persiste a non essere approvata, si posticipa non essendo per loro un problema serio. Si incentivano atteggiamenti omofobi e aggressivi, complice la presenza della Chiesa romana.

Credo che chiunque di noi possa essere religioso, ma la religione non può nel 2012 restare un modello finalizzato allo status quo. Utile a mantenere la paura e l’ignoranza. Si può essere religiosi, accettando il diverso. Del resto al carissimo mondo cattolico che tanto parla di moralità e di correttezza mi viene da rispondere:

Non giudicare se non vuoi essere giudicato. Dio ama tutti incondizionatamente.

In Italia si tacciono su questi crimini. E la prima cosa che tutti si sono sentiti di dire era che Andrea non era omosessuale, anzi era normalissimo!

Ho a volte veramente paura di questo mondo e soprattutto di questo paese. È retrogrado e lo resterà ancora a lungo.

Mi auguro sempre che ci possa essere un cambiamento di mentalità all’interno di ognuno. E la storia ci insegna che a volte è possibile. Dal movimento delle suffragette a quello nero. E chissà che un domani anche la comunità LGTB avrà essa stessa il proprio riconoscimento. Forse è una mera utopia. Mi auguro di no.

Tornando ad Andrea, spero con tutto il cuore che adesso abbia trovato la pace, abbia trovato quell’armonia di cui sentiva il bisogno. Spero che, se esiste un Dio lassù, lo abbia voluto con sé per un disegno più grande.

Ma l’amarezza mi pervade. Non si può terminare una vita a 15 anni…

@aMe

Madonna, American Life – Part II – Hollywood

24 Nov

Madonna Hollywood Cover

Molta gente ha la convinzione che il pop solamente perché popular sia necessariamente un genere futile rivolto a menti poco elevate culturalmente. Vi svelo una piccola verità. Il pop è la società in cui viviamo e spesso è capace di descriverla in maniera molto più significativa di arti ritenute più nobili. Naturalmente ciò non giustifica che tutto ciò che è pop è culturalmente interessante, mi sembra ovvio.

Questa critica mi dà lo spunto per parlare di Hollywood, la Mecca prediletta e sudata per chi vuole essere un’artista cinematografico. Per chi vuole vivere di celebrità ed ebbene sì anche di pornografia. A quanto pare talmente tanta gente vuole sfondare nel cinema americano che chi non ce la fa spesso ha la possibilità di reinventarsi nell’industria pornografica.

Luglio 2003. Il mondo fa la conoscenza del terzo singolo di Madonna, Hollywood, e naturalmente scoppiano di nuovo varie polemiche. Prima delle accuse di turno, vi mostro il videoclip così potrete farvi una vostra opinione e magari condividerete il mio pensiero o probabilmente ve ne distaccherete.

Partiamo dalla canzone in sé. La critica musicale fornisce un giudizio contrastante, dichiarando che se la melodia è abbastanza originale e nella sua essenza affascinante, del testo non si può dire lo stesso. La canzone effettivamente non mostra chissà quale profondità né prova a cercarla. Il testo è l’ennesima esaltazione della celebrità hollywoodiana.

Everybody comes to Hollywood. They wanna make it in the neighborhood. They like the smell of it in Hollywood. How could it hurt when it looks so good? 

Tutti vogliono andare a Hollywood. Inutile, chi ama il cinema, o vuole sfondare, o vuole dire al mondo che esiste, spesso gente senza arte né parte, ha quella come meta. Hollywood, dove tutti vogliono farcela e in cui tutto ciò che conta è l’apparenza. Del resto come può far male quando tutto appare così bello?

Shine your light now. This time it’s gotta be good . You get it right now ‘cause you’re in Hollywood.

Risplendi, perché forse è la volta buona. Forse ce la farai seriamente. Perché questa non è soltanto l’America, dove chiunque può auto realizzarsi. Qui siamo a Hollywood, la fabbrica dei sogni..

I lost my memory in Hollywood. I’ve had a million vision bad and good.
I’ve lost my reputation bad and good. I’m bored with the concept of right and wrong.
I tried to leave it but I never could.

Ma qual è il prezzo da pagare? C’è sempre il rovescio della medaglia quando tutto appare perfetto e pulito. Hollywood ti può trascinare nel baratro, ti può risucchiare e distruggerti. Annienta chi eri per creare una nuova immagine senza passato e morale e senza una stabilità emotiva. Come ci si può tirare indietro di fronte a tutto ciò? Di fronte a tale bellezza perfetta, patinata e plastificata? In quanti si sono persi nella semplice ricerca di quell’agognato obiettivo di fama auto celebrativa?

Come vedete il testo non è per nulla impegnativo. Non introduce niente di originale, anzi. Non serviva Madonna nel 2003 per dirci che il successo è bello e brutto allo stesso tempo e che uno su mille ce la fa, giusto per citare Morandi.

Allora da dove arriva lo scandalo? Proprio in quel videoclip che vi ho mostrato. Madonna è la celebrità per eccellenza. Ma dopo aver attaccato la filosofia americana, bigotta e consumista, nel precedente singolo, arriva a colpire l’industria dell’intrattenimento e lo star-system accusandolo di vanità, autocelebrazione e alla fine di una profonda vacuità. Questo è un secondo affronto all’America che l’America non può accettare. Madonna diventa il nemico. Da questo momento in poi, grazie ad American Life e Hollywood, Madonna diventerà personaggio sgradito e anche le radio decideranno di realizzare una sorta di embargo che durerà fino a oggi. I nuovi singoli non saranno più inseriti in rotazione musicale o comunque non verrà data loro un’elevata visibilità.

Il secondo scandalo è contenuto sempre nel video. Madonna fa parlare sdoganando nuovamente un argomento che verrà trattato e ridicolizzato in lungo e in largo negli anni successivi: il botox. La cantante è ripresa mentre si fa iniettare diverse dosi sulle labbra e sul volto per renderlo perfetto, privo di impurità o rughe del tempo. Quel semplice gesto a quanto pare ha scatenato un putiferio in America costringendo i network a ritirare il videoclip dai canali televisivi. E pensate che pochi giorni dopo la release del singolo partiva il telefilm Nip/Tuck che, ambientato a Miami, rappresentava un saggio d’autore sul ruolo della chirurgia estetica nella società occidentale.

Hollywood si rivela in breve un altro mezzo fiasco in termini di vendita e non riesce a supportare l’album.

Assodato il bigottismo profondo di un mondo che mi affascina e mi spaventa, che cosa amo di questo videoclip? Intanto perché mi riconosco in questa filosofia da amante del cinema. Non posso non essere attratto dalle mille luci del red carpet, anche se la mia meta ideale più che Los Angeles è New York. Sono per me un po’ come il giorno e la notte. Preferisco la notte, più originale e dotata di quel fascino misterioso. Però una delle cose che più mi spaventa della celebrità è proprio questa: sarò capace di non venire a compromessi per il mio successo e anche laddove succedesse, perché ahimè la vita è un compromesso, avrò la forza e il coraggio di non cambiare ciò che sono o sarò anche io una pedina di quel sistema che ha già fatto vittime illustri? Sì, non diventerò mai una celebrità di fama mondiale, probabilmente non sfonderò in questo settore, ma la fama attrae e spaventa contemporaneamente.

Poi, guardate chi è Madonna in questo video. Non mi interessa il personaggio che è, ma come si presenta al pubblico. Allora non sapevo chi fosse. Questa era la terza canzone con cui mi sono avvicinato a lei. Quando mi chiesero come Madonna fosse fisicamente, non sapevo francamente rispondere. È bionda, nera, rossa di capelli? Sono lisci, ricci, voluminosi? È snob o volgare? Si apre un mondo di identità che coesistono in una stessa persona. Tante identità. Madonna è camaleontica, si cuce addosso varie immagini a seconda di quella che le viene più utile in quel momento. A seconda di cosa vuole esprimere. Il corpo diventa esso stesso mezzo di espressione.

Il video è poi aggressivo. È arrogante nel suo essere imperfetto perché stona l’intera composizione visiva. Ha un sapore vintage quando il vintage nel 2003 non andava ancora così di moda. Contrasta l’immagine di Madonna/nobildonna che tocca il mento della sua cameriera giovane di belle speranze. La scena è sempre tagliata, se mostro il televisore taglio il volto, se mostro la gamba destra ti sego quella sinistra. Madonna/rossa è su un piedistallo davanti a una moltitudine di specchi (l’identità frantumata o la vanità?) e la regia traballante, mai statica, non cerca di nascondere la natura artificiale della posa. I movimenti sono imperfetti, come quando cade dalla palla.

Fate due più due. Il testo, la melodia, la composizione visiva è tutto volutamente piatto e semplice. Il messaggio che lei trasmette è questo: Hollywood appiattisce, cerchiamo tutti di essere uguali, crea monotonia (Music stations always play the same song), annulla la nostra identità. È l’elogio della banalità e della superficialità.

Fino ad arrivare alla sfida finale. Tutte le varie identità si fondono e si affrontano in una voce che tende a diventare demoniaca. Sfidano il pubblico.

Push the button. Don’t push the button. Trip the station. Change the channel.

Hai visto che cosa è lo star-system. Accetti o non accetti questa sua condizione? Nel video, Madonna fa la sua scelta, pur ipocrita trattandosi pur sempre di una persona che fa parte di questo business: spegne la televisione, chiude la finestra su quel mondo. Così come Freddie chiudeva la porta, così come si chiudeva il sipario sulla compagnia teatrale per Altman. Ma alla fine, finché si è vivi e si fa parte del celebrity system, the show must go on.

@aMe

Madonna Hollywood